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L’abbazia del Conero torna alla Curia:
il tribunale “sfratta” Carletto Gigli

ANCONA – Dopo una battaglia legale durata un decennio, il recanatese che rivendicava l'usucapione di un'ala del monastero è stato condannato a restituire l’immobile. Per la Corte d’Appello, l’edificio è interamente dell’Arcidiocesi
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L’abbazia di San Paolo sul Monte Conero in una veduta aerea

 

di Federica Serfilippi

L’abbazia di San Pietro, sul Monte Conero, torna totalmente nelle mani della Curia arcivescovile. È terminata ieri l’odissea giudiziaria che per 8 anni ha visto sfidarsi, a colpi di perizie e documenti catastali, l’Arcidiocesi di Ancona-Osimo e Carletto Gigli, un recanatese residente nel capoluogo dorico. L’uomo, che nel 2009 aveva ottenuto il diritto di proprietà per usucapione di un’ala del monastero, dovrà lasciare l’immobile, riconosciuto con una sentenza della Corte d’Appello, sezione civile, di proprietà della Curia. La notizia del verdetto, accolta con gioia da tutta la chiesa locale, è arrivata fino al cardinale Menichelli. La parte contesa per quasi un decennio è composta da 7 vani che occupano 350 metri quadrati, divisi su due livelli. Ha un valore commerciale e storico inestimabile, essendo anche sottoposto al vincolo della Soprintendenza. Per un periodo era stata scelta dai monaci per eseguire gli esercizi spirituali. A partire dalla fine della guerra, era stata utilizzata per ospitare le iniziative pastorali, diventando un punto di riferimento per i raduni dell’azione cattolica. Pian piano, l’immobile è stato sempre meno impiegato. Ne avrebbe approfittato Gigli, assistito nella diatriba dall’avvocato Giordano Gagliardini. Il recanatese, nel marzo 2009, aveva ottenuto dal giudice l’assegnazione per usucapione, dopo aver dimostrato, anche attraverso alcuni testimoni, di esserne entrato in possesso da almeno 20 anni. Ovvero, quando – secondo lui – quell’ala dell’abbazia era già stata abbandonata da tempo. Alla Curia, invece, risultava tutt’altro. Ha sempre sostenuto che l’immobile era stato donato nel 1959 da una duchessa romana alla parrocchia di Santa Palazia, a Osimo, facendo diventare l’Arcidiocesi l’unica proprietaria dell’abbazia. Secondo quanto sostenuto, la Curia aveva smesso di utilizzare la chiesa nei primi anni Duemila e non nel periodo indicato dal recanatese che, quindi, ci si sarebbe introdotto clandestinamente. Sull’ala, l’uomo avrebbe fatto importanti interventi di ammodernamento, cambiando sia le serrature che gli infissi. Prima ne avrebbe fatto un ricovero per cani, poi una specie di magazzino. I vani non sarebbero mai stati utilizzati come abitazione. Dopo un primo grado dove il giudice aveva dichiarato inammissibile il ricorso presentato dall’avvocato Paolo Bortoluzzi, la Curia ci ha riprovato e il tribunale l’ha accontentata: Gigli dovrà lasciare l’immobile, perchè la proprietà dell’abbazia è interamente dell’Arcidiocesi. La difesa del recanatese ricorrerà comunque in Cassazione.

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