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Caporalato nelle campagne:
25enne pakistano in carcere
«In 30 costretti a vivere in una mansarda»

SENIGALLIA - L'operazione compiuta dalla polizia ha permesso di ricostruire nell'ultimo anno i rapporti di lavoro intercorsi tra due imprenditori e braccianti che venivano reclutati per lavorare nei campi a meno di 5 euro l'ora. Dallo stipendio venivano anche trattenute le spese per il vitto e l'alloggio - VIDEO
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La polizia nell’immobile dove vivevano i braccianti

 

Salari sotto il minimo sindacale, ore lavorate superiori a quanto riportato in busta paga, dallo stipendio detratte le spese per vitto e alloggio dove tra l’altro, secondo la polizia, erano presenti condizioni igienico-sanitarie precarie. Sono questi gli aspetti ricostruiti nel corso dell’indagine portata avanti nell’ultimo anno dalla Squadra Mobile di Ancona e dal Commissariato di Senigallia per indagare su presunti episodi di caporalato e sfruttamento dell’immigrazione clandestina. Nei guai sono finiti due cittadini di origine pakistana, in regola con le norme sul permesso di soggiorno e dimorati a Senigallia. Sono ritenuti responsabili a vario titolo di intermediazione illecita e sfruttamento del lavoro,  ma anche per fatti connessi ad episodi di favoreggiamento all’immigrazione clandestina. Il più giovane dei due, un 25enne, è finito nel carcere di Montacuto. L’altro, un 55enne, è stato denunciato a piede libero.  L’attività di indagine si è protratta per oltre un anno ed è stata condotta in collaborazione con il personale dell’Ispettorato Territoriale del Lavoro di Ancona che ha analizzato e sviluppato tutti gli aspetti giuslavoristici relativi ai profili attinenti la posizione lavorativa ed i rapporti contrattuali dei lavoratori. Stando a quanto contestato, il 25enne, in qualità di titolare dell’omonima impresa individuale e il 55enne, in veste di co-gestore , assumevano ed impiegavano braccianti – per lo più connazionali – deputandoli a lavori presso terzi e corrispondendo loro retribuzioni palesemente discordanti da quelle previste dai contratti collettivi nazionali e/o territoriali di lavoro e, comunque, inadeguate rispetto alla quantità del lavoro prestato, in totale violazione della normativa relativa all’orario di lavoro. Gli operai sarebbero stati anche assoggettati a metodi di sorveglianza e a situazioni abitative degradanti.

L’interno dell’immobile

I due pakistani, per reclutare i braccianti, si sarebbero approfittati dello stato di bisogno dei lavoratori coinvolti, soggetti extracomunitari, versanti in condizioni di grave difficoltà economica e abbisognanti del rilascio o del rinnovo del titolo abilitativo alla permanenza sul territorio dello Stato. Secondo la polizia, gli stranieri venivano destinati all’impiego in svariate aziende agricole situate in provincia, con le quali i pakistani avevano preventivamente stipulato contratti di appalto di manodopera, statuendo compensi ai lavoratori inferiori a 5 euro all’ora, in palese difformità con quanto previsto dal contratto collettivo nazionale per gli operai agricoli e florovivaisti. Dal magro importo, inoltre, gli indagati avrebbero prelevato forzatamente una quota a titolo di spese sostenute per il vitto, per l’alloggio e per il trasporto dei braccianti presso le aziende agricole interessate. Da quanto emerso nel corso dell’indagine, in busta paga, veniva riportato un monte ore inferiore a quello effettivamente svolto dai lavoratori, omettendo di denunciare le effettive giornate di lavoro nel Libro Unico Dipendenti. E’ stato ricostruito, inoltre, che gli sfruttatori costringevano gli operai a consegnare loro i documenti di identità ed i permessi di soggiorno, al fine di assicurarsi il rispetto delle regole e dei turni di lavoro imposti, impedendone così l’allontanamento. I braccianti erano stipati in un’immobile sito  nelle campagne senigalliesi, marcato da gravi deficienze strutturali ed igienico-sanitarie. Nel sottotetto arrivavano a convivere contemporaneamente sino a circa 30 lavoratori.

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