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Amianto a Paterno,
indagano i carabinieri

ANCONA – La famiglia con una bimba di 3 anni è costretta a convivere con l'eternit di una proprietà comunale sotto casa. L'esposto della coppia ha messo in moto le indagini dei militari della stazione di Collemarino, che stanno acquisendo informazioni con gli uffici comunali interessati dal caso
mercoledì 29 Novembre 2017 - Ore 12:52
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Uno dei due capanni con copertura in eternit realizzati su proprietà comunale, direttamente sotto al balcone della famiglia che da tempo ne chiede inutilmente la bonifica

di Giampaolo Milzi

Entrano in scena i carabinieri e si aspettano risposte chiare dal Comune per fare chiarezza sull’eco-giallo dei due fabbricati parzialmente imbottiti di amianto che da un anno e mezzo rappresentano un incubo per due genitori di una bimba di 3 anni residenti a Paterno. Come annunciato in un articolo di Cronache Ancona (pubblicato il 15 novembre 2017), la signora Claudia Pesarini e il suo compagno, residenti al civico 29 della frazione anconetana, hanno presentato un esposto ai militari dell’Arma. Una sorta di ultima spiaggia, dopo una serie infinita di telefonate e lettere (la prima segnalazione, all’Asur, risale al 2 maggio 2016) indirizzate soprattutto al sindaco Valeria Mancinelli e ai responsabili di vari comparti dell’Amministrazione comunale affinché chi di dovere risolva finalmente il problema. Già, un problema vero. “I due manufatti in muratura con copertura in travi di legno e in onduline di eternit (costituite da fibre di amianto, ndr.), insistono su proprietà comunale, sono in pessime condizioni, apparentemente inutilizzati (…)”. E’ la sezione Edilizia-Ambiente della polizia municipale a sostenerlo il 12 dicembre di un anno fa – dopo un sopralluogo sul posto seguito alla prima verifica Asur – in una missiva inviata al Sui (Sportello unico integrato) del Comune. La proprietà comunale cui fanno riferimento i vigili urbani è una porzione della strada comunale, appunto, che passa proprio sotto una delle finestre sul retro dell’abitazione della famiglia paternese. Una famiglia “sull’orlo di una crisi di nervi”, sempre più preoccupata che da quella finestra entrino in casa polveri di asbesto cancerogene disperse dalle due strutture fatiscenti. Una famiglia sempre più stressata dal silenzio del Comune e dalle sue risposte evasive e fumose. Un quadro di “burocratese” che evidenzia un passaggio, o meglio un rimpallo di competenze interno al Comune. Un intricato ginepraio in cui dal 16 novembre scorso si stanno addentrando i carabinieri, che hanno chiesto formalmente informazioni al Comune. E pare abbiano comprovato una certezza già ammessa dallo stesso Comune: i due capannoni “inquisiti” sono fantasma, ovvero non ve n’è traccia nel catasto comunale, ergo sono al 99% abusivi, realizzati da chissà chi, molti anni fa, senza licenze di sorta e senza aver poi beneficiato di alcuna manutenzione. Studiando il carteggio interno alla macchina burocratica di Palazzo del Popolo, è proprio “a Palazzo” che nei giorni scorsi si sono rivolti i militari – precisamente quelli della stazione di Collemarino, agli ordini del comandante Giuseppe Colasanto – con una lettera piena di interrogativi, anche questa lettera ancora senza risposta. Ma a chi hanno scritto i carabinieri? Nulla di ufficiale da parte del Comune. Ma da fonti bene informate è molto probabile che siano tre i settori amministrativi chiamati in causa: la Direzione Lavori pubblici e riqualificazione urbana e quella Manutenzione, rette la prima direttamente, la seconda ad interim, dall’ing. Ermanno Frontaloni; il già citato Sui-Sportello unico integrato Suap e Suep (Gestione edilizia residenziale privata, produttività e commercio) diretto dall’architetto Giacomo Circelli. Quanto alla Direzione pianificazione urbanistica-edilizia pubblica, sotto la responsabilità dell’architetto Claudio Centanni, ha già reso noto che dei due capannoni a rischio amianto nocivo non vi è traccia nel registro degli immobili comunali.
Ma tant’è, poiché la strada su cui insistono è comunale, una volta esperita la prova del nove sul fatto che siano stati eretti in modo piratesco, la legge prevede che sia il Comune a prendere atto dell’abuso edilizio e ad attuare le procedure finalizzate alla loro rimozione. E dovrebbe essere sempre il Comune, avvalendosi di tecnici specializzati (probabilmente quelli dell’Agenzia regionale di protezione ambientale Marche – Arpam) a valutare quanto sia alto il rischio di contaminazione ambientale da polveri d’asbesto prodotte dalle coperture in eternit in disfacimento.

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