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«Carlo Giuliani, se un Democratico
inneggia all’omicidio di Stato
e riporta il dibattito a 16 anni fa»

IL COMMENTO – Lo storico dell’Unimc Gennaro Carotenuto: “Urbisaglia non è Pasolini e Genova 2001 non è Valle Giulia 1968. Ecco perché c’è una grave responsabilità politica del consigliere Pd”
sabato 22 luglio 2017 - Ore 20:13
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Gennaro Carotenuto

di Gennaro Carotenuto*

Il caso Urbisaglia solleva varie questioni. Ve n’è una ampiamente sviscerata; quella dei social sulla quale si fa presto. Nessuno nel 2017 può deresponsabilizzarsi di quello che fa o dice online. Online si sbaglia come nella vita reale e a volte se ne pagano le conseguenze. Ve n’è una maggiore sui valori che contraddistinguono il Partito Democratico. Mi sembra che il rispetto dei diritti umani non sia in discussione per il partito di maggioranza relativa. A Mario Placanica fu infine riconosciuto l’uso legittimo delle armi e prosciolto. Ma di lì a inneggiare all’omicidio di Carlo Giuliani vi è un percorso enorme che mette in discussione i valori fondativi del Partito Democratico e del sistema democratico in sé. Le questioni più importanti, a mio avviso, hanno a che vedere con la storia della nostra democrazia. Il consigliere Urbisaglia credo che nella sua dichiarazione abbia provato a evocare Pasolini dimostrando di non averne né la statura né la cultura, e quindi facendo un disastro, decontestualizzando tutto e sbagliando – lui sì – totalmente mira. Mi riferisco al celebre editoriale sulle pagine del “Corriere della sera” nel quale Pasolini affermò che a Valle Giulia, negli scontri tra ragazzi borghesi del nascente Sessantotto e i carabinieri meridionali sottopagati, lui stava dalla parte degli ultimi. Genova 2001 non è Valle Giulia 1968 e il consigliere Urbisaglia non è Pasolini. Giammai Pasolini si sognò di inneggiare alla morte di un manifestante, indicandone l’uccisione addirittura come un modello educativo per il figlio. Soprattutto a Genova non c’era affatto un conflitto di classe. Non c’erano studenti alto-borghesi dall’altra parte della barricata; c’erano i ragazzi del suo partito e quelli delle parrocchie, presenti a decine di migliaia e parte sostanziale di un movimento vigoroso e al 99% pacifico, che vennero massacrati per giorni nelle strade indipendentemente dall’agire di pochi violenti che fu usato come foglia di fico dal contesto mediatico all’epoca militarizzato dal governo Berlusconi che aveva appena vinto le elezioni. A Genova – lo dicono le sentenze – fu lo Stato che massacrò, umiliò, torturò, violò i diritti umani, spesso a sangue freddo, per spostare il confronto dai temi sollevati da quel movimento (che a 16 anni di distanza aveva evidentemente ragione su tutta la linea, come la crisi del modello economico vigente dal 2008 in qua ha ampiamente dimostrato) allo scontro di piazza. Ma le ideologie, la destra e la sinistra, chi avesse ragione o no, non è la cosa più importante. Genova 2001 è una delle pagine più nere della storia della nostra Repubblica; un militante politico che si dice democratico (tanto più di un partito che mise sangue e ossa rotte di tanti, picchiati per le strade, massacrati alla Diaz, gasati con i lacrimogeni), non può riportare indietro il dibattito sulle posizioni che l’estrema destra teneva 16 anni fa inneggiando alla morte di Carlo Giuliani che, a loro dire, aveva avuto quel che meritava. Su quanto successe nelle strade del capoluogo ligure, alla Diaz, a Bolzaneto, non c’è solo una letteratura sterminata, ma ci sono le sentenze e le condanne passate in giudicato, e le ignominiose condanne contro l’Italia della Corte europea dei diritti umani, che il consigliere Urbisaglia non può permettersi di non conoscere. Soprattutto, su quanto avvenne a Genova, c’è un giudizio critico consolidato e duro da parte delle stesse forze dell’ordine. Un giudizio critico che fa onore alle stesse. Sono le forze dell’ordine che ammettono da molti anni che si trattò di “macelleria messicana”. Ancora questa settimana il capo della Polizia Franco Gabrielli ha affermato: “A Genova morì un ragazzo. Ed era la prima volta dopo gli anni della notte della Repubblica che si tornava ad essere uccisi in piazza. A Genova, un’infinità di persone, incolpevoli, subirono violenze fisiche e psicologiche che hanno segnato le loro vite”. L’evento più drammatico, per il quale un giovane carabiniere uccise un giovane manifestante, accadde perché ci fu un livello politico che decise a tavolino di criminalizzare quel movimento provocando e caricando sistematicamente anche i tronconi più pacifici dei cortei; soprattutto quelli. Studi la dinamica di quei giorni genovesi il consigliere Urbisaglia. Possono essere scritti manuali su quello che le forze dell’ordine di un paese democratico non devono mai fare. Sedici anni fa l’estrema destra mediatica inneggiava all’omicidio Giuliani, oggi lo fa un consigliere del Partito Democratico di Ancona. Ma oggi su quanto avvenne a Genova si sa tutto, e non è informazione alternativa, sono sentenze passate in giudicato. Non volerne prenderne atto, e addirittura inneggiare a quello che fu a tutti gli effetti un omicidio di stato del quale Carlo Giuliani fu vittima e Mario Placanica il meno colpevole (e a mio avviso la sentenza che lo prosciolse non fu irragionevole), è una responsabilità politica talmente grave che non può non mettere fine alle velleità politiche di chiunque.

* (Storico, docente dell’Univeristà degli studi di Macerata)

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