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Salone del Capitolo, perle di storia
La Soprintendenza al Comune:
«Sculture che vanno valorizzate»

ANCONA - Lettera della soprintendente relativa alle opere in pietra emerse nell'ex convento francescano in via Fanti, tra queste ce ne sono alcune di particolare valore storico
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Lapide del 1614 che raffigura prigionieri vestiti “alla turca”, parte del monumento tombale del nobile comandante anconetano Giovan Battista Grazioli

 

di Giampaolo Milzi

Quelle perle scultoree della memoria storica anconetana non possono più restare lì, abbandonate nell’unico edificio rimasto in piedi del convento di San Francesco “che fu”; vanno spostate e restituite alla pubblica fruibilità. Il tono della lettera arrivata qualche giorno fa in Comune è più in stile “diplomatico-burocratese”, ma la sostanza del contenuto è imperativa.

Testa di leone utilizzata in origine come elemento angolare di una parete di un elegante palazzo

L’edificio in questione è il Salone del Capitolo dell’ex Convento, che si affaccia in cima a via Fanti, ad Ancona. La missiva, firmata dalla soprintendete unica delle Marche Marta Mazza il 14 ottobre, dice chiaro chiaro all’assessorato alla Cultura e all’Ufficio riqualificazione urbanistica municipali che all’interno dell’ex Capitolo giacciono circa 15 reperti in pietra, di diversa epoca e provenienza, alcuni già identificati dagli esperti della Soprintendenza e, tra questi, vi sono beni di particolare valore storico e artistico. Che il Comune, quindi, si dia da fare per trasferirli, in quanto proprietario di tutta l“isola francescana” di origine trecentesca ridotta a un cumulo di ruderi dai bombardamenti aerei della seconda guerra mondiale. Le opere di particolare, elevatissimo valore storico? Una lapide del 1614 riferita al nobile anconetano Giovan Battista Grazioli, che raffigura dei prigionieri vestiti alla turca; un’altra lapide monumentale, con iscrizioni databile 1624; un cartiglio decorativo, anch’esso monumentale e con iscrizioni; una bellissima testa di leone che in origine costituiva un elemento angolare di un elegante palazzo; uno scudo araldico sormontato da una corona; un altro imponente stemma di un pontefice.

Stemma sormontato da corona riferibile a un casato di sangue blu o ad una confraternita religiosa

La lettera della Soprintendenza non era inattesa a Palazzo del Popolo. Dato che il 2 ottobre scorso l’architetto Patrizia Piattelletti, dell’Ufficio riqualificazione urbanistica, assieme a due funzionari della Soprintendenza, lo storico dell’arte Pierluigi Moriconi e la sua collaboratrice Francesca Farina, avevano fatto un sopralluogo proprio nel Salone del Capitolo per verificare lo “stato di salute” dei reperti, tutti importanti, per fotografarli e avviarne una catalogazione. Di più, l’estate scorsa, su sollecito della Soprintendenza, tecnici dell’amministrazione comunale, procedendo ad una bonifica del Salone, avevano rimosso il densissimo strato di guano di piccioni oltre che di altri rifiuti che da decenni si erano accumulati sulle opere e lungo il pavimento dell’edificio superstite dell’ex complesso monastico, tutelato e vincolato come immobile di elevato interesse architettonico monumentale.
Ora siamo ad una svolta. Finalmente. Perché la presenza di quelle pagine di pietra del passato dorico nel Salone francescano era nota sia a Soprintendenza e Comune fin dal marzo 2008. Pagine di pietra scoperte allora, su iniziativa personale, da un team di appassionati del passato anconetano, composto da un membro dell’Urlo Indiana Jones Team (costola del noto “free press” mensile cittadino), dall’allora dipendente dell’assessorato alla Cultura Giuseppe Barbone, studioso di storia locale e di araldica, e dal compianto Giuseppe Jannaci, altro ricercatore storico (poi deceduto). I tre, reduci da un’ispezione, avevano fotografato decine di opere (tra stemmi nobiliari e papalini, lapidi, sculture più o meno frammentate, pezzi di colonne, un capitello in stile corinzio), parte della stampa locale ne aveva dato notizia, le immagini dei reperti erano state consegnate in Soprintendenza e all’assessorato alla Cultura.

Grande stemma non identificato

Ma le istituzioni si erano limitate a recuperare solo una stupenda lapide quattrocentesca dedicata al vescovo di Senigallia Simone de Vigilanti (realizzata dal famoso scultore Andrea da Firenze, ricollocata al Museo della Città) e uno stemma del già citato Giovan Battista Grazioli, posizionato in fondo al corridoio d’ingresso di Palazzo Camerata, sede dell’assessorato alla Cultura. In fondo a quel corridoio, si accede ad un terrazzino dove, a seguito di una prima operazione di recupero attuata il 12 aprile 2018, sono stati sistemati, coperti da teli di plastica, una ventina di altri reperti scultorei, quasi tutti di epoca medievale e rinascimentale (alcuni del ‘300, ma uno dell’800) provenienti da una sorta di galleria – alla quale si accede sempre dal lato sinistro della ripida via Fanti – situata tra la scuola Tommaseo e il Salone del Capitolo. Va segnalato che tra quelle opere, c’è – oltre allo stemma “gemello” di quello del Grazioli che orna il corridoio di Palazzo Camerata – una grande lastra in pietra di Paragone, che nella sua lunga iscrizione racconta vita e gesta del Grazioli, tra cui gli 8 mesi trascorsi in catene in quanto catturato dai turchi durante una battaglia navale mentre era al comando di una galera (nave) del Granduca Cosimo di Toscana della famiglia dei Medici, per poi essere liberato su riscatto per iniziativa del Granduca.  «Ora, considerando questa lastra descrittiva, i due stemmi gemelli in pietra d’Istria, e la lapide-bassorilievo dei cinque prigionieri con turbante citata nella lettera della Soprintendenza tra i beni da salvare – ha annunciato con enfasi Giuseppe Barbone – abbiamo tutte le parti costitutive dell’originario apparato tombale di Giovan Battista Grazioli che fu realizzato all’interno della chiesa di San Francesco alle Scale». Inoltre, Barbone, in un suo ulteriore sopralluogo nel Salone, è certo di aver identificato altre due opere: una lapide monumentale, con iscrizioni, dedicata a Papa Urbano VIII (1560 – 1644); un imponente stemma di Papa Innocenzo III Antonio Pignatelli (1615 – 1700), databile fine XVII secolo.

Varie opere scultoree all’interno del Salone del Capitolo

A questo punto, un paragrafo dalle prospettive a tratti incerte. Di sicuro il trasferimento dei beni del Salone del Capitolo individuati dalla Soprintendenza sarà effettuato da una ditta specializzata, con oneri a carico del Comune, in presenza di carabinieri del Nucleo tutela patrimonio culturale e di funzionari della stessa Soprintendenza (secondo le stesse modalità del trasferimento di opere del 12 aprile 2018 dalla galleria vicina al Salone), e quei beni andranno probabilmente a tener compagnia quindi agli altri che giacciono da 17 mesi nel terrazzino di Palazzo Camerata. Ma quando avverrà il ricongiungimento in quella provvisoria localizzazione? Dal Comune non si hanno notizie. E poi: conteggiando anche quelle del Salone, sono almeno 35 le antiche opere scultoree da valorizzare; quando verrà interrotta la loro ultra-provvisoria giacenza nel terrazzino dell’assessorato alla Cultura? E come e dove saranno, appunto, valorizzate, mostrate stabilmente a cittadini e turisti? Tutti quei preziosi scampoli della storia di Ancona, dovrebbero essere sistemati nella Casa del Capitano, nel porto storico. Un’ipotesi che ha preso corpo dopo un’ispezione, l’estate scorsa. Nell’edificio del XIII secolo, guidata dal dirigente dell’Ufficio Turismo del Comune, Ciro Del Pesce, e dalla storica dell’arte della Soprintendenza, Farina. Ma tale soluzione è un po’ aleatoria, quanto a tempistica: dell’avanzamento del progetto per adeguare la medievale Casa del Capitano a sito espositivo non si hanno notizie. L’alta ipotesi, meno quotata, vede come candidata la nuova ala del Museo della Città.

Un’immagine del Salone con vari reperti come si presentava nel 2008

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