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La disfatta del centrosinistra
ha nomi e cognomi
E adesso tutti a casa

L'ANALISI - Tutto secondo copione. Per Acquaroli massimo risultato con il minimo sforzo contro un avversario mai in partita. Alla proposta di cambiamento soft di Mangialardi i marchigiani hanno preferito la cesura netta. Le perplessità del segretario nazionale Zingaretti a Macerata che indica responsabilità locali. La classe dirigente del Pd ha bruciato a ogni passaggio i candidati più competitivi. Serve ora un percorso politico che riparta da zero
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Nicola Zingaretti e Giovanni Gostoli venerdì sera a Macerata per la chiusura della campagna elettorale

 

di Fabrizio Cambriani

Il dramma si consuma nella piazza di Macerata ed è racchiuso nella voce strozzata di Zingaretti che, nel finale del suo comizio, urla fino a scorticarsi le tonsille. Un tentativo disperato che tocca la mozione degli affetti: i valori dell’antifascismo a cui la piazza risponde con un boato. Ma è solo un attimo. Un istante che non può cancellare la sequela di errori infilati da tutta la classe dirigente del Pd regionale.

In quel: “vi scongiuro” ripetuto, anzi implorato per sei volte in quaranta minuti di discorso si compie la tragedia. Nella quale, il segretario nazionale, non vuole essere partecipe. Non a caso, terrà a precisare che le scelte – comprese le responsabilità – sono state prese a livello locale (lui della candidatura di Mangialardi l’ha appreso dalle agenzie). Rivolto a Gostoli (a proposito, non si è ancora dimesso?) e scendendo dal palco dirà: “segretario, ci sentiamo lunedì”. Stavolta la chiusura della campagna elettorale per il centrosinistra, si trasforma in quaresima. Un Venerdì Santo che vede sfilare sotto il palco musi lunghi e sguardi a terra. Gostoli e Alessandrini, il suo vice, se ne stanno in disparte, attaccati al muro con le braccia conserte. Nel Partito Democratico tira aria di “tutti a casa.” In quel preciso momento, Valeria Mancinelli, la sindaca di Ancona e componente della direzione regionale, sta festeggiando con “cena a musica” a Recanati assieme a Fiordomo, candidato di Italia Viva.

L’abbraccio di Francesco Acquaroli e Giorgia Meloni questa sera nella sede elettorale

Va tutto secondo copione. All’insegna del massimo rendimento con un minimo sforzo, Acquaroli vince e diventa presidente della giunta regionale. Ma ci sono ben pochi meriti nelle virtù del centrodestra e troppe colpe nei tantissimi errori commessi del centrosinistra. Primo tra tutti l’ostinazione nel non voler cambiare il modulo di gioco. Benché qualcuno ci abbia provato con determinazione, il Pd non ha voluto sentire ragioni. La partita, in solitaria, che solo cinque anni fa aveva consegnato loro la maggioranza assoluta dei seggi in consiglio regionale, stavolta non ha funzionato. E, come nella locomotiva di Guccini, si sono lanciati a bomba verso la sconfitta. Non è servita nemmeno l’eccezionale esperienza della pandemia per un supplemento di riflessione. Tutto come se nulla fosse accaduto. Una partita chiusa definitivamente. Mentre l’intero globo terracqueo, nel volgere di soli tre mesi, cambiava pelle, rivoluzionando repentinamente le scelte politiche globali. I patti interni, evidentemente e secondo la loro logica, dovevano prevalere anche su questo dramma mondiale.

Maurizio Mangialardi questa sera durante la conferenza nella sede elettorale

La storia non si scrive con i se, ma è risultata incomprensibile la scelta di bruciare il professor Sauro Longhi. L’unica figura che, a fronte delle tante pressioni che provenivano perfino da Palazzo Chigi, probabilmente sarebbe riuscito a portare a casa un accordo con il Movimento 5 Stelle. Il candidato civico di cui ci sarebbe stato bisogno. E di cui gli strateghi della campagna elettorale di Mangialardi tentavano di cucirgli addosso proprio questo vestito. Oppure, in subordine e stando al gradimento suscitato dallo stesso Ceriscioli, immediatamente dopo l’emergenza Covid, di confermarlo alla presidenza. O invece, della sindaca di Ancona che, benché invisa a tutto il partito, avrebbe fatto sicuramente meglio di Mangialardi. Che, in oltre un mese di incontri e di comizi, non è mai riuscito a entrare in partita. Una continuità discontinua difficile da poter spiegare agli elettori. Un condividere scelte, ma prenderne anche le distanze che avrebbe fiaccato chiunque. La proposta di un cambiamento soft al quale i marchigiani – con il loro voto – hanno preferito la netta cesura.

È finita che, a forza di ammazzare candidati più competitivi, stavolta si sono suicidati. E hanno consegnato la regione in mano alle destre. Nell’ottusità di questa cornice, il Movimento 5 Stelle ha avuto buon gioco nell’offrire la narrazione di un interlocutore sordo e insensibile a qualsiasi tema programmatico. E con ciò, hanno offerto, per un mese, agli elettori uno stucchevole dibattito su chi avesse più colpe in proposito. Un gravissimo errore politico che potrebbe trasformarsi in errore storico. Commesso da una classe dirigente che politicamente, già da molti anni, non aveva più nulla da dire. Attraverso un patto stretto in un pranzo di nove persone che individuava la candidatura di Mangialardi e poi ratificato a larghissima maggioranza dalla direzione regionale del Pd. Che inchioda ciascuno alle proprie colpe.

I responsabili di questa storica disfatta hanno nomi e cognomi. Sarebbe il caso, come minimo, che scomparissero dai radar della politica e si ritirassero per sempre a vita privata. Ma conoscendo bene come funzionano le carriere al loro interno, mi aspetto anche come, qualcuno tra loro, sia promosso a parlamentare per questi altissimi meriti. Si tratta di una sconfitta che, se alla vigilia del voto si poteva condividere con altre regioni, a consuntivo lascia la nostra regione con il marchio di pecora nera. A riprova che non esiste nessuna dinamica nazionale da invocare e a cui appellarsi per discolpa. Lo scempio è tutto frutto di decisioni e scelte meramente locali.
Da domani, tuttavia, bisognerà pensare a ricostruire – non su queste macerie, ma ripartendo da zero – un nuovo percorso politico che tenga conto delle nuove istanze che l’incalzante agenda socio-economica richiede. A partire dal delicatissimo tema dell’occupazione. Che ha risolutamente influenzato e guidato le scelte dei marchigiani in questa tornata elettorale.

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