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Banca Marche, Goffi in aula:
«Sottostimati i rischi delle esposizioni»

CREDITO - L'ex dg arrivato dopo Bianconi è stato sentito nel corso del processo in cui sono imputati i vertici dell'istituto. Il destino poteva essere diverso «se avessero preso contezza della situazione in cui versava e il coraggio di non rispettare i contratti di erogazione del credito. A complicare le cose anche la crisi del mercato immobiliari e l'assenza di adeguati accantonamenti»
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Luciano Goffi in tribunale

 

di Federica Serfilippi

Le concessioni del credito potevano avvenire dopo istruttorie «veloci, leggere e approssimative» e a società che avevano «i bilanci in perdita». Nel 2008 il destino di Banca Marche sarebbe potuto cambiare, «se avesse preso contezza della situazione in cui versava e avesse avuto il coraggio di non rispettare i contratti di erogazione del credito: potevano essere risparmiati almeno 600 milioni di euro». Sono questi i passaggi fondamentali affrontanti questa mattina in aula dall’ex dg di Banca Marche Luciano Goffi, il primo testimone chiamato dalla procura a rendere conto del default miliardario dell’istituto di credito dichiarato insolvente nel 2016. L’ex manager, con un passato anche da amministratore delegato di Nuova Banca Marche, è stato bersagliato di domande per oltre sei ore. Prima è stato incalzato dai pm Bizzarri e Pucilli (assente Laurino) e poi dall’avvocato Canafoglia, in rappresentanza di ex risparmiatori e azionisti riuniti nell’Unione Nazionale Consumatori. Ha parlato davanti alcuni imputati per la prima volta presenti in udienza, come Barchiesi, Vallesi, Costa e Dell’Aquila. Goffi ha iniziato a testimoniare a partire dal suo arrivo in Banca Marche, nell’agosto 2012, in concomitanza dell’ispezione di Bankitalia. «E’ emerso come la banca avesse sottostimato il rischio connesso alle esposizioni, soprattutto in ambito immobiliare. Inoltre, era stata rilevata una massa importante di posizioni non correttamente valutate per la gestione del credito. Alcune dovevano già essere riclassificate da tempo». In questo frangente, Goffi ha spiegato come alcune posizioni «giudicate in bonis erano in realtà ad incaglio e quelle da valutare come in sofferenza erano state classificate ad incaglio». Di qui, la necessità di «eseguire una revisione delle singole posizioni. In precedenza, non erano stati adottati metodi standard e una una precisa policy per valutare le garanzie immobiliari. Noi cambiammo i periti e i criteri di valutazione».

Alcuni imputati in aula

Per Goffi, a fronte della crisi immobiliare del 2008, «l’errore di fondo è stato quello di non eseguire accantonamenti adeguati. In alcuni casi la banca doveva rispettare i contratti per l’erogazione del credito, in altri no perchè alcune aziende non avevano le caratteristiche per farsi assistere utilmente. Se la banca avesse avuto contezza della situazione e il coraggio di fermarsi, avrebbe risparmiato almeno 600 milioni di euro». Goffi, rispondendo alle domande della procura, ha poi preso in esame le singole operazioni con i privati: dai finanziamenti concessi al gruppo Casale-Degennaro, a quelli erogati alle società collegabili al costruttore anconetano Pietro Lanari («il principale imprenditore di Banca Marche con concessioni da 250 milioni di euro»), passando per il credito alla società pugliese Ciccolella. In quest’ultimo caso, l’ex dg ha ricordato la concessione di un finanziamento da 70 milioni di euro «che dovevano servire nell’ambito delle energie rinnovabili. I bilanci di quel gruppo erano tutti in perdita. Una situazione che ci può essere in caso di start up o di un’azienda appena nata, ma non in altre situazioni. Non era la prassi erogare credito a una società del genere. Non erano state fatte tutte le verifiche del caso». Sul filone Casale-Degennaro, Goffi ha ricordato, a fronte di una richiesta di credito da 6,5 milioni di euro come «l’istruttoria fosse stata leggera e approssimativa e come i bilanci non avrebbero dovuto consentire la concessione. La posizione di Casale-Degennario andava svalutata molto prima del 2012 perchè già non c’era più nulla da prendere».

 

 

 

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