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Tornare a parlare dopo l’ictus,
la ricercatrice anconetana
dietro alla scoperta

RICERCA - Valentina Fiori è nel team della fondazione Santa Lucia di Roma che studia l'afasia con terapie innovative. I primi risultati pubblicati questa settimana dalla rivista scientifica Frontiers of Neurology. La psicologa: "Stiamo aprendo strade nuove nella riabilitazione linguistica"
sabato 19 Agosto 2017 - Ore 14:46
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A sinistra Valentina Fiori con la professoressa Paola Marangolo (foto dal sito fondazione Santa Lucia)

di Agnese Carnevali

Si chiama Valentina Fiori, ha 33 anni ed è di Ancona. È lei la ricercatrice che nel laboratorio di ricerca sull’afasia della fondazione Santa Lucia, Ircss di Roma, guidato dalla professoressa Paola Marangolo, ha scoperto una nuova via per poter restituire la parola ai pazienti colpiti da ictus e che hanno perso la capacità di produrre e comprendere il linguaggio. «Si tratta di dati preliminari − sottolinea Fiori − ma che aprono strade nuove ed importanti sul fronte della riabilitazione al linguaggio dei pazienti». I risultati dello studio ideato dalla professoressa Marangolo e condotto da Valentina Fiori – una laurea in psicologia nel 2009 a La Sapienza di Roma, il tirocinio all’ospedale regionale Umberto I di Torrette ad Ancona, dove conosce la sua attuale tutor, la professoressa Marangolo, ed ora il dottorato in Neuroscienze a Tor Vergata nel dipartimento del professor Carlo Caltagirone e l’attività di ricerca al Santa Lucia – sono stati pubblicati questa settimana sulla rivista scientifica Frontiers of Neurology. Cosa emerge dunque dai risultati dello studio? Che la riabilitazione del linguaggio passa anche dalla stimolazione del midollo spinale e non solo, come si è ritenuto finora, dalla stimolazione dell’emisfero sinistro del cervello. La stimolazione transcutanea spinale a corrente diretta facilita il recupero, però, solo di particolari parole, ovvero i verbi legati al movimento perché stimolando il midollo spinale, per via ascendente, si attivano le aree sensorali-motorie del cervello. Come si è arrivati a tale scoperta che potrebbe rivoluzionare le metodologie di trattamento dei pazienti afasici, migliorandone la vita? A spiegarlo è proprio Valentina Fiori. «Da sette anni, il mio lavoro di studio consiste nel cercare nuove metodiche di riabilitazione di pazienti afasici, che hanno avuto in genere un ictus che ha lesionato l’emisfero sinistro del cervello, dove risiede il linguaggio, condizione che li tiene chiusi in un mondo tutto loro. In particolare − prosegue − utilizzo la tecnica della Tdcs (la stimolazione transcranica a corrente continua). È una tecnica non invasiva che serve a stimolare aree sane dell’emisfero sinistro del cervello ed abbiamo visto che porta ottimi risultati».

Valentina Fiori

Negli anni, però, la ricerca si è concentrata nel trovare altre aree cerebrali, anche a destra, che potessero aiutare la riconquista del linguaggio. Poi l’intuizione della professoressa Marangolo, supportata anche da alcune tesi del neurologo Alberto Priori, luminare di Milano e dal professor Giovanni Buccino. Stimolare il midollo spinale normalmente considerato la centrale di controllo di attività neurali dove fino ad oggi nessuno aveva ricercato collegamenti con il linguaggio. L’idea è venuta alla professoressa Marangolo, partendo anche da alcuni studi del 2014 del professor Buccino. «Il professore aveva dimostrato – spiega Fiori – che le aree sensoriali-motorie del nostro sistema nervoso si attivano quando chiediamo a un soggetto di elaborare per esempio la parola “penna” e non si attivano se chiediamo di elaborare la parola “nuvola”. Questo perché penna è facilmente correlato a un’azione, lo scrivere, mentre nessuna azione può essere connessa alla parola nuvola. La nostra ricerca è partita anche da qui». E dai primi dati emersi sembra confermare la tesi di Buccino e dare risultati positivi. «I pazienti sono stati sottoposti ad una settimana di stimolazione alla quale è seguita una settimana di stimolazione placebo, ovvero venivano posizionati comunque gli elettrodi, ma non veniva effettuata la stimolazione elettrica − illustra la ricercatrice anconetana −. Dall’analisi dei dati cormportamentali è emerso, appunto, il recupero dei verbi motori da parte dei pazienti». Una scoperta che apre nuove vie alla riabilitazione del linguaggio. Che dà nuove e concrete speranze ai pazienti. «I dati della ricerca offrono possibilità di aiuto pratico ai pazienti che evidenziano situazioni problematiche a seguito dell’evento traumatico vissuto. Essendo molto interessata anche alla psicoterapia ed avendo contatto diretto con i pazienti, ritengo davvero fondamentali i risultati raggiunti. Ho visto i pazienti sempre più invogliati a partecipare alla ricerca». Ma quale sarà il prossimo passo della ricerca? «La strada percorsa dovrà essere meglio indagata, eseguendo, ad esempio, risonanze magnetiche durante la stimolazione per vedere cosa succede a livello cerebrale e continuare a cercare altri siti di stimolazione».

 

 

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