Dalle veggenti all’autostoppista fantasma:
l’horror marchigiano
nel libro di Fabio Camilletti

Fabio Camilletti
di Marco Benedettelli
Anime vaganti, autostoppisti fantasma, sedute spiritiche, guaritrici dai poteri paranormali. Anche le Marche, come tutto lo Stivale, sono immerse in una nebulosa di leggende e di racconti che si tramandano nel tempo, mescolandosi a elementi del presente. Lo sa bene Fabio Camilletti, professore ordinario di letteratura italiana alla Warwick University, in Uk, che questi temi li frequenta fin da quando, ragazzino, frugava nelle bancarelle dei libri usati di Filottrano, Ancona e Macerata, incuriosito dalle bizzare pubblicazioni gotiche, horror ed occultistiche che allora abbondavano nel remainder. Camilletti è nato a Filottrano nel ‘77, dove spesso torna, ha studiato al Liceo Leopardi a Macerata, e poi si è laureto alla Normale di Pisa per continuare le sue ricerche in Inghilterra, Francia, Germania pubblicando su Dante, Leopardi, Manzoni e altri. E da sempre Camilletti ha puntato il suo sguardo di studioso nel pozzo senza fondo della letteratura gotica. Tuffandosi a indagare anche le radici di quell’immaginario visionario e letterario condiviso con tanta parte della sua generazione, dove fluttuano vampiri, redivive, anime vaganti, sogni, miti, incubi. Un flusso tramandato dalla cultura orale, scritta e iconografica, dai film horror, dalle cover psichedeliche di certi gruppi, dalle leggende metropolitane, dai saggi sulla stregoneria e gli orchi, dai fumetti del mistero e dell’incubo anni ’90 e così via: l’elenco potrebbe essere sterminato. Numerosissime le sue pubblicazioni accademiche a riguardo. E non accademiche, come il fresco di stampa “Almanacco dell’orrore popolare. Folk horror e immaginario italiano” (Odoya, 2021), una raccolta curata assieme allo studioso Fabrizio Foni dove convivono saggi, racconti, testi ibridi scritti da quaranta autori fra i massimi esperti italiani di etnografia e horror (ma le categorizzazioni sono riduttive), ognuno lasciato libero di raccontare pezzi di folk horror della provincia italiana. Una landa brumosa, questa o geometrica, dove il passato è onnipresente e si manifesta attraverso un’inesauribile gemmazione di leggende, presenze, residuati culturali.

La copertina del libro di Camilletti
«Sono cresciuto nelle Marche e qui ho nutrito le mie visioni. In una città come Filottrano, ma anche più grandi, le case dove si facevano sedute spiritiche le conoscono tutti. Il liberty marchigiano degli anni dell’espansione edilizia è lo stile che inevitabilmente nelle mie fantasie associo ai tavoli traballanti dove gli spiritisti si stringevano avvolti nella nube di infinite sigarette. In questo Almanacco elementi dell’orrore popolare marchigiano non sono stati racconti. Ma forse ci saranno nel prossimo volume, in cantiere per il 2022». Così ci spiega Camilletti in un caffè di Piazza Mazzini, a Filottrano, lo stesso dove lo abbiamo incontrato tre anni fa per parlare di un altro suo importante lavoro, “Italia Lunare. Gli Anni Sessanta e l’occulto” (Peter Lang, 2018). Sul tavolino, un tascabile degli anni ’70 dai disegni truculenti e i colori acidi e pop. «È una storia scritta, ovviamente sotto pseudonimo, da Mario Pinzauti, un famoso giornalista – spiega rigirandosi il polveroso pocket fra le mani – In quegli anni si pubblicavano cose che per gli standard di oggi sarebbero inaccettabili, completamente spregiudicate». Il retrò nell’horror non è per nulla una categoria peregrina. Come scrive Camilletti nei suoi saggi il mondo dell’orrore popolare ritorna anche attraverso il vintage, il presente della cultura pop è infestato di fantasmi. L’estetica dell’horror anni ‘70 ci ricongiunge a un passato prossimo perduto, a un immaginario da cui prendiamo le distanze attraverso il filtro del vintage, della polvere. Anzi, la polvere è una membrana che rende le macerie del passato per noi vere, reali, le mette in movimento. Un esempio legato al paesaggio marchigiano? «Voglio ricordare una leggenda metropolitana che proprio qui a Filottrano negli anni ‘90 ho ascoltato la prima volta, quella dell’autostoppista fantasma – risponde Camilletti – La “mia” autostoppista fantasma compariva sulla strada che da Campocavallo porta a Padiglione, la strada del mare, posti di balere. Era una strada legata al divertimento e alla tragedia, e quindi all’ammonimento moralistico che la storia dell’autostoppista porta sempre con sé». La leggenda metropolitana dell’autostoppista fantasma è presente in tutto il mondo. In sintesi, un automobilista raccoglie sul ciglio della strada un o una autostoppista che si fa accompagnare al cimitero dove entra e scompare, oppure a casa dei genitori, dopo aver dimenticato sui sedili dell’auto un qualche oggetto. Il guidatore il giorno dopo – colpo di scena – scopre che l’autostoppista è in realtà morta da tempo. Siamo dinnanzi alla trasformazione d’un antico mito, ci spiega Camilletti, quello della sposa cadavere, a sua volta una gemmazione della figura greca della aōros, la fanciulla inquieta morta prematuramente e ritornata dall’oltretomba. Nella tradizione dei racconti orali italiani la sposa cadavere si manifesta nelle festa da ballo, dove accompagna in raggelanti danze ignari militari, o forestieri, magari in cerca di avventure. È un fantasma che affiora laddove si stanno infrangendo regole moralistiche, o prescrizioni: non andare con degli sconosciuti, non viaggiare la notte. «Nei vecchi breviari dei predicatori d’altronde troviamo scritto “state attenti con chi ballate, non è detto che sia viva”. Ecco dunque che anche nelle Marche l’autostoppista fantasma ricompare, non solo a Filottrano, negli anni ‘90. In strade dove potenzialmente potevano avvenire gli incidenti auto di giovani, che traumatizzavano la comunità. Il suo è un mito che si rivitalizza e ondeggia fra riti antichissimi e codici del presente, tra pop e folk».

Halloween a Corinaldo
Tinte oscure continuano ad emergere nel racconto pubblico anche oggi, quando si esce dal solco della morale approvata. «Succede nella cronaca dei giornali – riflette Camilletti – Ricordiamo l’enfasi di certe notizie diffuse la scorsa estate, dove giovani che infrangono il lockdown, vanno a ballare in spiaggia e di ritorno contagiano tutta la famiglia in modo gravissimo. Non siamo dinnanzi agli stessi meccanismi, agli stessi mitologemi?» Nei testi raccolti da Camilletti e Foni in Orrore popolare sono continui i cortocircuiti a temperature elevatissime tra passato arcaico e cultura contemporanea. Ancora, sempre per restare nelle Marche, il professore di Warwick Univesity cita l’esempio di Pasqualina, la veggente di Civitanova Marche, la “Montesanta” a cui si attribuivano capacità sensitive di diagnosticare malattie. «È un altro soggetto paradigmatico del nostro paranormale. La sua figura viene dal retroterra folclorico delle guaritrici, coi loro riti abbondantemente descritti e documentati dagli etnologi. Però Pasqualina vive e opera negli anni del pieno boom industriale marchigiano. La sua storia finisce sul Corriere della Sera, nel reportage di Dino Buzzati poi incluso in I misteri di Italia. Punto di riferimento di tante personalità famose dell’epoca, pensiamo a Fellini, Pasqualina era capacissima di muoversi all’interno della società di massa, di dialogare con chi apparteneva più allo sviluppo del dopoguerra che alle campagne. In lei si ritrova tutta l’ambiguità dell’horror italiano, dove passato e presente convivono e si mescolano». E poi ancora, nelle Marche, una festa come quella di Halloween esiste da secoli, non è certo un’importazione americana: «Le zucche soprattutto in Romagna, e in parte anche nelle Marche del Nord, sono da sempre intagliate e offerte agli spiriti dei morti. Accadeva ai tempi della mezzadria, a inizio novembre c’era il cambio dei fittavoli e intere famiglie si spostavano di casa in casa colonica, le persone si mettevano in movimento, e con esse gli spiriti dei morti, a cui si offrivano biscotti o zucche appunto». L’halloween marchigiano rientra perfettamente nell’orrore all’italiana. Nella nostra lingua la parola “popolare” si riferisce sia al folk, cioè a saperi collegati a realtà sociali “basse”, contadine, operaie, sia al pop e al popular, cioè alla cultura di massa dei ceti urbanizzati. «Ecco dunque la scelta del titolo “Orrore popolare”, per l’almanacco. La parola “popolare” dà valore a questa ambiguità tutta italiana, dove città e campagna, antico e moderno hanno confini porosi e frastagliati – aggiunge Fabio Camilletti – È una pervasività vivissima, che anima tutto il libro. Facciamo un paragone dalla musica. Bob Dylan ha rivitalizzato il folk, altrimenti destinato alla musealizzazione, e lo ha fatto vibrare di nuovo ritmo nel sound del rock. L’almanacco, con tutto il suo patrimonio di autori e di testi, vuole essere un anello di congiunzione tra il passato onnipresente dell’horror italiano e il nostro futuro. Parliamo di un fluido troppo irreale per morire, che vive fintanto viene trasmesso,ibridato, metamorfizzato». Lo studioso presenterà Almanacco dell’Orrore popolare ad Ancona il 10 agosto, al Lazzabaretto, ore 19, per la rassegna Provviste d’estate, di Casadelleculture in collaborazione con Libreria Fogola.
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