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Macchè percezione distorta,
Ceriscioli ha fallito nei fatti
Il Pd abbia il coraggio di voltare pagina

IL COMMENTO di Fabrizio Cambriani - La prima regola della politica sarebbe quella di prenderne doverosamente atto, in vista delle prossime elezioni. Viceversa, le sceneggiate che vorrebbero il governo regionale mal percepito dai cittadini sono stucchevoli e irriguardose
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di Fabrizio Cambriani

La scelta del prossimo candidato alla presidenza della Regione Marche, almeno nel centrosinistra, si sta caratterizzando sempre più come un caso umano. La figura di Ceriscioli è diventata ingombrante e, a tratti, imbarazzante. Nessuno degli attuali alleati la vuole prendere in considerazione ed è pregiudizialmente esclusa da eventuali, nuovi partner di coalizione. Quelle che, dentro il suo stesso partito, erano solo isolate voci di sommessa perplessità, stanno assumendo le dimensioni un coro di critiche. Ma si tratta di un coro che, come quello della “Forza del destino” di Verdi, cantano partiam partiamo per mezz’ora, ma di partire non si decidono mai.

Luca Ceriscioli vestito da cuoco la scorsa settimana durante un incontro con gli chef

D’altra parte, i numeri sono spietati e inchiodano il governatore ridens a tutta la sua impopolarità: secondo un rilievo effettuato tra i mesi di ottobre e di novembre scorsi, solo il 24% dei marchigiani ha giudicato efficace la sua azione di governo. Che già come punto di partenza sarebbe decisamente poco. Assunto come presupposto di ripartenza, un suicidio politico. Del quale sembra non curarsi minimamente la classe dirigente del Pd regionale. Ma qui più che classe dirigente bisognerebbe dire il personale deragliatore del partito. La tattica del segretario regionale Gostoli – a quattro mesi dalla presentazione delle liste – parrebbe ormai delineata: trovare una collocazione a Ceriscioli senza passare nemmeno per la conta delle preferenze. Da candidato presidente entrerebbe di diritto, quale consigliere di minoranza, e arriverebbe – nel 2025, a 60 anni di età – giusto in tempo per godersi la pensione da consigliere regionale. Vergognoso che la direzione regionale del partito, invece che cacciarlo a calci nel sedere, si presti a questo ignobile disegno. Sconcertante che nessuno alzi un dito e affronti con determinazione e coraggio la questione. Disonorevole il pietoso muro di silenzio che si palesa con le loro teste chine, immobili a scrutare la punta delle proprie scarpe. C’è una dignità in tutte le cose di questa vita. Quella scelta dal Partito Democratico per uscire dal protagonismo della vita politica della regione, temo sia la peggiore: portare al macello la lealtà di migliaia di militanti per salvare una poltrona. Peraltro, sul loggione e manco in platea.

Giovanni Gostoli

Il fallimento del governo Ceriscioli è ormai un dato di fatto ineluttabile. E la prima regola della politica sarebbe quella di prenderne doverosamente atto. Quindi, comunicarglielo, ringraziandolo per il lavoro sin qui svolto e, infine girare immediatamente pagina. Viceversa, le sceneggiate che vorrebbero il governo regionale mal percepito dai cittadini sono stucchevoli e irriguardose: un insulto all’intelligenza delle persone che francamente i marchigiani non meritano. E che anzi, non fanno altro che indispettirli ancora di più. La fase nuova di cui vagheggia Gostoli sulla stampa è una sola: fare un passo indietro. Lui personalmente, assieme al suo sodale presidente in carica. Sgombrando definitivamente il campo da ogni odioso bizantinismo che la gente non sopporta più. È arrivato il momento della chiarezza e della trasparenza. Il Partito Democratico oggi è un fardello appesantito di tromboni e di trombati che sgomitano solo per il proprio galleggiamento – purché sia – nei giri che contano. O peggio, un circolo esclusivo di cacciatori di incarichi retribuiti per campare sulle spalle degli altri. Le loro sempre più rare iniziative vanno pressoché deserte. Il consenso cala, le idee languono e il grado di fascino nei confronti dei giovani è pari a quello di un concerto per archi di Debussy alla sagra della coratella.

L’ex governatore Vito D’Ambrosio

Che i cicli, anche quelli politici, si concludano è la cosa più normale di questo mondo. Capitò agli inizi degli anni Novanta. Per qualcuno sembrava finisse lì il mondo. Invece bene o male – non è questo il punto – i partiti, pur con tutti i loro difetti, ebbero la capacità di rigenerarsi. Di ricostruire faticosamente una nuova classe dirigente. Cacciando malamente quanti volevano camparvi di rendita e valorizzando le competenze di chi ebbe la generosità di mettersi a disposizione per dare una mano a ricostruire. Le Marche stesse furono un interessante laboratorio di questo processo. La carta Vito D’Ambrosio, uomo scelto al di fuori del mondo dei partiti e dagli accordi snervanti tra correnti, si rivelò scelta oculata e vincente. Appena un anno dopo venne, per l’intero centrosinistra e a livello nazionale, la stagione dell’Ulivo. Questo, grosso modo, dovrebbe essere il percorso da intraprendere anche in questa fase. Che le segreterie di partito, preso atto di una serie di difficoltà, abbiano il coraggio di fare un passo indietro e agevolino il prima possibile questo percorso. Lo dico da uomo di sinistra ormai disilluso: aprire ogni giorno i giornali e leggere l’ennesima puntata di Ceriscioli sì o Ceriscioli no è odioso, snervante, ma soprattutto inutile alla causa. Lo si accompagni alla porta e si cominci a lavorare sollecitamente per gli interessi di quei due terzi di marchigiani che lo hanno già bocciato. E che – il buon Gostoli se ne faccia una ragione – non cambieranno opinione tanto facilmente.

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