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«Il taglio dei parlamentari?
Solo uno spot elettorale del M5s
Al referendum votiamo “no”»

INTERVISTA - L'onorevole di Forza Italia spiega le ragioni di contrarietà alla riduzione di deputati e senatori, riforma che dovrà essere confermata dal voto del 29 marzo: «La verità è che un parlamento con meno rappresentanti del popolo funzionerà peggio; gli eletti saranno scelti probabilmente tra i più fedeli ai vari leader e le regioni con meno abitanti saranno penalizzate»
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Simone Baldelli

 

di Fabrizio Cambriani

Simone Baldelli ha 47 anni ed è il deputato marchigiano da più tempo in Parlamento. Benché romano, le sue radici d’origine affondano a Porto San Giorgio. Da sempre in Forza Italia, oggi ne è vicepresidente del gruppo a Montecitorio. Nella scorsa legislatura è stato vicepresidente della Camera dei deputati e primo firmatario della mozione che destinava i risparmi di gestione del Parlamento alla ricostruzione post sisma. Tanto serio nel suo ruolo istituzionale, si rivela una figura eclettica nei ritagli di tempo libero. Sono ormai diventate famose, e non solo in Parlamento, le sue imitazioni di personaggi politici quali Berlusconi, Bondi, Tremonti, Cicchitto, la Boldrini, Fico o l’attuale presidente Conte. Oppure le serate in musica – rigorosamente bossanova e swing – con lui in veste di cantante, eseguite soprattutto per beneficenza. Suo, tra l’altro, un libro di vignette intitolato “Stai sereno! Mica tanto…” ovviamente di satira politica. Ha anche scritto un libro in difesa degli automobilisti e motociclisti perseguitati dalle troppe sanzioni dal titolo: “Piovono multe”. Oggi è tra i promotori per il Comitato del No al referendum per la riduzione del numero dei parlamentari. Proprio per questa ragione lo abbiamo incontrato per sottoporgli alcune domande.

Onorevole Baldelli, il 29 marzo, tra poco più di un mese, saremo chiamati alle urne per decidere se confermare oppure no la riduzione del numero dei parlamentari. Eppure, nei grandi media di questo si parla poco. Come mai – secondo lei – tanto silenzio?
«È un silenzio assordante. Forse c’è chi ha interesse a non parlarne. A far passare la cosa sottotraccia. C’è stato perfino un richiamo di Agcom. È necessario informare i cittadini, mettendo a confronto tesi diverse, e dare a tutti un vero diritto di scelta. Quindi grazie anche a voi di Cronache Maceratesi per questa occasione di informazione».

Il Parlamento

La ragione principale su cui si regge la riforma è quella di un notevole risparmio per lo Stato. Con quali altri argomenti pensa di convincerci di non approvarla?
«Cosa mi risponderebbe se io le offrissi un caffè, ma, in cambio, le chiedessi di regalarmi un terzo del valore della sua casa? Mi direbbe di no, perché sarebbe un imbroglio. Ecco: il taglio dei parlamentari fa risparmiare a ciascun italiano poco più di un euro, il prezzo di un caffè, ma in cambio gli toglie un terzo del valore della sua casa, della sua democrazia, del suo voto, del suo diritto ad essere rappresentato».

Ci spieghi la differenza tra costo della democrazia e costi della politica.
«La nostra democrazia è costata il sacrificio di molte vite umane. Noi abbiamo avuto la fortuna di ereditarla. Come la casa di cui parlavamo prima. Trattare la democrazia come un costo economico da tagliare è pericoloso e stupido. Perché passare da 945 parlamentari a 600 e non a 400? O a 300? O a 100? O a 10? Qual è il criterio? La verità è che il criterio non c’è. Loro sono quelli che vorrebbero il sorteggio. C’è solo la propaganda. A cui è facile opporsi. Basta dire la verità. E la verità è che un parlamento con meno rappresentanti del popolo non funzionerà meglio, ma peggio; e che gli eletti non saranno necessariamente scelti tra i più competenti, ma probabilmente tra i più fedeli ai vari leader».

Le Marche, casomai la riforma venisse approvata, perderanno sei deputati su sedici e tre senatori su otto, quasi il 38% di rappresentanza. Senza dubbio un numero significativo di parlamentari in meno. In termini concreti e soprattutto confrontandosi con altre regioni più grandi e importanti, che significa questo?
«Significa che già oggi le Marche essendo poco popolose e piuttosto isolate sul piano logistico, risultano anche piuttosto trascurate dai vari governi sul piano politico. L’ultima grande opera pubblica che ha interessato le Marche è stata la Quadrilatero, varata dal Governo Berlusconi nei primi anni 2000. Io stesso, ad esempio, per ottenere qualche risultato sul fronte del terremoto, in questi anni, ho dovuto fare i salti mortali, spendendo tutta la mia autorevolezza e compattando le diverse forze politiche su alcuni obiettivi. E non sempre ci riesco. Lo stesso vale, immagino, per le battaglie dei colleghi di altri gruppi. Da domani temo sarà ancora più difficile ottenere risultati».

In passato, tuttavia, vi sono state altri tentativi – peraltro bocciati dagli italiani -che, sia pure in un quadro più organico, prevedevano la riduzione dei parlamentari. Quali differenze vi erano, rispetto alla proposta attuale?
«Le riforme precedenti, che pure contenevano la riduzione dei parlamentari, avevano una visione d’insieme. Potevano piacere o non piacere, ma almeno ce l’avevano. E sono state bocciate. Principalmente per ragioni politiche. Questo taglio della rappresentanza, invece, è solo ‘uno spot elettorale’ targato M5S. Così lo definivano giustamente i deputati del Pd, prima di andare al governo coi 5 stelle, grazie al patto dell’agosto scorso tra Renzi e Di Maio. Loro hanno cambiato idea. I loro elettori spero proprio di no».

A lei che genere di riforma costituzionale piacerebbe?
«La riforma della Costituzione è un terreno su cui bisogna muoversi sempre con grande prudenza e attenzione. Potrebbe avere senso una riforma che permetta ai cittadini di scegliere il capo del governo, come si fa già col sindaco o col presidente della Regione. Ma quella su cui tra qualche giorno voteremo non ha questo genere di ambizione. Finirà per penalizzare le regioni con meno abitanti, facendo perdere rappresentanti alle periferie. Mi pare un passo indietro, anziché in avanti».

Simone Baldelli all’ultimo congresso provinciale di Forza Italia con Riccardo Sacchi

Con i tempi che corrono la sua rischia seriamente di essere interpretata come battaglia di retroguardia e di conservazione della casta. Un abito che, in tutta franchezza, non le rende giustizia. Perché ha scelto di metterci direttamente la faccia?
«Io metto la faccia su questa battaglia perché è giusta. Non certo per calcolo. Perché non voglio chinare la testa davanti alla propaganda falsa e pericolosa della nuova casta dei mestieranti dell’antipolitica a 5 Stelle. La combatto a viso aperto. E lo faccio per rappresentare quegli elettori, di centrodestra o di centrosinistra, che giustamente non si fanno infinocchiare dal canto stonato delle sirene grilline. Il 29 marzo quegli elettori hanno l’opportunità di interrompere questa inaccettabile decrescita felice della nostra democrazia».

Come farete la campagna referendaria?
«A differenza della piattaforma Rousseau, noi non abbiamo un soldo. E non abbiamo né un partito, né un personaggio famoso che fino ad oggi abbiano deciso di impegnarsi sul fronte del No. Siamo solo noi, come diceva Vasco Rossi. Tv, piazze, dibattiti, social: tutto serve. Se è vero che la rete può essere un grande strumento al servizio della democrazia, può esserlo anche per contrastare i teoremi sbagliati e dannosi di Casaleggio & Co. Tutti quelli che hanno tempo e voglia ci diano una mano. Dobbiamo provare ad inondare i social di post con messaggi, video, selfie e grafiche che spieghino le buone ragioni di chi dice #IovotoNO. Vincere sarebbe un miracolo. Ma io nei miracoli ci credo».

 

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