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Attentato in Nuova Zelanda,
l’Imam Dachan: «Ancona
simbolo di convivenza» (Video)

SIT IN – La comunità islamica scende in piazza per ricordare le 49 vittime di Christchurch e per condannare ogni forma di terrorismo. Don Gianfranco Sana: «c'è paura del diverso, ma i cristiani devono costruire un clima di fratellanza con i musulmani»
domenica 17 Marzo 2019 - Ore 19:54
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di Martina Marinangeli

Una preghiera carica di dolore, ma anche di speranza, quella che si è levata oggi pomeriggio (17 marzo) da piazza Roma, ad Ancona. La comunità islamica si è raccolta in un partecipato sit in per ricordare le vittime dell’attentato terroristico in due moschee in Nuova Zelanda, dove hanno perso la vita 49 persone. A fianco dell’Imam Mohamed Nour Dachan, presidente della comunità islamica marchigiana, c’è Don Gianfranco Sana, Commissione dialogo ecumenico ed interreligioso della Diocesi di Ancona, per testimoniare la vicinanza dei cristiani e dire forte e chiaro che «il terrorismo non ha religione». Una bambina sventola la bandiera della pace in mezzo alla piazza prima dell’inizio degli interventi, dando vita con un semplice gesto alle parole che poi verranno scandite al microfono.                                                                                              «Siamo qui per condannare tutti i tipi di terrorismo – inizia a parlare Dachan, circondato da un semicerchio di persone con in mano cartelli per dire «no all’islamofobia» e «sì alla convivenza» – insieme ai fratelli cristiani e laici. Ci sono tutti i presupposti perché Ancona diventi simbolo ed esempio di convivenza per tutta l’Italia».
E mentre si susseguono gli interventi, le persone impegnate nel passeggio domenicale lungo corso Garibaldi si fermano ad ascoltare.
«Salam aleikum – esordisce Don Gianfranco, per poi concludere il suo intervento recitando il Padre Nostro –. C’è paura verso chi è diverso da noi, ma i cristiani sono chiamati a testimoniare lo spirito di fratellanza. Si deve costruire una società nel rispetto reciproco perché, come ha detto il Papa, siamo tutti creature di Dio». Una mano tesa a cui risponde l’applauso di chi, come Umma Salsabil Yahan, ricorda che «Islam significa pace e noi vogliamo portare la pace nel mondo, non siamo terroristi». Un unanime e commosso coro di condanna verso quello che a più riprese viene definito un «ignobile attentato», così lontano eppure così vicino alle Marche. A Macerata soprattutto (dove stamattina si è tenuto un sit in gemello della comunità musulmana), città che ha fatto da sfondo al raid xenofobo di Luca Traini, preso a modello dal terrorista Brenton Tarrant.
«L’unica cosa che vorrei è vivere una vita felice e servire bene il mio Paese, l’Italia – afferma Youssef Whabi, presidente della comunità islamica di Jesi –, dove c’è libertà, e ringrazio chi l’ha reso possibile e la costituzione che la garantisce». Parole di pace a cui fanno eco quelle di Paolo Gubbi, della Consulta per la pace di Jesi: «di solito, quando ci sono attacchi terroristici, siete voi ad essere costretti a dissociarvi. Questa volta la situazione è capovolta e sono io che mi dissocio da un pazzo che non rappresenta l’Occidente, né noi che siamo impegnati a costruire ponti, non muri». Il leitmotiv che si ritrova in tutti gli interventi è quello di percorrere la via del dialogo e non della violenza, che ne genera altra, in una spirale senza fine. Da sempre impegnato a creare un ponte tra le comunità, l‘Imam Dachan ha anche colto l’occasione dell’inaugurazione dell’Anno Accademico dell’Università Politecnica, venerdì, alla presenza del Capo dello Stato Sergio Mattarella, per consegnare ai vescovi Dal Cin e Spina l’invito alla cena di Ramadan del 24 maggio: «spero parteciperanno. Noi religiosi, in questi casi, ce la caviamo sempre con un «se Dio vuole», ironizza.

(foto/video Giusy Marinelli)

L’Imam Mohamed Nour Dachan

Don Gianfranco Sana, commissione dialogo ecumenico ed interreligioso della Diocesi

 

 

 

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