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Cinghiali e danni, Lac Marche:
“La strategia risolutiva è antica”

ANCONA - Secondo Danilo Baldini, delegato della Lega anti caccia per le Marche, l'assessore regionale Pieroni starebbe cavalcando l'onda emotiva della tragedia di Lodi "per coprire e giustificare il completo fallimento della loro pianificazione venatoria e della gestione del territorio agro-silvo-pastorale”
martedì 8 Gennaio 2019 - Ore 09:50
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Dopo l’incidente mortale avvenuto sull’autostrada A1 nei pressi di Lodi e causato da un branco di cinghiali, si è immediatamente riacceso il dibattito sugli organi di informazione e in rete sulla gestione di questa specie. “Bisogna dire però che quella del cinghiale rappresenta una precisa, calcolata e pianificata ‘strategia di conquista’ del territorio da parte del mondo venatorio che viene da lontano. Già 25 – 30 anni fa, infatti, – spiega in una nota stampa Danilo Baldini, delegato Lac per le Marche – si cominciava a discuterne in questi termini nelle Marche, come nelle vicine Umbria e Toscana, da dove questo ‘fenomeno’ ha avuto inizio, con l’immissione da parte delle associazioni venatorie della specie dell’Est Europa, fatta poi incrociare a proposito con i maiali, per creare un ibrido particolarmente vorace, grosso e prolifico, in grado di adattarsi e di propagarsi in breve tempo nel territorio. Tutto ciò ad esclusivo beneficio dei cacciatori, che ne avrebbero poi rivenduto la carne ai mattatoi ed ai ristoranti di cacciagione, unendo quindi l’utile al dilettevole, ma molto meno degli agricoltori e di chi per spostarsi è costretto ad usare l’auto o la moto, ossia in pratica di tutto il resto della popolazione”.

Secondo la Lac fino ad allora, in Italia, il cinghiale era presente solo in Sardegna e nella Maremma toscana e laziale con la sottospecie italica, molto più piccola e meno prolifica e perfettamente integrata da sempre nel suo habitat naturale. “Fino a 30 anni fa, quindi, il cinghiale non rappresentava un problema per nessuno e difatti nessun giornale e nessun Tg ne parlava, tantomeno con i termini allarmistici usati oggi. – sottolinea Baldini – Poi l’uomo-cacciatore comprese che se voleva continuare a cacciare in quei territori, dove aveva cacciato indisturbato fino ad allora e che, sull’onda di un crescente ambientalismo ed animalismo, gli venivano a mano a mano sottratti, con l’istituzione di nuovi parchi nazionali e regionali, riserve naturali, oasi faunistiche ecc…, avrebbe dovuto ‘inventarsi’ un ‘Cavallo di Troia’, in grado sia di fargli riconquistare il territorio perduto, ma al tempo stesso anche di riassegnargli quel ruolo ‘socialmente utile’ tanto favoleggiato sin dai tempi di Cappuccetto Rosso. Per arrivare a questo risultato, era necessario però ‘creare’, come nel laboratorio del dott. Frankestein, una specie particolarmente invasiva e prolifica, in grado di produrre enormi danni alle colture agricole, ma anche di causare gravi incidenti stradali, coinvolgendo quindi nel ‘progetto’ le associazioni agricole, direttamente danneggiate, ma indirettamente tutta la popolazione, visto che tutti ci spostiamo in auto o in moto per lavoro o per viaggiare e quindi chiunque può, prima o poi, essere coinvolto in un incidente causato da un branco di cinghiali”.

Secondo l’associazione animalista “il resto lo hanno fatto poi i nostri politici ed amministratori regionali con una gestione faunistica volutamente dissennata e sbilanciata in funzione pro-venatoria, che pretende sempre maggiori spazi e tempi dilazionati per cacciare questa specie, ben sapendo che, in base a tutti gli studi scientifici ed ai censimenti faunistici, più essa viene cacciata, più la stessa aumenta di popolazione e si diffonde sul territorio. Infine il ruolo determinante dei mass media, dei giornali, della Tv e, recentemente, anche dei social network, di enfatizzare il problema, con toni esagerati e catastrofistici, inculcando nella mente dei cittadini la falsa percezione che sia in atto una vera e propria ‘invasione’ delle città da parte dei cinghiali e indicando quindi nella ‘figura’ del cacciatore il ruolo dell’eroe e del ‘salvatore della Patria’. In questa evidente ‘strategia’, rientra anche lo sciacallaggio mediatico operato dall’assessore regionale alla caccia Pieroni e dalla maggioranza in Regione, che utilizzano tragedie come quella di Lodi e la psicosi generata da questo terrorismo psicologico, per coprire e giustificare il completo fallimento della loro pianificazione venatoria e della loro gestione del territorio agro-silvo-pastorale delle Marche”.

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