Omicidio di Roncitelli, la procura:
«15 anni di carcere a Loris Pasquini»

IN AULA - Omicidio volontario e porto abuso di armi i reati contestati al 73enne senigalliese accusato di aver ucciso con un colpo di pistola il figlio, lo scorso 29 marzo. Il pm Paolo Gubinelli: «Il colpo non è partito accidentalmente, né per legittima difesa. Voleva disfarsi del problema rappresentato dal figlio» affetto da disturbi psichici

L’ingresso dell’abitazione di Roncitelli

Quindici anni di carcere per aver ucciso il figlio Alfredo al culmine di una lite. E’ questa la pena chiesta oggi dal pm Paolo Gubinelli per il 73enne Loris Pasquini, imputato davanti alla Corte d’Assise per omicidio volontario e porto abuso di armi.

Loris Pasquini

Il delitto si è consumato lo scorso 29 marzo, all’interno dell’abitazione di Roncitelli di Senigallia che padre e figlio condividevano. Alfredo, 26 anni, è morto dopo essere stato colpito da un proiettile indirizzato alla base del collo e arrivato fino al polmone. Era stato sparato da una Beretta 34 che, stando alla procura, l’ex ferroviere Loris deteneva illegalmente. La pistola era stata impugnata, questo è quanto emerso, dopo un litigio (l’ennesimo) tra padre e figlio. Durante la requisitoria, il pm ha ripercorso i fatti del pomeriggio del delitto e le diatribe familiari («i litigi non erano mai a senso unico») innescate in maniera continuativa. «L’imputato – ha detto il pm nella requisitoria – aveva più volte minacciate di morte Alfredo. Ha sempre voluto che i servizi sociali si sostituissero a lui nella gestione del figlio. Quel giorno non c’è stato un eccesso colposo di legittima difesa e il colpo di pistola non è partito accidentalmente: doveva eliminare il ‘problema Alfredo’».

Alfredo Pasquini

Il 26enne, titolare di una pensione di invalidità, era seguito dal Centro di Salute Mentale. L’ex ferroviere si è sempre difeso sostenendo che se non avesse sparato, probabilmente sarebbe morto perchè il figlio lo stava picchiando con un bastone alla cui sommità c’erano dei chiodi. Una circostanza smentita dalla procura: per l’accusa non ci sarebbero segni di colluttazione e all’imputato era stato riscontrato solo un edema sul dorso della mano. I difensori Silvia Paoletti e Roberto Regni hanno chiesto l’assoluzione o in subordine la derubricazione del fatto in omicidio preterintenzionale. «Se avesse voluto – hanno detto – sarebbe potuto tornare in Thailandia (dove il 73enne aveva vissuto, ndr) ma invece è rimasto a Senigallia per badare al figlio». L’imputato per chiedere aiuto nella gestione della situazione («un contesto familiare disastroso») aveva inviato un esposto al sindaco, alla questura, al Csm e ai vigili urbani, denunciando anche il figlio nel 2019 per maltrattamenti in famiglia. La difesa ha anche ribadito alla Corte la necessità di poter eseguire una perizia psichiatrica sul 73enne. Udienza rinviata al 25 febbraio.

(fe.ser)

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Torna alla home page

X