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Incassi persi e clienti decimati:
«Un locale su tre pronto a chiudere del tutto»

LA RICERCA della CNA su bar e ristoranti dell'Anconetano. Il 30% sarà costretto a tenere le serrande abbassate anche di giorno di fronte alla mancanza di margini di guadagno. Hosteria La Posta di Senigallia: «Meglio un lockdown di 4 settimane per cercare almeno di salvaguardare il periodo natalizio»
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Piazza del Papa vuota, ad Ancona

 

Almeno il 30% delle attività sono pronte a chiudere per mancanza di margini di guadagno, che per molti di loro si sono già ridotti di ben due terzi e rischiano di azzerarsi nelle prossime settimane. Chi opera nella ristorazione e nei pubblici esercizi incredulo ed arrabbiato: «da noi non si propaga il virus, perché i nostri sono ambienti sicuri e controllati. Così si demonizza una categoria che ha fatto il suo dovere fin dalla prima ora». La CNA Ancona ha raccolto lo sfogo dei suoi bar e ristoratori associati per avere elementi certi e ampiamenti condivisi al fine di intervenire nei tavoli istituzionali deputati ad affrontare la delicata e complessa situazione pandemica attuale, prendendo posizione a tutela del libero esercizio dell’attività di impresa quando questa, dati alla mano, non produce un effetto dannoso come nella fattispecie per la comunità in cui si colloca ed interagisce. In tutta la provincia sono concordi nel dichiarare che: «la paura è tanta e l’allarmismo diffuso ha praticamente condizionato l’abitudine delle persone, a tal punto che la situazione che si registra dopo le 18 è sicuramente pari a quella di un coprifuoco. Ne deriva che nemmeno l’asporto tira più, non gira gente e quindi è come se ci avessero impedito di svolgere qualsiasi attività». Alice Perini, titolare di “Profumo di pizza” di Castelfidardo rileva e rilancia sulla necessità di intervenire in maniera mirata nelle misure di compensazione previste, come sui canoni di locazione, poiché «chi paga l’affitto su un locale che in questo periodo risulta parzialmente inutilizzato dovrebbe poter beneficiare di un pagamento ridotto in proporzione all’area effettivamente utilizzata e il proprietario o locatore avere al contempo un eventuale ristoro del residuo non pagato dalle istituzioni». Da Senigallia incalza “Hosteria la Posta”: «Meglio il lockdown di 4 settimane per cercare almeno di salvaguardare il periodo natalizio. I soldi che sembrano destinati ad aiutare le nostre strutture potevano essere utilizzati a settembre per adeguare i trasporti e il mondo della scuola. Non potendo limitare le libertà personali le case private, dove probabilmente si intensificheranno gli assembramenti, diventeranno i veri centri di trasmissione del virus, vanificando i sacrifici fatti e comportando ulteriori confinamenti». Sandro Usci del Ristorante “il Country” di Agugliano si dice molto preoccupato: «questa ondata è peggiore della prima, poiché in questi mesi abbiamo investito ingenti risorse per rispettare tutte le procedure di sicurezza ed ora rischiamo di tornare al punto di partenza. Questo provvedimento con la chiusura alle 18 ci fa perdere circa due terzi dell’incasso ed inoltre, insieme alle disdette ricevute, si percepisce il diffuso timore anche tra i clienti abituali che preferiscono rinviare il pranzo per evitare di trovarsi in sala con troppe persone presenti».

Santini, direttore CNA Ancona

Mariella Petrucci del Bar Pasticceria “Osvaldo” di Fabriano: «questo riacutizzarsi del virus ci spaventa più della prima fase, perché purtroppo sappiamo già cosa ci aspetta. Sollecitare il cliente all’uso della mascherina e al rispetto dei protocolli che abbiamo diligentemente adottato è ormai diventata parte integrante del nostro lavoro, che non può fare a meno dello spirito positivo che, nonostante tutto, dobbiamo mantenere tra noi e a beneficio dei clienti. Ovviamente se la situazione si farà oltremodo pesante faremo fatica e guardare le cose in maniera positiva nei prossimi giorni». Anche l’Osteria “Tamburo Battente” di Castelbellino è sulla stessa linea: «siamo una piccola realtà a gestione familiare nata a giugno dello scorso con investimenti, sacrifici e tanta passione. Gli aiuti ricevuti in occasione dello scorso lockdown non sono stati assolutamente sufficienti per far fronte a contributi e pagamento dei fornitori. Queste ultime restrizioni nell’orario di lavoro sono frutto di una scelta politica che ci attribuisce delle responsabilità che non abbiamo e che possiamo contribuire ad affrontare solo indirettamente facendo la nostra parte e questo ci crea un frustrante senso di impotenza». Infine Corrado Betti di “Artì Beer” di Senigallia: «Dopo tre mesi di chiusura e nove mila euro di rimesse dirette sono ripartito con pazienza e determinazione, ma ora che forse iniziavo a vedere la luce mi tocca ripiombare nella disperazione e mentre prima della pausa estiva mi sono rialzato con vigore, ora la vedo dura per la mia famiglia e i miei tre dipendenti, perché questa volta non sarà la promessa di qualche briciola di ristoro per farmi ripartire».

 

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