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Il grande inganno dell’anoressia,
«una bestia che ti incatena»
Paola Giorgi: dall’abisso alla rinascita

L'INTERVISTA - L'ex assessore regionale racconta la sua esperienza con la malattia, di come ha iniziato a odiare il cibo, dell'isolamento, della sofferenza. E di come è riuscita a uscirne: «Si precipita in un attimo, ed è dura risollevarsi. Il percorso è lungo, ma ragazze non scoraggiatevi, non vergognatevi a chiedere aiuto»
lunedì 27 Novembre 2017 - Ore 20:39
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di Giovanni De Franceschi

«Una bestia che ti incatena, catene ovunque, immobilità. E’ come essere incatenati in una gabbia». E’ il grande inganno dell’anoressia: si pensa di aver il controllo, in realtà si è in balia di una malattia dalle radici profonde, che scava nell’anima prima che nel corpo. Arrivare a pesare meno di 40 chili, il viso scavato, denti che sembrano enormi, sono solo sintomi di un malessere che cova sotto le ceneri fino a esplodere. All’inizio ci si sente invincibili, forti, sicuri. Ma è un bluff e quando le carte si scoprono, ci si ritrova da soli, magari a letto, forse al buio, di sicuro senza più voglia di vivere. Ne è convinta Paola Giorgi, 50 anni, attrice teatrale, ex assessore regionale. Lei per circa dieci anni ha vissuto e combattuto questa terribile malattia, poi ha trovato la forza per uscirne, si è sposata, ha avuto una figlia, Agnese,  che ha 20 anni ed è tornata a vivere. Ora è a Roma e cura le relazioni esterne per il gruppo di Alessandro Longobardi, uno dei più grandi imprenditori teatrali d’Italia. L’abbiamo intervistata dopo il caso della 19enne di Porto Recanati denunciata quale amministratrice di un blog “Pro ana” (leggi l’articolo).

Giorgi, l’esistenza di questo sito e delle centinaia di ragazzine che lo frequentavano è stata una sorpresa?

«Mi ha stupito che fosse una ragazza di 19 anni a gestirlo, che fosse accaduto qui da noi, ma so che ce ne sono molti e ne capisco anche il meccanismo sia di chi lo frequenta, sia di chi lo amministra: in entrambi i casi si tratta di persone malate. E’ un modo per creare complicità, per superare l’isolamento. E’ l’unica spiegazione che mi sento di dare, altrimenti chi mette in piedi certi blog dovrebbe avere una mente criminale».

Lei quando si è ammalata di anoressia?

«Ero molto giovane, avevo 20 anni e peraltro era anche un periodo bello della mia vita. Frequentavo una scuola di teatro a Roma, l’estate tornai nelle Marche, lavorai per un po’ in una gelateria a Senigallia, giusto per guadagnarmi i soldi per lo studio e quando ritornai nella capitale decisi di avere il massimo controllo su me stessa e smisi di mangiare».

Qual è il meccanismo che si innesca per arrivare a smettere di mangiare?

«E’ una malattia tipica delle persone perfezioniste, che pensano di poter controllare il mondo. Ti rendi conto che l’unica cosa che puoi controllare è il cibo e allora tutte le tue attenzioni si focalizzano lì. Si instaura questo pensiero devastante per cui ti basti da sola e sei convinta di non aver bisogno di niente dal di fuori. In realtà è l’esatto opposto, non controlli più niente e sei completamente in balia della malattia». 

Com’è possibile lasciare il cibo così da un giorno all’altro?

«Guardi, all’inizio ci sente forti, iperattivi, quasi onnipotenti. E’ come se ci si compiacesse sempre di più del proprio autocontrollo, “anche senza mangiare riesco a fare ogni cosa” è il pensiero, ma è proprio questo il grande inganno».

E col trascorrere delle settimane ovviamente la situazione peggiorava

«Esatto, inizi con l’isolarti dal mondo. Il cibo è condivisione, è socialità e invece tu rifuggi anche solo al pensiero di un tè quindi di calorie da assumere. Pensi ho un ricordo ancora nitido: ero andata a una festa di compleanno e tra le varie cose da mangiare e da bere, c’erano anche alcuni pezzi di pizza. Erano stati fatti da una signora famosa per la sua cucina. Io restai per oltre un’ora a quella festa senza parlare con nessuno e con un solo pensiero in testa: quella pizza che avrei voluto mangiare e bruciare allo stesso tempo. Penso che quella fu una delle ultime volte che uscii di casa. E’ una malattia infida che ti trascina giù con una forza allucinante».

Come passava le sue giornate?

«La giornata era scandita da un solo pensiero: il cibo, come eliminarlo e come non incontrarlo. Anche se mi alzavo alle otto di mattina alle 10 non capivo già niente perché non avevo più le forze. Non riuscivo a far niente, è stato un periodo nerissimo. Avevo anche finito la scuola di recitazione nel frattempo, ma dovetti tornare a casa perché non ero in grado di costruire nulla. Quindi è stato un fallimento dietro l’altro, non avevo neanche la sensazione di fame ed ero arrivata a pesare intorno ai quaranta chili. Con la mia famiglia che era devastata, disarmata». 

Cosa si arriva a fare?

«Mangiare cibi congelati per esempio, ma non per fame solo per l’odio verso il cibo. E poi lassativi, diuretici, sonniferi per dormire, se ne fanno davvero molte».

In quel periodo quando si guardava allo specchio si trovava bella?

«In realtà non mi interessavo neanche più dello specchio. Vedevo il mio viso incavato, deturpato, vuoto, ma arrivati a quel punto non cerchi neanche più la bellezza, è solo un continuo compiacersi del tuo controllo. E’ qualcosa che ti mangia l’anima, pensi di avere un controllo assoluto, in realtà sei solo incatenata. Il grande inganno appunto».

Ma quindi non si entra in questo vortice perverso per piacere e piacersi di più?

«No, non è la malattia della moda. E’ vero che certi stimoli possono favorirne l’insorgere, però devono trovare terreno fertile, è tutto molto più profondo. La perdita di peso, la mania di controllo sul cibo sono solo sintomi di un disagio interno. Ci ho messo molto per capire da dove arrivasse».

E che risposta si è data?

«Penso cercassi un alibi a un possibile fallimento. Fin da sempre ho avuto una grandissima passione per il teatro, però sapevo che il percorso per riuscire sarebbe stato difficile e complicato, soprattutto per me nata in una cittadina dove neanche esisteva il teatro. Quindi è come se mi fossi posta da sola ostacoli che avrebbero potuto giustificare un’eventuale sconfitta».

Quando e cosa le ha fatto scattare la molla che l’ha portata a risollevarsi?

«Temporalmente non ricordo, però so che a un certo punto mi sono resa conto che non controllavo più niente e che ero totalmente controllata dalla malattia. E allora ho detto no. Forse la molla è stata l’aver visto la bruttezza, non tanto fisica, quanto quella di una donna forte che non c’era più. Ed è iniziato un lungo percorso per uscirne, fatto di ricadute e di conseguenze fisiche che ancora oggi porto. Così come si precipita in un attimo, tanto è dura uscirne. E soprattutto riassettare un corpo sottoposto per anni a continue privazioni. Penso di esserne uscita definitivamente con la nascita di mia figlia Agnese, dopo 10 anni».

Ora da genitore cosa si sente di consigliare a una famiglia che dovesse accorgersi di avere una figlia o un figlio con questa malattia?

«Andare subito da un professionista, in un centro specializzato, farsi aiutare. Io non l’ho fatto e questo è un altro degli aspetti devastanti. Ma io avevo 20 anni e sono una donna fortunata. E’ impensabile che una ragazzina di 13 anni possa riuscirci da sola. L’approccio sanitario è multiterapico, ma purtroppo qui nelle Marche siamo molto indietro. Nel 2015 in Regione approvammo una delibera che fissava un impianto chiaro a livello territoriale per affrontare questa malattia, senza lasciare le famiglie da sole o costringerle ad andare fuori con costi esorbitanti. Purtroppo dopo due anni e mezzo non è cambiato nulla, la delibera non è stata attuata. Serve un centro residenziale specializzato, per partire basterebbero anche 10-15 posti, ma non c’è la volontà politica evidentemente. Con Ceriscioli ho parlato molte volte, comprende bene la necessità e il problema, ma ancora non si è fatto niente in questo senso». 

Invece a una ragazza che dovesse cadere in questo incubo cosa sente di dire?

«Di non scoraggiarsi, sento di essere un esempio positivo e per me è importante. Non bisogna vergognarsi, c’è da chiedere aiuto. Io sono caduta nell’abisso e dopo molte sofferenze sono riuscita a uscirne. Ho toccato il fondo e l’ho trovato elastico, perché il fondo è questo».

 

 

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