Il viaggio da Kiev a Collemarino:
«Giorni strazianti,
in fuga da una guerra inspiegabile»

ANCONA - La storia di tre donne ucraine e il figlio di una di loro, scappati dal paese d'origine martoriato da missili e proiettili. L'arrivo nel capoluogo dorico dopo passaggi presi per strada, lunghe camminate, treni e la paura costante. I mariti sono rimasti a disposizione dell'esercito: «Ci sentiamo di continuo al telefono, loro dicono che sono tranquilli dove stanno, ma lo dicono per rassicuraci. Sono in guerra, ma ce la faranno»

I cittadini ucraini arrivati a Collemarino

di Giampaolo Milzi

Tre donne, un bambino e la cagnolina bassotto Matilda. Insieme in un viaggio durato giorni, difficilissimo e rocambolesco, da Kiev a Collemarino, frazione di una Ancona che si conferma davvero “Porta d’Oriente”. Perché ieri la signora Natalia Solodova e il signor Agostino hanno spalancato le loro porte di casa a Inna Galchinska, Yana Stasenko, Daria Prilko, e al figlio di Yana, che ha 10 anni.

Il signor Agostino con Inna e Natalia

Quattro cittadini ucraini che sono riusciti a lasciarsi indietro la guerra che l’esercito russo ha scatenato contro la loro patria, l’Ucraina. E adesso sono circondati d’affetto e solidarietà, sebbene ancora tesi, preoccupati, nervosi, incapaci spesso di trattenere le lacrime. Perché la salvezza – che tutti sperano provvisoria, in quanto vorrebbero tornare al più presto nel loro Paese – proprio a Collemarino? Perché a Collemarino abitano Natalia, ucraina anche lei, nella cui abitazione si è sistemata Inna, e Agostino, anconetano doc dal cuore grande pure lui, che ha accolto nel suo appartamento Yana col suo bambino, e la giovane Daria. Un viaggio difficilissimo, va rimarcato, del quale molti episodi di solidarietà concreta, a volte casuale, si sono rivelati il minimo comune denominatore.

«Quel maledetto giovedì, quando ho iniziato a sentire l’ululato delle sirene e la contraerea che sparava ho pensato ad un incidente, a qualcosa di inspiegabile, non volevo credere che fosse scoppiata la guerra. Poi il mio figlio maggiore mi ha chiamata al telefono e mi ha detto la tremenda verità» racconta Inna, 58 anni, insegnante e coreografa di ginnastica ritmica in una scuola statale di Kiev. Città dove per 20 anni ha lavorato spessissimo assieme a Natalia (che da molto tempo si è trasferita ad Ancona), presidente dell’associazione sportiva dilettantistica “Passi di danza” a Falconara Marittima. Natalia aiuta Inna, facendo a volte da traduttrice, a spiegare questa odissea collettiva a lieto fine. «I miei due figli mi hanno raggiunto con l’auto già piena di generi di conforto, io ho caricato la mia con tutto ciò che potesse servirmi e abbiamo deciso di partire. – continua a raccontare Inna – Anche perché ad 1 km da casa mia, nella zona ovest della città, c’è una fabbrica di aerei cargo militari, un target primario da colpire per i russi. Ma avevamo poco gasolio, e la prima notte abbiamo dormito per strada».

In primo piano Yana e suo figlio

A seguire ore e ore di coda nel traffico impazzito, e il primo esempio di solidarietà disinteressata, un uomo sconosciuto che ha dato al gruppo il gasolio ricercatissimo. Il gruppo è arrivato così prima a Vinnylja, città dove già si combatteva, «dove i militari ucraini resistevano bene, avevano anche preso dei prigionieri nemici e dove una famiglia ci ha ospitati per tre giorni, tre giorni strazianti». Strazianti perché anche lì era pericoloso e quindi le tre donne e il bambino hanno lasciato i loro uomini dopo abbracci infiniti. Raggiunto il confine con l’Ungheria hanno passato a piedi la frontiera, ed ecco, ancora solidarietà: prima una tappa in una scuola poi un ucraino che li ha caricati sul suo furgoncino accompagnandoli fino a Bologna, infine l’arrivo ad Ancona col treno.

Il figlio di Yana dimostra più di 10 anni. Nasconde il suo nervosismo. La notte scorsa ha vomitato, colpa della tensione. Che stempera giocando col computer: «Mi manca tutto di Kiev, gli amici, la squadra di calcio di cui faccio parte, la scuola…». «Si sta davvero comportando come un ometto, – interviene Inna – come gli ha detto di fare il padre quando l’ha lasciato». Il padre del bimbo e il fidanzato di Daria sono rimasti bloccati a Vinnylja. Il secondo divide il tempo tra lo studio (i libri della facoltà universitaria di Economia a Kiev dov’è iscritto) e il servizio nella guardia nazionale militare.
Pensano al futuro. Lunedì andranno in Questura. Inna ha già deciso di chiedere asilo politico o il riconoscimento dello stato di rifugiata, cercherà un lavoro. Yana, suo figlio e Daria ci stanno pensando su, forse decideranno di raggiungere dei parenti nella Repubblica Ceca.

Il presente è più sereno, ma la situazione economica di queste due abitazioni-famiglia allargate non è rosea. Agostino può contare solo sulla sua pensione di invalido civile. Natalia in questo periodo lavora a singhiozzo.  Ma il presente è duro soprattutto per quei due uomini lasciati sotto le bombe. Ed è duro perché lo spettro di Putin e del suo esercito è un incubo concreto. Inna: «Sono dei fascisti, ci hanno aggredito, e mi dispiace che buona parte del popolo russo sia a favore di Putin. Un favore spesso strappato con l’ossessiva propaganda. Putin non aspetta altro che far fuori il nostro presidente e di sostituirlo con un suo amico fidato. Ma i miei connazionali, ne sono certa, resisteranno e vinceranno». Ne sono convinti anche il marito di Yana e il compagno di Daria. Inna: «Ci sentiamo di continuo al telefono, loro dicono che sono tranquilli dove stanno, ma lo dicono per rassicuraci. Io so che sono in guerra, e che ce la faranno».

Inna Galchinska

 

 

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