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Morta dopo 8 ore in ospedale,
chiesta la condanna del chirurgo
e un maxi risarcimento da 2 milioni

ANCONA - I familiari della vittima, la jesina Maria Scanzani, hanno chiesto l'indennizzo milionario per il caso di malasanità. La difesa rappresentata dall'avvocato Alessandro Scaloni è certa di poter dimostrare che la paziente è stata trattata con le procedure corrette
martedì 19 Settembre 2017 - Ore 18:54
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L’ospedale di Torrette

di Federica Serfilippi

Nonostante l’urgenza, non avrebbe eseguito l’intervento per ridurre una lesione aortica, poi risultata fatale a una donna di 66 anni: chiesti 10 mesi di reclusione a un cardiochirurgo dell’ospedale di Torrette. La richiesta del pm Marco Pucilli è stata inoltrata questa mattina nell’ambito dell’udienza preliminare del procedimento che vede imputato il medico con l’accusa di omicidio colposo. Il gup non ha preso alcuna decisione. Per la sentenza bisognerà aspettare il 7 novembre. Otto familiari della vittima, la jesina Maria Scanzani, si sono costituti parte civile: chiedono un risarcimento danni che sfiora quasi i 2 milioni di euro. La tragedia della donna si è consumata il 18 settembre 2014. Per quattro ore, secondo quanto risulta dalle indagini, ha atteso invano un’operazione che le avrebbe potuto salvare la vita. Il giorno del dramma si era improvvisamente sentita male, sentendo dei forti dolori al petto mentre si trovava fuori dalla sua abitazione, a Jesi. L’ambulanza, su cui c’era un cardiologo che aveva subito capito la complessità della situazione, si era diretta verso l’ospedale di Torrette. Poco prima delle 14, l’ingresso al pronto soccorso con un codice di massima gravità. Attorno alle 17, la prima diagnosi nel reparto di Cardiochirurgia: “verosimile dissecazione aortica” e “sindrome aortica acuta da aneurisma dell’aorta ascendente”. Dopo un consulto tra specialisti sarebbe stata presa la decisione di operare. Per la procura, non ci sarebbe stato altro tempo da perdere: l’operazione andava eseguita all’istante. In realtà, l’intervento non è mai avvenuto. Alle 21.30, il decesso della donna a seguito di alcune complicanze e dopo oltre quattro ore dalla decisione di intervenire chirurgicamente. Perché si è perso tempo? È la domanda che ha spinto i familiari della vittima a sporgere querela, interessando la procura. Inizialmente, l’inchiesta aveva portato sotto indagine due camici bianchi. Alla fine, una posizione è stata archiviata. Per il pm, il cardiochirurgo che ora rischia la condanna avrebbe peccato di imprudenza e negligenza, perché quell’intervento avrebbe dovuto svolgersi nel più breve tempo possibile. Diversa la ricostruzione della difesa, rappresentata dall’avvocato Alessandro Scaloni: la situazione della donna era da trattare come urgenza e non come emergenza. Dunque, sarebbe stata giustificata la scelta di non intervenire nell’immediatezza.

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