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Un delitto irrisolto
per raccontare il lato oscuro di Ancona
dall’Armistizio al Dopoguerra

LIBRO - È il filo rosso che attraversa La zarina del porto, il primo romanzo di Roberto Sopranzi, che sveste i panni del giornalista per indossare quelli dello scrittore. Attraverso le vicende del marinaio napoletano Antonio e della prostituta e contrabbandiera anconetana Maria si legge la grande storia e come essa abbia toccato la città, all'indomani dei bombardamenti del '43 fino agli anni '50
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Il giornalista e scrittore, Roberto Sopranzi, nella redazione di Cronache Ancona

 

Roberto Sopranzi, durante la presentazione del suo libro alla Loggia dei Mercanti ad Ancona, il 9 novembre (foto Giusy Marinelli)

 

di Agnese Carnevali

La storia di Ancona, all’indomani dell’armistizio e dei bombardamenti del ’43 fino agli anni ’50, che emerge e si delinea attraverso le vicende di Antonio, giovanissimo marinaio napoletano sbandato, e Maria, popolana anconetana dedita alla prostituzione ed al contrabbando. Un delitto brutale ed il concetto del dubbio, elemento non nuovo ma efficace. Sono gli elementi che costituiscono l’ossatura de La zarina del porto (Affinità elettive), primo romanzo di Roberto Sopranzi, che dopo anni da cronista e poi da caporedattore, fino a diventare il coordinatore delle Marche per Il Messaggero, si cimenta – con abilità e con successo, visti anche i numeri di copie vendute (il volume è già alla seconda ristampa) – nella professione di scrittore. Panni nuovi, che indossa comodamente, nonostante la professione di giornalista «non la si abbandoni mai. Smetti di esercitare quella sul campo, ma giornalista lo si resta per sempre». Ma è stato proprio l’aver posato la penna da cronista a consentire a Sopranzi di impugnare quella di scrittore.

Come nasce La zarina del porto?

«Da una pagina di giornale, la rubrica storico-culturale della domenica dell’edizione locale de Il MessaggeroAcque e Lune e da un suo articolo, firmato da Antonio Luccarini nel quale il professore rievocava il delitto di Lauretta Pieristè, prostituta e donne coinvolta nel traffico di contrabbando, avvenuto negli anni ’50 ad Ancona. La storia del libro si ispira liberamente a questa vicenda. Ho capito subito, leggendo il pezzo, che c’erano tutti gli elementi della materia letteraria. L’idea l’avevo archiviata perché ero troppo assorbito dal lavoro. Poi, i ritmi più rilassati della pensione mi hanno permesso di riorganizzare le idee e di scrivere».

Una gestazione lunga.

«Affatto. Quando mi sono messo alla testiera del pc avevo già tutto in testa, come sempre quando scrivo, che sia cronaca o narrativa, le parole fluiscono e non si deve arrestare il flusso. Non soffro della sindrome della pagina bianca. In un mese il manoscritto era pronto. Certo poi una volta che si è deciso per la pubblicazione, il lavoro di revisione ed editing è stato minuzioso. Il romanzo nasceva in prima persona, una libertà della quale non puoi godere durante la professione, raccontato dalla voce di Antonio. Ma lo stile alto della scrittura strideva con l’estrazione popolare del protagonista, così insieme all’editore abbiamo scelto la terza persona, pur mantenendo la prospettiva di Antonio».

Un delitto al centro della vicenda, l’assassinio di Maria. Un sospettato, Antonio, che finisce sotto processo, eppure tu non ami definire La Zarina del porto un giallo.

«Sì direi che è un romanzo storico, non in senso documentaristico, ma è un romanzo storico. Perché attraverso vicende private, la vita di Antonio e Maria, la loro relazione, si può leggere la grande storia e come questa abbia toccato Ancona, anche da un punto di vista sociale. Volevo portare i miei lettori sotto la prima bomba devastante del 3 novembre del ’43, pur non scendendo nei dettagli della grande tragedia che fu. E poi il diffondersi del contrabbando in Adriatico, vista come attività illegale, ma in un certo senso degna di una giustificazione morale. Chi la compiva la considerava come un risarcimento rispetto a tutto quello che aveva perduto. Non è un’assoluzione in toto, ma un aspetto da considerare. Ho voluto che i miei personaggi mantenessero questa umanità. Insomma, molto è racchiuso nella citazione di Erskine Caldwell, grande giornalista e scrittore, all’inizio del libro: “Tutto quello che volevo fare era scrivere una storia, e raccontarla al meglio delle mie capacità”. Una storia vicina a chi legge e non autoreferenziale».

Prima della citazione, la dedica a Dario Beni jr, perché?

«Perché fece di me un cronista, come ho scritto, facendomi capocronista a 29 anni, quando la media era 50. Ma anche e soprattutto perché fu un direttore coraggioso e rivoluzionario. Non solo fece risorgere dalle ceneri La voce Adriatica che poi divenne il Corriere Adriatico, ma anche perché tenne sempre aperto il giornale durante il terremoto, tenne aperte le rotative, nonostante i pericoli, svolgendo una funzione sociale di grande utilità per la popolazione, in un’epoca in cui esisteva solo il giornale».

Visto il successo de La zarina del porto, proseguirai sulla strada dello scrittore?

«Per pubblicare un libro bisogna essere in due, l’editore deve credere nella storia, io di idee ne ho. Dunque vedremo. Di certo ho già molti libri chiusi nel cassetto, due romanzi ed una raccolta di racconti. Uno dei due romanzi il lavoro a cui tengo di più. Una storia contemporanea. Un romanzo sull’Ancona dei primi anni del Terzo millennio, tra il 2002 ed il 2006, il periodo dell’illusione del secondo “Rinascimento anconetano” con la riapertura del Teatro delle Muse».

 

 

 

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