facebook rss

Soli e poveri, ma non abbandonati:
quante vite nella Casa Zaccheo

ANCONA – Dall’anconetano giramondo che ora si trova a vivere di lavoretti, al gambiano in fuga dalla sua patria, dove sogna di tornare da uomo libero. Storie di povertà e solitudine sempre più numerose si intrecciano nella comunità di seconda accoglienza del Centro Beato Ferretti di via Astagno
Print Friendly, PDF & Email

Il centro Beato Ferretti di via Astagno

 

di Marco Benedettelli

Franco e Dawda, nomi di fantasia, il primo è italiano di Ancona, cinquantenne inoltrato. Il secondo è gambiano di Birkama, quasi trentenne. Sono due persone che hanno molto viaggiato, anche se spinti da necessità diverse, e che ora vivono uno stesso destino, ospiti del Centro Beato Ferretti di via Astagno. Franco cena ogni sera alla mensa della Caritas assieme ad altre quaranta persone con disagi economici. Va avanti con il sussidio di invalidità da 280 euro al mese e una borsa lavoro del Comune da 150 euro al mese dopo aver avuto, in passato, alcuni problemi psichiatrici. Dawda vive al piano superiore del Centro Ferretti,nella Casa Zaccheo, la struttura di seconda accoglienza che dà un tetto e un pasto a undici persone senza dimora impegnate in un percorso verso l’autonomia. È un richiedente asilo in attesa di capire se il suo permesso di soggiorno sarà rinnovato e non ha nulla. Le loro sono due delle centinaia di storie che si incontrano nell’ex convento gestito dall’associazione Santissima Annunziata, in cima a Capodimonte, uno dei fari della solidarietà cittadina, punto di ritrovo di italiani e migranti accomunati dalla stessa vita ai confini della normalità sociale. Franco è nato e cresciuto ad Ancona, quartiere Piano San Lazzaro. «La mattina faccio assistenza in una piscina, il pomeriggio guardo la tv e poi vengo a mangiare in mensa. È tutta gente tranquilla, gentile. Non cerco grandi emozioni, ho passato una vita molto avventurosa, ho viaggiato tanto. Asia, Paesi Arabi, Europa, Giappone, Australia… poi ho avuto una crisi, problemi psichiatrici, sono dovuto tornare per curarmi e sono guarito. Non mi sono rimasti parenti prossimi in Ancona, sono piuttosto solo. Ora voglio stare tranquillo, sereno». Il suo sogno è andare a New York: «Dopo aver visto tutto il mondo desidero mettere piede fra quei grattacieli. Ma non è facile racimolare i soldi», scherza. Pelle ammantata di tatuaggi esotici, collane di pietre screziate, indole cordiale e ridanciana, Franco racconta la sua vita come fosse una sceneggiatura e pone il giusto accento su ogni punto di passaggio, ogni soglia. Figlio di una sarta e di un ferroviere, da ragazzo frequento il Classico: «Alle medie ero bravo, ma poi mi è passata voglia di studiare. Non mi trovavo bene in quel liceo, troppi ‘benpensanti’. Io arrivavo in cortile in Vespa, capelli lunghi al vento. E i sabati andavo sempre a ballare, giravo fra Baia degli Angeli, Melody Mecca, Typhoon, ero un grande appassionato di musica dance». Presa la maturità e liquidata la naia, nell’84 Franco va a Rimini per fare il bagnino. «Che anni! Chi non li ha vissuti non può capire. Ero un playboy scatenato. Poi ho conosciuto una ragazza di Ancona, ci siamo subito innamorati e sono tornato a casa, lavoravo nella distribuzione di giornali. Con la mia ex siamo stati insieme tredici anni… ma io sono sempre stato un malandrino: l’ho tradita. E lei non mi ha mai perdonato. Mentre ci lasciavamo sono morti i miei genitori e ho perso il lavoro, a quel punto non mi restava altro che partire». Franco così prende i suoi risparmi e per dieci anni gira il mondo «da mezzo vagabondo», racconta. «Ricordo Bangkok, Berlino, l’Indocina. Mi arrangiavo con mille lavoretti, ospite spesso di mense per senza tetto come quella di via Astagno. Potrei parlare tanto di quel periodo». Finché Franco perde la salute e per una serie di vicende torna ad Ancona, dove per tre anni resta in una comunità di riabilitazione psichiatrica. «Ora però sto bene – spiega – mi sento a mio agio in mensa e coi miei amici. La mia vita m’ha dato tanto, ma gli anni migliori che ho passato sono stati con la mia ex fidanzata, sono stati i più belli di tutti, più di quelli in viaggio per il mondo» racconta, mentre i lineamenti del suo volto rotondo si curvano in un sorriso di tenerezza e forse di nostalgia riconoscente. Dawda invece è del Gambia. È sbarcato in Sicilia quattro anni fa dopo un viaggio attraverso Mali, Libia e Mediterraneo che preferisce non rammentare: troppi traumi, troppi ricordi spaventosi. Ora è ospite da un anno in Casa Zaccheo, vi è approdato con la mediazione della Caritas dopo essere stato per tre anni in un progetto di accoglienza ad Osimo che lo scorso anno ha dovuto abbandonare dinnanzi al secondo diniego della sua domanda d’asilo. Il suo tempo lì era scaduto e l’unica prospettiva rimasta, a quel punto, era la strada. Ma per fortuna in via Astagno ha trovato una nuova a casa ed ora è in attesa di capire come procederà il suo ricorso per la domanda d’asilo. «Sono scappato dal Gambia per una brutta storia capitata a mio fratello, perseguitato da poliziotti corrotti dopo essersi accorto di uno scandalo di malaffare. È successo che hanno iniziato a dare la caccia anche a me», spiega ancora impaurito, reticente, in un italiano insicuro. Vorrebbe trovare lavoro, ma è dura. Sinora ho trovato degli impieghi come addetto alle pulizie allo Street food al porto. «Sì, mi sento molto solo, non ho amici. L’Italia non è come me la immaginavo. Per fortuna ho trovato questa casa. Vorrei tornare in Gambia, ma non posso. Là mi stanno ancora cercando». Non è felice e non è sereno. Il suo sguardo però si illumina quando nomina la sua patria: «Sì un giorno sarà bello camminare per la mia città». Ma il destino intanto lo immobilizza lontano migliaia di chilometri dal fulcro dei suoi sogni.

Senza casa, lavoro né un pasto, al Centro Beato Ferretti l’ultima frontiera della povertà

 

Nelle Marche uno su tre è precario a meno di 11mila euro all’anno Barbaresi: «Contro la povertà serve il lavoro»

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Torna alla home page



X