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Caporalato agricolo nell’Anconetano,
Coldiretti: «I consumatori possono
aiutare a sconfiggerlo»

AGRICOLTURA - La provincia di Ancona non è immune dalla pratica di sfruttamento dei lavoratori nei campi, denuncia la Coldiretti, che sottolinea come la caccia al prezzo più basso sullo scaffale del supermercato alimenta il fenomeno, anche inconsapevolmente da parte delle famiglie,
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Combattere il caporalato nelle campagne? Anche il consumatore può fare la sua parte. Parola di Coldiretti Ancona che sottolinea come la caccia al prezzo più basso sullo scaffale da parte delle famiglie può, inconsapevolmente, alimentare la pratica di sfruttamento a cui non è immune neanche la provincia di Ancona. «Il caporalato in agricoltura oltre che sul fronte della repressione si deve vincere anche dal punto di vista culturale sui consumatori che con le loro scelte possono condizionare il mercato», sostiene Coldiretti Ancona all’indomani delle stragi di migranti che hanno insanguinato le strade del sud Italia in questi giorni. Un fenomeno, quello del caporalato, con condizioni lavorative inumane per i lavoratori sfruttati e senza un minimo di garanzie, che viene alimentato proprio dalla ricerca del prezzo più conveniente al supermercato e che è presente anche nella provincia di Ancona. Basti pensare, ricorda Coldiretti Ancona, all’operazione dei carabinieri che lo scorso settembre ha portato all’arresto di un caporale che sfruttava extracomunitari nelle campagne della Vallesina e alla denuncia di due imprenditori agricoli. L’abbattimento dei costi di produzione si riflette, nella sua espressione più aggressiva, nelle aste online del cibo. «Le aste al minimo ribasso danneggiano tutti − commenta Maria Letizia Gardoni, presidente di Coldiretti Ancona –. I produttori che non coprono i costi di produzione, i cittadini che acquistano inconsapevoli di ciò che andranno a sostenere, i lavoratori sfruttati che nella loro attività non trovano dignità ma solo sofferenza e povertà. Per questo, nella lunga corsia della filiera del cibo, è necessario che industria alimentare e distribuzione organizzata condividano i valori etici, sociali e ambientali dei produttori agricoli, rappresentanti di un’idea di cibo diversa: che tutela i diritti e rafforza i doveri nel rispetto di regole universalmente condivise».

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