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Comune a caccia di abusi edilizi
al Ghettarello-Montagnolo

ANCONA - Emesse 8 diffide a demolire le baracche abusive della frazione. Un abbattimento è stato eseguito. Controlli in atto sulla situazione poco chiara di molti capannoni fatiscenti in un’area in degrado di valore paesaggistico, storico e archeologico
venerdì 10 agosto 2018 - Ore 11:53
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Le baracche abusive del Montagnolo

 

di Giampaolo Milzi

Nessuno pare li abbia contati, o forse sì, ma non si sa quanti siano. Di sicuro parte di essi, in quella zona così panoramica e verdeggiante del Ghettarello, danno l’effetto del classico “pugno in un occhio”. Capannoni e baracche sgangherati, cadenti, costituti alla buona, con pezzi di lamiera, legno, reti. Senza contare le coperture, altrettanto malandate, che a prima vista, in alcuni casi, fanno pensare all’uso vietato di lastre di eternit contenenti amianto (e se così fosse, capaci di disperdere nell’aria polveri di asbesto cancerogeno). Una situazione poco chiara, molto complicata, sedimentatasi e cronicizzatasi negli anni e sulla quale sono intervenute diverse istituzioni – con una tempistica burocratica che definire lunga è un eufemismo – quella che caratterizza la parte alta, in piena campagna, della frazione anconetana, nei pressi del complesso logistico ancora in funzione dell’ Enav (Servizi della navigazione aerea), con le sue antennone, completamente circondato da una rete di sbarramento. Per essere più precisi siamo nel sito del Montagnolo, che ha ospitato l’omonimo doppio fortino militare costruito dagli ingegneri del neonato Regno d’Italia negli anni 1862-1863, i cui pochi resti sono sepolti dalla vegetazione.
Una situazione nota da almeno 18 anni, sulla quale sta finalmente intervenendo l’amministrazione comunale. La Direzione Sui (Sportello Unico Integrato – Gestione Edilizia) municipale ha emesso da tempo 8 diffide che intimano ai proprietari di altrettanti capannoni, più che altro utilizzati come magazzini e depositi di servizio funzionali agli appezzamenti di terra in cui sorgono, di demolirli, in quanto sarebbero abusivi. Una della pratiche ha già esaurito il suo iter, con l’avvenuta demolizione della struttura fatiscente. Per le altre la squadra edilizia della polizia municipale è ancora impegnata in operazioni di verifica, in caso di inadempimento all’invito a demolire, i privati proprietari riceveranno un vero e proprio ordine di abbattimento dal Comune.
Fin qui i dati ufficiali, ma probabilmente non complessivi. La stessa squadra edilizia dei vigili urbani fa sapere infatti che – per carenza di personale – quella zona del Ghettarello/Montagnolo così fuori mano non ha la priorità nell’agenda del mare di controlli da smaltire in campo di costruzioni “piratesche”. Senza contare che non è noto il numero esatto dei manufatti, la cui storia, inizia qualche decina d’anni fa. Una storia controversa, scandita da passaggi di possesso e contenziosi a volte infiniti. Per capire un po’ meglio lo stato della situazione occorre ricordare che l’ampia area di cui stiamo scrivendo è costituita da decine di ettari di terreni, inizialmente affidati all’Associazione Reduci Combattenti e a molti dei suoi componenti. La svolta, quando il Demanio, proprietario, decise di regolarizzare al meglio la situazione bandendo una gara d’affitto con diritto di prelazione a favore proprio dei membri dell’Associazione Reduci. In molti ne approfittarono.
Come un signore, figlio di un reduce, che abbiamo incontrato durante un nostro sopralluogo sul posto. Già, ma c’era da far rispettare la normativa per quanto riguarda l’abusivismo dei capannoni già citati e lo status giuridico dei terreni. “Nel 2011 il Demanio ci rilasciò una concessione in sanatoria, c’era da pagare circa mille euro per ettaro (probabilmente al mese, ndr.). Per me il prezzo era troppo alto, mi accontentai di mettere in regola mezzo ettaro, dove coltivo ancora viti e ulivi. Non capisco tuttavia perché un privato che confina come me paga solo 300 euro a ettaro”. Bisognerebbe chiederlo al Demanio, quando, in sostanza, scrisse ai fruitori dei terreni: “O pagate o demolite entro 6 mesi le pertinenze strutturali”. A complicare ulteriormente la situazione, 3 anni dopo l’entrata in scena della Soprintendenza archeologica delle Marche, una volta completati gli scavi che portarono alla luce un bel tratto di strada di epoca romana. “È successo che Soprintendenza e Demanio hanno di fatto cancellato il condono che a me, come ad altri, era stato riconosciuto. E io ci ho rimesso circa 30mila euro, tra spese legali e costi delle perizie tecniche”, spiega il nostro interlocutore. Insomma, zona di valore archeologico, sotto vincolo quindi. Si entra quindi nell’ultima fase, quella delle intimazioni a demolire firmate dalla dirigenza dei Sui del Comune (sua la competenza per l’iter che dovrebbe portare alla demolizione, pur essendo tutta l’area demaniale). Fase che non interesserebbe, ufficiosamente, alcuni lotti di terreno per cui sarebbe intervenuta una sorta di prescrizione.
Certo è che, rispetto a una quarantina di anni fa, la situazione al Montagnolo sta – sebbene molto lentamente e in modo poco chiaro -cambiando. Da una quarantina di appezzamenti coltivati con baracche e capanni, oggi ne sarebbero rimasti in uso tra i 10 e i 20, in media di mezzo ettaro l’uno. Tra i residenti dei paraggi si dice che alcuni abbiano presentato ricorso contro l’iter d’abbattimento. Ma in Comune non risulta. Un bel pasticcio, comunque, vista la difficoltà di ottenere informazioni più precise dalle istituzioni competenti. E dato che alcune delle baracche in cui ci siamo imbattuti, fanno venire in mente uno scenario da “favelas sudamericane”. Di più. Siamo in una fetta di territorio di valore ambientale, paesaggistico, storico, archeologico. Che potrebbe essere valorizzata: magari riportando alla luce qualche parte dei de fortini del Montagnolo (il Torre e il Chiesa) sommersi della vegetazione; magari predisponendo un itinerario per passeggiate, panchine, un po’ di arredo urbano. Ma lo stesso vincolo archeologico, sembra svuotato della sua sostanza imperitura: dato che i resti della strada romana sono ormai ricoperti da erbacce, e di visibile c’è solo il cartello turistico che ne indica la presenza.

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