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La macroregione “Centro Italia”
potrà mai diventare realtà?

L'ANALISI di Ugo Bellesi - E’ difficile trovare degli obiettivi comuni sui quali puntare energicamente perché ciascuna regione ha il suo “orticello”. L’attraversamento orizzontale sta avvenendo con la Napoli-Bari che soppianterebbe quella tra i due porti di Ancona e Civitavecchia
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Ugo Bellesi

 

di Ugo Bellesi

Gli economisti, quando si accingono ad esaminare la situazione economica delle Marche, non possono fare a meno di lamentare che da anni è in atto un fenomeno molto chiaro: il nord del paese si sta allontanando dalle regioni centrali (e quindi dalle Marche) le quali invece si stanno sempre più avvicinando alle regioni del sud. D’altra parte gli ultimi dati forniti dalla Svimez sono molto chiari. Nella crisi, avvenuta tra il 2008 e il 2011, Umbria e Marche hanno perso tra il 7% e l’8% del loro Pil. Dal 2012 al 2014 la situazione è ancora peggiorata. Basti rilevare che tra il 2008 e il 2020 l’Umbria ha perso un quarto del suo Pil e le Marche quasi 18 punti. In pratica le Marche in un ventennio sono crollate da quota 124 a quota 80. Sono cifre che per gli economisti significano come l’Italia centrale si stia avviando al sottosviluppo. Le difficoltà economiche provocano due fenomeni: la diminuzione delle nascite e l’allontanamento dei giovani (negli ultimi anni 27.000 giovani marchigiani hanno lasciato i nostri territori) verso le regioni più ricche o l’estero. E questo si verifica in tutte le regioni centrali. La popolazione nelle Marche si è ridotta del 5,3% e l’Umbria del 4%. Non va meglio la Toscana che in sei anni ha perso 57.000 abitanti; le Marche 40.000 abitanti come l’Abruzzo, mentre l’Umbria ne ha persi 26.000.

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Carlo Cottarelli

Quello che fino ad una trentina di anni fa era un ponte tra il nord e il sud d’Italia, nel corso degli ultimi venti anni, è stato danneggiato in maniera quasi irreversibile sul piano economico e demografico ma anche civico e culturale mentre al contrario l’area padana è diventata, di fatto, contigua alla Germania e agli altri paesi europei più progrediti. Si è creato quindi un fenomeno che gli economisti chiamano “risucchiamento verso il sud”. E che le prospettive non siano rosee è dimostrato dal fatto che l’Italia centrale non ha saputo approfittare neppure dei “fondi salva imprese” messi in campo con i decreti del governo Conte. Peraltro non va dimenticato che Carlo Cottarelli, commentando un anno fa lo studio della Fondazione Marche, aveva sottolineato che la carenza di infrastrutture verificatasi negli ultimi venti anni nella nostra regione era la causa di una perdita di 15 punti di Pil. Più recentemente ha parlato anche del danno provocato dal malfunzionamento del settore pubblico e ha detto tra l’altro: «Si parla di riduzione di burocrazia ma non di far funzionare i ministeri e altre amministrazioni come aziende che devono produrre atti e garantire procedimenti in tempi rapidi». Nell’ultima relazione della Banca d’Italia si sottolinea come uno degli elementi che ha danneggiato le Marche è la bassa produttività oraria del lavoro. Ed infatti se prendiamo ad esempio due settori non secondari della nostra economia, e cioè il turismo e l’agricoltura, ci rendiamo subito conto che sono tra i settori economici con la più bassa produttività, e di conseguenza con le più basse retribuzioni medie.

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Il governatore Francesco Acquaroli

Erano ben altri tempi quelli in cui si parlava di “Terza Italia” e quindi dell’utopia di agganciare le tre/quattro regioni dell’Italia centrale, non per entrare in competizioni ma per “imitare” i grandi progressi che stavano facendo le regioni del Nord. Quell’idea, oggi che la crisi ci attanaglia più di altre epoche, viene rispolverata tanto è vero che il governatore della nostra Regione Acquaroli, come primo atto, ha firmato un protocollo d’intesa con i colleghi di Abruzzo, Puglia e Molise. Obiettivo preponderante è quello di potenziare le infrastrutture della dorsale Adriatica. Innanzitutto si punterà a portare l’alta velocità sulla linea ferroviaria Adriatica, con proseguimento dalle Marche verso sud. E’ un obiettivo molto ambizioso, tenuto conto che il progetto è in diretta concorrenza con l’alta velocità già progettata e finanziata per la Napoli-Bari. Due quotidiani, nelle settimane scorse, hanno meritoriamente sollevato il tema della Macroregione e sono stati intervistati autorevoli personaggi, economisti, politici, docenti universitari, governatori di regione, sindaci ecc. e i giudizi sono stati sostanzialmente positivi su una prospettiva del genere. Ma, come vedremo, non sono tutte rose. L’idea di creare una Macroregione “Centro Italia” piace moltissimo, non solo alle Marche, ma anche alle altre regioni del centro. Ad esempio Firenze si preoccupa soprattutto dei collegamenti orizzontali e quindi la sua Macroregione ideale sarebbe concentrata su Toscana, Umbria, Marche e Lazio. Gli obiettivi su cui puntare immediatamente sarebbero l’alta velocità e gli aeroporti di Roma e Firenze ma si pensa anche alla Ancona-Roma e alle infrastrutture per la Maremma, il Senese, Assisi, il lago Trasimeno, la Tuscia. Altro progetto è per il turismo religioso della Toscana centrale, di Roma, Assisi, l’Aretino e Firenze.

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La Quadrilatero

Anche la regione Lazio sostiene la necessità di creare la Macroregione “Centro Italia” e progetta l’agganciamento di quattro regioni: Lazio, Marche, Umbria e Abruzzo dove sono localizzate oltre un milione e trecentomila imprese. Nel 2019 il Centro Italia generava il 21,5% del Pil italiano: 383,3 miliardi di euro. In merito alle infrastrutture la regione Lazio pensa alla Orte – Civitavecchia, che interessa moltissimo anche le Marche per il collegamento tra Orte, autostrada A1 e l’Adriatico. Un patto strategico tra le regioni del Centro Italia è anche l’ambizione della regione Abruzzo, soprattutto per risolvere il problema delle infrastrutture. E si pensa al potenziamento della Roma-Pescara per collegare Civitavecchia ad Ortona, ma anche al raddoppio della Avezzano-Sora, alla pedemontana Ascoli-Teramo e alla ultimazione della Amatrice-L’Aquila. Ma in particolare l’Abruzzo punta alla terza corsia della A1 nonché all’alta velocità ferroviaria. Oltre al potenziamento della Sansepolcro con L’Aquila (attraverso Sulmona, Terni e Rieti) si pensa, come massima ambizione, al collegamento ferroviario diretto Roma-L’Aquila.

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Traghetti al porto di Ancona

Anche per Marche e Umbria la Macroregione “Centro Italia” sarebbe la realizzazione di un’ambizione vagamente sognata per decenni. Infatti già la creazione della superstrada Civitanova-Foligno ha favorito moltissimo i rapporti soprattutto commerciali tra Marche e Umbria, anche se con amarezza si deve riconoscere che, se fosse stata realizzata dieci anni prima, avrebbe avuto sviluppi molto più consistenti. Oggi le Marche puntano molto all’alta velocità ferroviaria nord-sud (Ancona-Bari-Lecce) ma anche alla terza corsia della A14, alla Fano-Grosseto e alla Falconara-Orte (il che favorisce un collegamento diretto tra il porto di Ancona e quello di Civitavecchia, di importanza strategica). Una Macroregione se vuole essere credibile e se vuole ottenere dei risultati dovrebbe presentare al governo, per il finanziamento, soltanto i progetti più importanti che incidono profondamente sulla realtà economica dei territori interessati. E’ possibile trovare un’intesa di questo genere tra regioni che, viste le proposte in campo, hanno interessi tanto diversi? D’altra parte la Toscana con l’Abruzzo quali progetti possono avere in comune? Come può vedersi ogni regione ha il suo “orticello” da coltivare e spesso alcuni progetti sono tali che l’uno esclude l’altro. Ad esempio la Napoli-Bari (che rende più rapido l’arrivo in Puglia) è di ostacolo al progetto della Ancona-Bari-Lecce. Il collegamento Roma-Pescara (per il quale è stato già nominato il commissario) potrebbe far prevedere un aggancio tra il porto di Pescara e quello di Civitavecchia (il che ridurrebbe a zero le ambizioni del porto di Ancona). E poi la Macroregione con l’Abruzzo esclude la Toscana, e viceversa. Ma se c’è la Toscana perché escludere l’Emilia, che è legata economicamente alle regioni ricche del nord? D’altra parte va riconosciuto che le Marche sono più “vicine” all’Emilia che alla Toscana. E allora?

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