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Nella villa-museo spunta
un arco di San Francesco alle Scale

INCHIESTA – L'abitazione scoperta dai carabinieri conserva un tesoro di reperti. Oltre alle parti strutturali che si presumono arrivare dalla chiesa distrutta di San Pietro, le foto indicano con certezza che nella ristrutturazione della casa sono stati utilizzati anche elementi decorativi dalla chiesa gotica
lunedì 20 Novembre 2017 - Ore 21:30
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L’incorniciatura in stile romanico-gotico fiorito del portale interno all’ambiente chiostro della casa delle Palombare, se si confronta col fregio arcuato di San Francesco alle Scale è evidente la corripsondenza

Il fregio arcuato attualmente sul fianco destro della Chiesa di San Francesco alle Scale

 

di Giampaolo Milzi

C’è da ricercare, esaminare, studiare, un grande lavoro per gli esperti della Soprintendenza. La casa-museo di via delle Palombare può – speriamo dovrà – riservare certezze e altre concrete sorprese. Certezze sulla precisa provenienza dei reperti artistici e architettonici di cui è strutturalmente costituita. Un primo contributo di spessore arriva dalla archeologa Ciuccarelli. Il “pezzo” più antico, 2000 anni di età, ovvero il mosaico sequestrato nell’ambiente aperto dall’aspetto di chiostro, è un grande frammento lapideo rettangolare di pavimentazione d’epoca romana imperiale, appartenente ad una grande “domus”. E costituito da tessere di spessore piuttosto grande, di colore nero e bianco (in pietra calcarea quelle bianche), che compongono un disegno geometrico. Fasce nere si incrociano in modo ortogonale dando vita a quattro quadrati con altrettanti quadrati al loro interno. “Che si tratti di una parte di pavimentazione di una casa romana, probabilmente collocata un tempo vicino ad una chiesa di Ancona, lo desumiamo dalla tipologia e dal formato delle tessere, molto simili a quelle usate in una pavimentazione di una “domus” venuta alla luce ad Ostia”, ha detto stamane la Ciuccarelli in conferenza stampa. (di fronte alla chiesa di San Pietro erano venuti fuori dei mosaici del I secolo, con vasti ambienti con mosaici di domus ad angolo tra via Matas e via Fanti è palazzo Panzini, realizzato sopra una grande quantità di reperti romani).

Il mosaico romano di epoca imperiale ritrovato nell’abitazione

Alcuni contributi di ricerca è in grado già di fornirli l’Urlo Indiana Jones Team. Che si è avvalso e si avvale nelle sue ricerche della consulenza di due eminenti studiosi e pubblicisti della storia di Ancona, l’ex dipendente dell’assessorato alla Cultura, Giuseppe Barbone, e l’architetto Massimo Di Matteo. Il team di Urlo aveva avuto già dei contatti con l’Ntpc dei carabinieri nei mesi scorsi e renderà noto l’esito dei suoi studi alla Soprintendenza. La certezza di partenza è che tutto il materiale repertato della casa-museo proviene dalle macerie in cui era ridotto il centro storico di Ancona nell’immediato dopoguerra. Di sicuro buona parte dei reperti si trovava nella chiesa romanica di San Pietro, quasi del tutto rasa al suolo dai bombardamenti aerei, si ipotizza che altri possano provenire dalla Chiesa di Santa Maria in Porta Cipriana, poi Sant’Anna dei Greci, anch’essa spazzata via dagli eventi bellici, che sorgeva in via Birarelli dov’è ora una delle sedi dell’Inrca. Indagata speciale, la Chiesa di San Pietro, anche perché, tra le fonti che diedero origine alla ormai ex leggenda metropolitana della casa-museo delle Palombare, c’è quella autorevolissima dell’architetto Vincenzo Pirani, forse il più grande esperto della storia di Ancona, soprattutto ecclesiastica, molto attivo durante la seconda metà del ‘900 (scomparso intorno al 1990). Fu lui, nel 1989, nel corso di una conferenza pubblica su San Pietro, ad accennare a degli importantissimi reperti conservati in una casa alle Palombare, appunto. E fu lui a compiere un corposo studio su quell’edificio di culto, così popolare, andato perduto. A collezionare fotografie, cartine e scrivere appunti. E quasi certo che Pirani conobbe il prof. anconetano Gustavo Giorgi (1911 – 2001), originario proprietario della casa che poi trasformò in museo. Un personaggio straordinario, Giorgi, che sembra lavorasse presso qualche istituzione culturale, un appassionatissimo ricercatore. Di alcuni appunti di Pirani venne in possesso Giuseppe Barbone, esperto di araldica, che ha identificato e sta tentando di identificare alcuni degli stemmi presenti nella casa-museo. Barbone: “Uno di questi è della famiglia nobiliare dei Senili, è il cosiddetto stemma parlante che raffigura un vecchio barbuto. La famiglia Senili aveva un giuspatronato su una cappella laterale della chiesa di San Pietro, con grandissima probabilità lo stemma ne era un ornamento”.

Lo stemma della nobile famiglia dei Toroleoni o Toriglioni

Sempre dalle ricerche del consulente dell’Urlo Team, Barbone, risulta che un altro stemma, costituito da bande ondate delimitate di color azzurro ed oro, è quello di un altro nobile casato anconetano, il casato dei Toroleoni, più noti come Toriglioni, ma non è dato sapere dove lo trovò Giorgi. Ancora Barbone, nel suo saggio “Il guerriero d’oro armato di spada sul cavallo corrente e lo stemma della città di Ancona” (edito da Canonici, 2009) pubblica una fotografia, ricevuta da Pirani, del bellissimo, integro e antico simbolo della libera municipalità anconitana rinvenuto nella casa delle Palombare. Si tratta di uno “stemma su scudo ancile entro elaborato cartiglio, datato in basso 1583, su bassorilievo in pietra calcarea”, scrive a pag. 83 Barbone. Risale invece probabilmente al XV secolo l’altro stemma del Comune dorico repertato dai carabinieri, su lastra di pietra d’Istria purtroppo non del tutto integra. Ignota la collocazione originaria dei due reperti.
Un altro fondamentale contributo alla ricerca in atto, è frutto dell’acuto spirito di osservazione dell’architetto Massimo di Matteo.

La targa lapidea settecentesca dove si citano le famiglie Giorgi e Bonda o Bona

Riguarda l’arcone fregiato in pietra presente nell’ambiente chiostro (più della metà dell’originale) in stile romanico-gotico fiorito. Di Matteo l’ha confrontato col fregio arcuato in pietra che è sono tuttora presente lungo il fianco destro della chiesa di San Francesco alle Scale, sovrastante un finestrone poi tamponato con mattone: i due reperti coincidono perfettamente, dunque quello delle Palombare proviene da San Francesco alle Scale. Infine, molto importante, la targa in pietra presente nell’ambiente chiostro: datata 1796, deteriorata, riporta alcune scritte indecifrabili, tranne che per quanto riguarda la chiara lettura dei cognomi “Giorgi” e “Bonda”, o “Bona”. Giorgi, già, lo stesso cognome del prof. Gustavo Giorgi, il costruttore della casa-museo. Fortissima l’ipotesi – secondo Barbone – che il prof. Gustavo discendesse dall’antica famiglia nobiliare dei Giorgi, imparentata con altre due famiglie blasonate di Ancona, quella dei Bonda e quella dei Bona, e come esse di origine ragusina, trasferitesi cioé da Ragusa, attuale Dubrovnik, ad Ancona.

Gli archi a confronto, a sinistra quello di San Francesco alle Scale, a destra quello ritrovato nell’abitazione scoperta dai carabinieri

 

La villa-museo sarà vincolata e resa visibile al pubblico

Scoperta la villa costruita con i reperti dell’Ancona antica distrutta dai bombardamenti

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