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Gioia Bartali: «Nonno salvò l’Italia,
ma De Gasperi non accettò
di fargli uno sconto sulle tasse»

LA NIPOTE del grande campione ‘Giusto tra le Nazioni’ lo ha ricordato ad Osimo dov’è fissata il 16 maggio l’arrivo della tappa con partenza da Assisi. Lino Secchi, presidente della Federazione ciclistica regionale, rivela un particolare commovente sulla fine di Scarponi: «Michele stava andando a far visita ad un amico infortunato a Pianello Vallesina»
domenica 15 aprile 2018 - Ore 13:57
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Simone Pugnaloni, sindaco di Osimo, Gaia Bartali e Maurizio Verdenelli

di Maurizio Verdenelli

(foto di Bruno Severini)

«Il 15 luglio gli telefonò da Roma Alcide De Gasperi. Vinci per noi e per l’Italia. Così mio nonno evitò la guerra civile che già aveva fatto numerosi morti ed ancor più numerosi feriti nelle grandi città». Lui era Gino Bartali, naturalmente. Correva l’anno 1948 e la squadra nazionale di ciclismo gareggiava al Tour de France con gli scarsissimi mezzi a disposizione di una nazione sconfitta, in una Francia che imponeva pure questo o quell’altro atleta italiano escludendo altri (il riferimento è a Fiorenzo Magni, sospettato di passati rapporti con il fascismo). Bobet si apprestava a vincere la Grand Boucle con 18’ di vantaggio su ‘Ginettaccio’. Intanto il 14 luglio, il giorno prima, ad infiammare il Belpaese violentemente diviso in due blocchi c’era stato l’attentato appena fuori Montecitorio, al ‘Migliore’, il capo del Pci, Palmiro Togliatti.

Ed ecco Bartali in due tapponi di montagna riprendere tutto il vantaggio al campione francese ed arrivare a Parigi con la maglia gialla (l’ultima tappa fu poi vinta da un suo gregario: Corrieri). L’Italia esplose d’entusiasmo per la splendida vittoria ‘in rimonta’ nello sport più amato e dimenticò le sanguinose barricate. A ricordarlo a 300 studenti osimani, al teatro La Fenice, è stata Gioia Bartali, una delle due figlie di Andrea, il primogenito di Gino che ha scritto un libro già esaurito “Gino Bartali, mio padre” (riedizione a giorni). Un passaggio di testimone sull’onda della memoria, visto che Andrea è deceduto a 75 anni, lo scorso giugno all’ospedale di Macerata. L’occasione è stata a settembre a Gerusalemme e ieri in vista della tappa in rosa ad Osimo (da Assisi) il 16 maggio. Ma torniamo a Tour de France. Vinta la grande corsa con quell’impresa doppiamente epica, salvata letteralmente l’Italia, lo straordinario campione fu doverosamente invitato a palazzo Ghigi da Alcide De Gasperi. «Il Presidente era commosso: ‘Bartali chieda quello che vuole, l’avrà: l’Italia gli deve tanto’. Allora mio nonno, preso coraggio da una tale apertura, provò a chiedere ’uno sconticino’ (testuale, ndr) sulle tasse anche allora molto alte. De Gasperi cambiò subito tono: ‘Chieda tutto, meno quello!’. E mio nonno: ‘Allora non devo chiedere altro’. Stretta la mano a De Gasperi, se ne andò come Cincinnato nella sua umiltà e semplicità grandiose».

La fascia della vittoria del Tour de France del ’48. Salvata, assieme a quella del Giro D’ Italia del ’46, da Andrea Bartali quasi per caso dall’alluvione di Firenze che nel 1966 si era portata via (quasi) tutti i trofei vinti dal padre, che lui custodiva in un garage

 

Un Bartali pure e soprattutto riservatissimo nella sua grandezza di uomo, al di là dell’immensa statura di ciclista secondo solo al ‘Campionissimo’ Coppi. Il riferimento, in perfetto parallelo alla corsa in rosa che partirà da Israele, è all’impresa che con gravissimo rischio personale egli portò a termine, nel corso della guerra, salvando dalla deportazione 800 ebrei. Coprendo più e più volte in bici come per un normale allenamento (nella lunga stasi sportiva del conflitto) il percorso tra Firenze, Cortona, Terontola e la città del Poverello, Bartali nascose nei telaio della sua amatissima ‘macchina’, che da ragazzo teneva in camera da letto, i numerosi documenti che i frati di Assisi contraffacevano per salvare dalla deportazione e dalla morte, centinaia e centinaia di ebrei. La richiesta di tale sacrificio personale era pervenuta, al religiosissimo campione (in viaggio di nozze con la diletta Adriana era stato ricevuto da papa Pio XII) dal cardinale di Firenze, Elia Angelo Della Costa, anch’egli nel Giardino dei Giusti a Gerusalemme e dal rabbino Nathan Cassuto. Ha raccontato Gioia Bartali: «Mio nonno s’arrabbiò molto quando nel docufilm tv ‘Assisi underground’ per la prima volta si fece riferimento a questa impresa su cui aveva tenuto con tutti il più perfetto silenzio per anni. Anche con mio padre in compagnia del quale aveva poi fatto dopo la guerra moltissime volte quel percorso, dopo che parte della famiglia si era trasferita nelle Marche». «Lui era così arrabbiato che intendeva a tutti i costi querelare, per non essere stato avvisato preventivamente, il regista del film. Che alla fine gli disse: ‘Bartali mi denunci pure ma deve poi lo deve fare anche con tutti coloro, compresi i frati, che mi hanno rivelato il suo eroismo». Non se ne fece più nulla.

Andrea, il figlio maggiore (gli altri due: Biancamaria e Luigi vivono tuttora in Toscana) prese poi a cuore quella vicenda e lo Yad Vashem, il memoriale ebraico dell’Olocausto, nel settembre 2013 ha iscritto Gino Bartali, a 13 anni dalla sua morte, come ‘Giusto tra le Nazioni’. Gioia nel settembre scorso, è stata a Gerusalemme in rappresentanza della famiglia per prendere parte alla presentazione del Giro d’Italia insieme con i corridori Basso e Contador e il ministro Lotti. «Ci tornerò presto in Israele» ha detto lei intorno alla quale si è scatenato l’entusiasmo dei ragazzi osimani che l’hanno subissata di domande. Standing ovation quando la signora ha rivelato come il fiorentino Gino fosse stato per tutta la vita un accanito tifoso della Juventus in virtù dei colori bianconeri della sua prima squadra di ciclismo: ‘Aquila’.

 

 

«Il doping? Allora proprio non esisteva e scarseggiavano anche le bistecche nel dopoguerra…ma avendo 36 battiti cardiaci al minuto il medico gli prescriveva addirittura una sigaretta prima di mettersi in bici. Mio nonno amava tuttavia la buona tavola: mia nonna gli preparava una ribollita della quale ho ricordi fantastici. Poi nel giardino nella loro casa c’era un albero di nespole che lui era capace di ‘spogliare’ dei frutti, nello spazio di poche ore. Fatto sta che mia nonna gli tagliò in breve l’albero per evitargli ulteriori scorpacciate. Nonostante tutto non ingrassava: era un bell’uomo. Il nasone gli era venuto a causa delle tante cadute sulle strade ‘bianche’ e per i cattivi chirurghi incaricati di rimetterglielo a posto». Con Coppi? «Grande stima e rispetto. Ricordo che un giorno cercarono alcuni giornalisti di fargli dire qualcosa sulla ‘Dama Bianca’, gran gossip di allora. Lui disse serafico: chi è? E non aggiunse altro».

Ancora: «Perché sono da 25 anni nelle Marche, a Montegranaro, nella stessa azienda, un calzaturificio? Si deve al gregario n.1 di Fausto, il grande Michele Gismondi. A lui telefonò mio nonno per aiutarmi a cercare lavoro. Michele non fece distinzioni e trovò il posto per la nipote dell’avversario n.1 del suo capitano. A Montegranaro mi trovo benissimo da sempre: sono sposata e ho due figli stupendi. Da ragazza frequentavo Sarnano, un posto bellissimo: ricordo lo Zoji il suo proprietario Alberto, Federico Superiori e tanti altri, le feste a Piazza Alta in estate. Alla fine nelle Marche mi ha raggiunto mia sorella Stella, sposata a Montefano dove poi  sono venuti a vivere  mio padre e mia pare Anna Irene, deceduta nel 2015 alla clinica Marchetti di Macerata. Ora entrambi i miei genitori riposano nel cimitero della cittadina maceratese dirimpetto al Conero, Recanati ed Osimo. Firenze? Ci sono stata un anno in casa con i nonni: con Gino andavo anche al Giro d’Italia». Qualche episodio: «Una volta salendo per una cima, lui mi fece vedere guidando l’auto come tagliava le curve in bici. Così facendo, un motociclista della Rai salendo a gran velocità è stato ad un millimetro dall’investirci: eravamo infatti in mezzo tra il plotone dei fuggitivi e il gruppo. Che paura! E lui, il grande Bartali affogò ‘alla toscana’ il poveretto che in realtà non aveva colpa: ‘O grullo!! o bischero!! Naturalmente nessuno osava opporglisi. Anzi a lui e solo a lui si permetteva di svariare con l’auto all’interno della carovana in rosa. Un giorno addirittura mi lasciò sulla linea del traguardo prima dell’arrivo della corsa: scesa dall’auto mi vidi addosso gli sguardi un po’ perplessi di 8.500 tifosi!».

All’incontro con Gioia Bartali, durato oltre due ore (presenti amministratori locali e Fabio Sturani, per tre mandati presidente Coni Marche) è intervenuto anche il presidente della federazione ciclistica regionale, Lino Secchi che ha rivelato un particolare toccante in riferimento alla fine del compianto Michele Scarponi. «Michele, quel giorno in cui è morto, stava recandosi a far visita ad un amico, tale Lucio, a Pianello Vallesina, che aveva avuto la frattura del bacino». Una testimonianza che sottolinea ancor più l’istinto generoso e solidale del campione da tutti rimpianto. «Davvero una grave perdita per il ciclismo regionale, italiano e mondiale: io avevo avuto modo di conoscerlo e stimarlo» dice Gioia. Presentata sul palco dal sindaco Simone Pugnaloni mentre la pubblica intervista è stata di chi scrive. Che ha letto pure una splendida lettera di Gino all’amatissima (allora) fidanzata Adriana: 200 lettere, 400 cartoline inviate da tutti i posti delle varie corse dov’era protagonista, ha riferito Gioia. Nella missiva, Gino Bartali chiede un incontro con Adriana, quando finita la corsa sarebbe rientrato finalmente con il cuore ardente, a Ponte a Ema dove abitava: “alla presenza della tua mamma e della mia mamma, s’intende”. Una bella mattinata conclusa a sorpresa da Gioia con un gruppo di cicloturisti alla ‘Tavernetta’ fronte Palazzo campana. «Siamo di Ponte a Ema, come suo nonno» rivelano alla nipote. E lei, con il cuore in gola: «E per chi siete?!”. “Per il grande Bartali, neppure a chiedere, ovvia!». Grande respiro di sollievo: «E pensare che a Montegranaro sono tutti per Coppi».

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