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Bimbi in affido, il Garante:
«Intervenire prima
che i problemi familiari si aggravino»

REPORT di Andrea Nobili su bambini e adolescenti che vivono l’esperienza dell’allontanamento della famiglia d’origine: nel 2019 sono stati 530 gli interventi di affidamento, 8 i casi riferiti a stranieri non accompagnati e 24 quelli relativi a ragazzini con disabilità
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Al centro Andrea Nobili

 

Un’indagine dettagliata su bambini e adolescenti che vivono l’esperienza dell’allontanamento della famiglia d’origine, con particolare riferimento alle realtà dell’affidamento e dei servizi residenziali che operano nelle Marche. E’ quella raccolta nel nuovo report di settore realizzato dall’ufficio del Garante dei diritti, Andrea Nobili, nell’ambito della competenza relativa alla tutela dei minori. Alla presentazione ufficiale, ospitata per motivi di distanziamento nel’aula consiliare di Palazzo Leopardi, hanno partecipato oltre al Garante, il Presidente del Consiglio, Antonio Mastrovincenzo; il dirigente del Servizio politiche sociali della Regione Marche, Giovanni Santarelli; il Presidente del Coordinamento regionale delle comunità educative, Andrea Marangoni, e quello dell’associazione “Famiglie per l’accoglienza”, Massimo Orselli. Presente anche il consigliere regionale, Marzia Malaigia. «Un ringraziamento al Garante – ha esordito Mastrovincenzo – con cui in questi anni abbiamo lavorato intensamente a diversi progetti, soprattutto riferiti al benessere ed alla tutela dei minori. Collaborazione e confronto che abbiamo avuto anche con le associazioni che intervengono direttamente per l’accoglienza. Questo nuovo report, l’ultimo che presentiamo al termine della legislatura, insieme a quanto fatto in questi cinque anni, credo che stia a dimostrare come la figura del Garante abbia riacquistato la sua centralità». In base ai dati raccolti attraverso varie fonti, nel 2019 sono stati 530 gli interventi di affidamento familiare, 8 i casi riferiti a minori stranieri non accompagnati e 24 quelli relativi a bambini e adolescenti con disabilità, a conferma di un andamento costante dal 2015 al 2018. Oltre l’80% degli affidamenti familiari risulta essere di tipo giudiziale, mentre la durata media va dai due ai quattro anni. La fascia prevalente di età è quella compresa tra gli 11 ed i 14 anni. Ogni progetto di affido nasce ed è reso possibile dal coinvolgimento di più soggetti e attori istituzionali, ciascuno dei quali svolge un ruolo preciso all’interno dell’intero percorso. In questo contesto, una risorsa fondamentale è rappresentata dalle “reti” di famiglie affidatarie. Altro discorso va fatto per le comunità. Alla data del 31 dicembre 2019 nella regione Marche hanno operato complessivamente 70 strutture residenziali, che sono riconducibili a 33 enti gestori, la cui natura giuridica è piuttosto varia e articolata (tra cui cooperative sociali, associazioni di volontariato, fondazioni ed enti religiosi). Il numero dei posti autorizzati ammonta a 667, con una percentuale più elevata nella provincia di Pesaro Urbino (39%) e in quella di Macerata (22%) e a seguire quelle di Fermo (19%), Ancona (14%) e Ascoli Piceno (6%). Complessivamente risultano essere 879 i minori ospitati, di cui il 46% di cittadinanza italiana e il 54% di provenienza straniera. Due le comunità terapeutiche, a Macerata e Pesaro, che rivolgono la loro attività ad adolescenti affetti da disturbi comportamentali e da patologie di interesse psichiatrico. Nel 2019 hanno accolto 72 ragazzi. Secondo Nobili l’analisi dei vari dati «conferma che il sistema italiano di tutela è caratterizzato da forme di intervento tardo-riparative. Senza disconoscere il bisogno di azioni di protezione e cura degli stessi minori esposti a situazioni gravemente pregiudizievoli, si deve avere la capacità di intervenire prima, prevenendo l’aggravarsi delle problematiche familiari». Detto questo, il Garante non manca però di evidenziare la positività del sistema di accoglienza nelle Marche, che «ha saputo fronteggiare adeguatamente anche l’emergenza epidemiologica con nessun caso Covid nelle comunità. Nel complesso dobbiamo riconoscere la competenza degli operatori, il valore sociale e solidaristico della rete delle famiglie affidatarie. E’ ovvio che possono esserci dei casi borderline, pensiamo a cosa accaduto di recente in una comunità del territorio regionale, e proprio per questo la vigilanza deve essere puntuale e costante». L’esigenza è quella di un progetto ampio, di un lavoro di rete sociale che veda il coinvolgimento delle istituzioni e degli attori competenti, «a partire – puntualizza Nobili – dai tavoli regionali di confronto già attivati con le autorità giudiziarie e i coordinamenti delle strutture di accoglienza e delle associazioni familiari per l’affidamento, nonché con l’ufficio del Garante».

 

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