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Madre e figlio siriani bloccati al porto,
dopo ventiquattr’ore riconosciuti
come richiedenti asilo

ANCONA - L'odissea iniziata ieri si è conclusa nel tardo pomeriggio di oggi con il trasferimento di mamma e bimbo di 3 anni, insieme ad un'altra donna partita con loro, in una struttura per rifugiati al Piano. Prima l’arresto per contraffazione di documenti e ricettazione e lo spetto del reimbarco, poi la sistemazione in un alloggio protetto
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Valentina Giuliodori, della “Ambasciata dei diritti”, con Amir Alsaka, di Damasco, il giovane che ha viaggiato con le due siriane e il bimbo profughi e ha tenuto loro compagnia dura

 

di Giampaolo Milzi

È durata 24 ore l’avventura al porto di Ancona di una donna con in braccio il figlio di 3 anni e di un sua amica in fuga dalla Siria ancora in parte devastata dalla guerra civile. Un’avventura evolutasi in ossequio alla Giustizia internazionale e nazionale, da possibile dramma nel dramma, con rischio di essere rispedite in Grecia da dove erano salpate, al riconoscimento nei loro confronti di richiedenti asilo. Le due giovani arabe e il bambino sono ora al sicuro in una struttura d’accoglienza della cooperativa Coos Marche nel quartiere Piano San Lazzaro di Ancona e sperano davvero in un futuro di pace e serenità.
Una vicenda complessa e intricata, dipanatasi con qualche colpo di scena. Adina e Amila (i nomi sono di fantasia) erano approdate nello scalo dorico ieri (26 novembre) introno alle 17. Scese dalla nave giunta da Patrasso, erano incappate in un controllo a campione della polizia di frontiera in area Schengen. E accompagnate presso il presidio di accertamento nei pressi della sede dell’Autorità portuale. In lacrime, chiaramente provate dallo stress, da lì erano state trasferite nella vicina sede della polizia marittima. Qui, intensificati gli accertamenti attraverso controlli effettuati al computer col database internazionale, gli agenti avevano avuto la conferma di ciò che sospettavano: i due passaporti danesi esibiti dalle donne, a prima vista regolari, risultavano in realtà modificati artatamente nella parte riguardante le generalità. E così, consultato il magistrato di turno, il sostituto procuratore Serena Bizzarri, nei loro confronti era scattata la misura d’arresto (un atto obbligatorio per legge in questi casi) con l’accusa per entrambe di contraffazione di titolo di viaggio e ricettazione dello stesso, risultato rubato.

Le due, in realtà, come si è poi accertato profughe di guerra, durante i colloqui con la Polizia marittima, erano state assistite da un traduttore libanese – perfettamente in grado di parlare la loro lingua, l’arabo – che abitualmente collabora con le forze dell’ordine del porto quando si rende necessario, il quale aveva anche spiegato alle due amiche che erano nelle condizioni di presentare una richiesta per beneficiare di una misura di protezione internazionale. Adina e Amila, forse perché incapaci di sostenere la loro estrema situazione di agitazione e sofferenza interiore, oltre che spaventate per la profilatasi esperienza di un processo (già fissato per stamattina con formula direttissima), stamattina avevano però rifiutato l’pozione “umanitaria” ed espresso la volontà di tornare in Grecia. Da qui la prospettiva, in prima battuta, della trasformazione della misura d’arresto in misura di riaccompagnamento coatto e il reimbarco sulla prima nave in partenza per Patrasso. Cosa effettivamente avvenuta.

LA SVOLTA. Poi, intorno alle 12,30, con le due donne e il bimbo già chiusi in una stanza del traghetto, la svolta. Maturata attraverso vari sms scambiati al cellulare fra Adina e Amila col marito della prima, anche lui siriano, residente in Gemania, e alcune amiche probabilmente rimaste nella loro comune città di provenienza, Homs, una della più martoriate dal conflitto. Sms smistati tra tutte le parti dall’avvocato del foro di Ancona Mary Basconi, che stamattina aveva raggiunto la sede della polizia marittima sollecitata da una telefonata ricevuta da una persona molto vicina alle due migranti. Fondamentale il ruolo svolto dalla Germania dal marito di Adina, la mamma mai separatasi dal figlioletto, il quale ha convinto lei e l’accompagnatrice a cambiare idea e a chiedere la misura di protezione, in concreto lo status di rifugiate. Dopo alcuni interminabili minuti di tensione – in cui si temeva che le nave potesse ripartire con le due donne e il bimbo – la situazione è rimasta congelata, anche per l’arrivo da Pesaro in porto dello staff dell’associazione “Incontri per la democrazia”, convenzionata con la Prefettura per l’assistenza a soggetti aspiranti a misure di protezione internazionale. Staff, costituito dalla presidente Cristina Cecchini, da due traduttori stranieri e dalla psicologa-mediatrice culturale Sabrina Dini. Presente già da un paio d‘ore sul posto in qualità di osservatrice l’operatrice umanitaria anconetana Valentina Giuliodori, della “Ambasciata dei diritti”. Poiché Adina e Amila avevano fatto sapere via cellulare di voler sbarcare dalla nave, la procedura è cambiata secondo quanto prevede la normativa nazionale e internazionale. Le due, di nuovo a terra col bimbo, hanno avuto un lungo colloquio in una sala riservata con la dottoressa Cecchini presidente di “Incontri per la democrazia” e quindi, con l’ausilio degli interpreti, hanno compilato il modello C3 per ottenere la misura di protezione e la domanda è stata ammessa.
Dai colloqui avvenuti coi vari interlocutori si è delineata la tragedia personale vissuta negli ultimi tempi dalle due donne, entrambe laureate in lingua araba ma disoccupate.
La mamma, 21 anni, e l’amica, di 27, erano fortunosamente arrivate a Patrasso per lasciarsi alle spalle gli orrori di Homs, una città ridotta in gran parte in macerie, priva di servizi essenziali e dove in tanti, troppi, rischiano la vita per vendette o vengono perseguitati duramente. Peraltro le due sventurate hanno pienamente collaborato con la polizia marittima: per quei passaporti contraffatti – acquistati da uno sfruttatore senza scrupoli (sembra a Patrasso) – hanno pagato una fortuna, 2000 euro a testa; poi un giovane siriano di Damasco, incontrato all’imbarco per Ancona nel porto greco, si era offerto di dare loro un passaggio in auto per salire a bordo del traghetto. Amir Alsaka, questo il nome del 29enne siriano, rifugiato da tempo, avrebbe poi dovuto proseguire per Ginevra, in Svizzera, dove gestisce una ditta di import-export di prodotti alimentari. Ma è rimasto sempre nello scalo, solidale, per tenere compagnia e rinfrancare in qualche modo le due siriane durante questa loro snervante esperienza. Intorno alle 17,30 di oggi, concluse le modalità di compilazione del modello C3, su disposizione della Prefettura Adina e Amila sono state affidate alla Coos Marche e quindi alloggiate in un appartamento destinato a richiedenti asilo. Da stasera inizierà l’attesa per il compimento dell’iter, quasi scontato, per il riconoscimento del diritto d’asilo, previa smaltimento delle procedure e delle “interviste” presso la commissione specializzata della Prefettura. Le due donne sono libere, ma nei loro confronti restano ipotizzati i reati di contraffazione di passaporto e ricettazione. Un’accusa formale, che, una volta arrivato il giorno del processo, potrebbero essere svuotata di sostanza dal giudice di turno proprio in considerazione dei gravi motivi di ordine umanitario che hanno spinto le indagate/richiedenti asilo a giocarsi la carta italiana. Passando, va sottolineato, per un’Ancona che – grazie alla piena collaborazione tra istituzioni, forze dell’ordine, “Incontri per la democrazia” e “Ambasciata dei diritti” – si è davvero dimostrata ancora una vera Porta d’Oriente.

Madre e figlio siriani bloccati in porto

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