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1854, il lockdown al tempo del colera:
il fuggi fuggi da Ancona
e il ‘confinamento’ degli osimani

LA STORIA rivive con la pandemia del Covid 19 e insegna che nei secoli le misure di contenimento sociale, simili a quelle di oggi, aiutarono a limitare i contagi della peste e a tamponare l'emergenza economica
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Il Crocefisso miracoloso del Duomo di Osimo. Nel corso degli ultimi secoli, ad ogni pestilenza la popolazione si affidò alla mano del Cielo e pregò davanti a questo simulacro per allontanare i contagi (foto Bruno Severini)

 

 

 

Il passato rivive e insegna. La sfida per contrastare la diffusione del Covid 19 oggi prosegue e resta urgente ma la storia racconta che le misure di contenimento sociale non sono un’invenzione del presente ma una modalità piuttosto diffusa nei secoli scorsi per limitare i contagi della peste quando la scienza e la medicina offrivano poche risposte e cure. Nella sua ‘Enciclopedia osimana’, lo storico Massimo Morroni, ad esempio, recupera da documenti antichi notizie di diverse ondate di infezioni da colera che si svilupparono a più riprese ad Osimo dalla metà del 1400 e fino al 1800. Ripercorrendo la storia delle grandi epidemie si scopre che molte dimezzarono la popolazione, altre furono contenute grazie a provvedimenti di chiusura e controllo della città.

Nel 1484, tra metà agosto e novembre per una di queste pestilenze morirono circa 2000 osimani su una popolazione che allora si attestava sui 5000 abitanti mentre nel 1526 gli abitanti della città dei senza testa riuscirono ad evitare le pesanti conseguenze della peste ma la povertà che se conseguì per le coltivazioni lasciate all’incuria nei campi circostanti fu aggravata dalla piaga delle cavallette. Lo racconta agli albori del 1700, Luigi Martorelli. In un passaggio delle ‘Memorie Historiche dell’antichissima e nobile città d’Osimo’ ricorda che nel 1526 mentre in tutta Italia imperversavano le truppe mercenarie di Carlo V contro Francesco I re di Francia «la Provincia (di Ancona) in molti luoghi per la peste patì gran mortalità, ne andò immune questa città (Osimo) da essa: alla quale successe una carestia per li terreni lasciati inculti per scarsezza di chi li coltivasse, sopraggiunge al passaggio degli Eserciti, al malore della peste e alla penuria de grani nel 1527, un esercito volatile di locuste che, tutto ciò che verde era sopra la terra, consumava».

Seguirono altre emergenze epidemiologiche tra il 1600 ed il 1700 dagli effetti più o meno gravi ma fu nel 1836 che grazie al cordone delle misure di prevenzione alzato che Osimo evitò di nuovo il diffondersi del contagio del virus. A raccontare il lockdown del tempo è stato mons. Carlo Grillantini. «Venne stabilito che le funzioni religiose festive si svolgessero contemporaneamente in tutte le chiese in modo tale da evitare gli affollamenti e si provvide a costruire un casotto e una barriera al ponte dell’Aspio per il controllo dei passanti. – scrive lo storico – Al capoposto della barriera furono dati in aiuto 4 fanti, un pedone per le spedizioni (i rifornimenti) e un messo postale. Il lazzaretto fu invece impiantato a Montegallo. Si evitò il peggio e il gonfaloniere Acqua come segno della civica gratitudine per il dono del Cielo fece deliberare al consiglio comunale che, alla vigilia della natività della Madonna (il 7 settembre) ogni anno fosse osservato un digiuno di stretto e magro per 100 anni. E così si fece fino al 1935». In più l’assise cittadina nel 1838, in sede di bilancio, aggiunse al solito contributo annuo per le feste di San Giuseppe da Copertino, altri 100 scudi «perché la cittadinanza intera attribuì alla sua protezione l’essere rimasta del tutto immune da quel terribile morbo asiatico».

Il colera del 1854 invece flagellò Ancora e lambì Osimo che ancora una volta riuscì per tempo a mettersi in sicurezza chiudendo la città e limitando il numero dei contagiati. «Già dai primi mesi del brutto 1854 cominciarono a giungere da Ancona le prime allarmanti segnalazioni. – racconta ancora mons. Grillantini ne ‘La storia di Osimo’ – Il sopraggiungere dei primi calori di giugno fece tanto aumentare i casi di infezione che giornalmente se ne contavano a centinaia. Gli ospedali di Ancona da uno divennero quattro e tutti erano rigurgitanti. Fu un fuggi-fuggi generale. Rimasero sul posto il gonfaloniere Fazioli e il nostro conte Fiorenzi che con lui divideva tante penose cure. Osimo accolse una grande quantità di scappati da Ancona (il Cecconi parla di oltre 200 sui 20mila che invasero un po’ tutta la provincia) ma poi dovette provvedere ai casi suoi». La storia di oggi, insomma, è già stata vissuta. Gli osimani da buoni cristiani intanto «promisero funzioni solenni di impetrazione al Crocefisso Miracoloso del duomo e a San Giuseppe da Copertino – aggiunge don Carlo Grillantini- ma poi subito cominciarono ad applicare le misure del caso: elargizione di sussidi straordinari attraverso le conferenze di San Vincenzo De Paoli; fu fatto obbligo alle filande di non incanalare più nelle pubbliche fogne le acque di rifiuto ma di trasportale lontano con botti chiuse; fu somministrata poi abbondantemente la carne fresca al popolo a 4 baiocchi di libbre (un prezzo a ribasso e calmierato ndr) per evitare che si consumassero carni salate e pesce non sempre freschissime; fu emesso un bando perché in ogni cantina non mancasse mai il vino (questi due ultimi provvedimenti, è detto in un verbale ‘sono presi perché il popolo se sarà meglio nutrito meno andrà soggetto ad infezioni’); furono sospese le fiere di agosto e le rappresentazioni teatrali, fu rifiutato l’asilo ai provenienti da zone infette come Jesi; fu fatta vigilanza alle porte della città e disinfestazione tanto delle persone quando delle loro robe; fu fatto rifornimento assiduo d’acqua dalla Cisterna di piazza».

Fu anche stabilito un aumento di stipendio «al sanitario addetto (240 scudi contro i 220) e disposte aggregazioni a lui di altri medici» le norme igieniche furono notificate a tutti e, d’accordo con il cardinale, fu costruito «un reparto all’ospedale per il ricovero di eventuali colerosi e di un quadrato al cimitero di Passatempo per la sepoltura delle vittime del morbo. Per i casi meno gravi fu prevista la somministrazione di medicine e viveri ai malati a domicilio». Le misure di prevenzione attuate tempestivamente sortirono l’effetto desiderato per la città dei senza testa. «Nonostante le molte centinaia di morti di Ancona e altrove, in Osimo nel luglio del 1855 il morbo si è solo mitemente appalesato – chiude mons. Grillantini – e il 9 settembre dell’anno medesimo non ci furono che 3 casi d’infezione». Per ringraziare ancora una volta la mano del Cielo fu officiato un solennissimo triduo con cerimonia di ringraziamento a San Giuseppe da Copertino in occasione delle feste patronali di settembre.

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