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Imperativo Pd: rimandare ogni scelta
e sperare in un miracolo

IL COMMENTO - La lunghissima direzione di ieri non scioglie nessuno dei nodi tuttora presenti in vista di Marche 2020. Se da una parte Orlando punta a tenere unito il partito ed evitare la conta, dall’altra rimanda a tempi migliori qualsiasi decisione. La parola d’ordine è trattare. Intanto si combatte una sotterranea battaglia per la futura leadership del partito
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di Fabrizio Cambriani

“L’istante del sopravvivere è l’istante della potenza. Il terrore suscitato dalla vista di un morto si risolve poi in soddisfazione, perché chi guarda non è lui stesso il morto. Il morto giace, il sopravvissuto gli sta ritto dinanzi, quasi si fosse combattuta una battaglia e il morto fosse quasi stato ucciso dal sopravvissuto. Nell’atto di sopravvivere, l’uno è nemico dell’altro; e ogni dolore è poca cosa se lo si confronta con questo elementare trionfo. È importante però che il sopravvissuto da solo stia di fronte a un morto o più morti. Egli si vede solo, si sente solo; quando si parla della potenza che gli consente tale istante, non bisogna dimenticare che quella potenza procede dalla sua unicità e solo da essa”. Così scriveva Elias Canetti, in “Massa e Potere” del 1960, riferendosi al sopravvissuto.

Andrea Orlando alla direzione regionale di Ancona

Osservando attentamente quanto sta avvenendo dentro il Partito Democratico regionale, credo che queste parole si rivelino perfettamente appropriate al momento e alle dinamiche che esso sta oggi percorrendo. Intanto, la batosta elettorale patita il 4 marzo di due anni fa, ha falcidiato una nutritissima pattuglia di parlamentari. Da quattordici tra deputati e senatori si è precipitati a solo tre rappresentanti in Parlamento. Poi, venendo giù per i rami, c’è da segnalare un significativo mutamento che ha più volte trasfigurato quella che era connotata come “regione rossa”. Trasformandola alle politiche in regione a cinque stelle e, successivamente alle europee, in regione verde, cioè a trazione leghista. Date queste premesse, le aspettative per le regionali non sono affatto incoraggianti, soprattutto dopo il niet romano dei pentastellati per un accordo elettorale. Restano saldamente in loro mani alcune roccaforti difficili da espugnare quali Ancona e Pesaro.

Valeria Mancinelli e Matteo Ricci alla direzione regionale di ieri ad Ancona

In questa cornice e approfittando del dibattito interno relativo alle elezioni regionali, si combatte una sotterranea e silenziosa battaglia sull’intera – ancorché misera – eredità del partito. In particolare, per quanto riguarda la futura leadership. Dato per scontato, indagini demoscopiche alla mano, che la riproposizione di Ceriscioli si trasformerebbe in una devastante Caporetto, resterebbero sul campo solo due figure: Valeria Mancinelli, sindaca di Ancona e Matteo Ricci, primo cittadino di Pesaro. Poiché, stando alle cronache, sembrerebbe che la Mancinelli sia attivamente in corsa per la poltrona di governatore, in caso di una sua – secondo me probabile – sconfitta alle urne, il sopravvissuto di cui parlava Canetti risulterebbe Matteo Ricci. Se il partito Democratico volesse ricostruire una nuova classe dirigente, non potrebbe fare a meno di lui. Ora, stando ancora alle notizie, risulta pure che Ricci sia uno dei maggiori sponsor per la candidatura della Mancinelli al ruolo di governatore. Posto che a pensare male si fa sempre peccato, il tarlo resta: e se si trattasse di una polpetta avvelenata? E quel tarlo che rosicchia la mente si trasforma in castoro se osserviamo, da un’altra angolazione, la vicenda del recentissimo ingresso nella giunta di Pesaro della candidata sindaca pentastellata. Si è trattato davvero di una mano tesa al Movimento 5 Stelle, oppure di un’entrata a piedi pari sulle ginocchia così da indispettirli e chiudere definitivamente ogni tentativo di dialogo in vista delle regionali? A saperlo…

Luca Ceriscioli alla direzione Pd rimarca il ritardo di Orlando

Intanto, in assoluto, non esiste mai una sola verità e qualsiasi azione riflessa nello specchio della politica ne sottintende le sembianze del suo esatto contrario. Spetta alle classi dirigenti dei partiti saper scorgere, in filigrana, quale sia il vero disegno e quali le conseguenze. Resta che, all’interno del Pd, la cristallizzazione delle posizioni, unita al martellante pettegolezzo mediatico – finalizzato solo a intorbidare di più le acque – di certo non aiuta i democrat a uscire dalle sabbie mobili in cui, da soli, si sono cacciati. Privilegiando, ancora una volta, una soluzione tutta interna alle loro battaglie di fazione. Escludendo soluzioni finalizzate a uscire dagli abituali schemi. Evitando di prendere in considerazione – come ha tempestivamente rilanciato, per esempio, Antonio Mastrovincenzo, nel corso della direzione regionale di domenica scorsa – una volta preso atto della propria debolezza, una figura esterna che possa garantire unità e consenso anche al di fuori dei confini della loro sempre più piccola e rissosa bottega. Il crinale su cui si gioca questa delicata partita si fa sempre più aspro e ripido. Il tempo a disposizione sempre di meno. Salvo rare e lodevoli eccezioni, langue la visione politica d’insieme. Tutti fattori che non lasciano ben sperare. La lunghissima direzione di ieri non scioglie nessuno dei nodi tuttora presenti. Se da una parte Orlando punta a tenere unito il partito ed evitare la conta, dall’altra rimanda a tempi migliori qualsiasi decisione. In questo senso va la bocciatura del documento pro primarie presentato da quattro federazioni provinciali su cinque (LEGGI L’ARTICOLO). La parola d’ordine è trattare ancora e – aggiungo io – sperare in qualche miracolo. Chissà se tra qualche mese ci toccherà raccontare di un sopravvissuto che “sente ancor di più di essere il solo che passeggia nel cimitero”? E che, soprattutto, “solo lui sta ritto in piedi in mezzo ai giacenti”.

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