Gli affari oscuri della ricostruzione:
così clan dei “Casalesi” e ‘Ndrangheta
hanno allungato le mani sui fondi sisma

di Gino Bove
Tre filoni di indagine legati alla ricostruzione, otto arresti e pure legami con soggetti vicini al clan dei Casalesi del boss Michele Zagaria e della ‘Ndrangheta, che avrebbero allungato le mani sui subappalti. Un’articolata indagine, quella del Gico della Finanza di Ancona, coordinata dalla Dda, che ha portato a 51 indagati, otto richieste di custodia in carcere e per altre 5 persone pende l’interrogatorio di garanzia. Tra gli arrestati di spicco ci sono Enrico Crucianelli, costruttore maceratese, e l’avvocato Fabio Pistarelli (a cui viene contestata la corruzione).

La conferenza della Guardia di finanza con il procuratore Monica Garulli
L’indagine si è concentrata, secondo quanto emerso da una conferenza stampa della Guardia di finanza, inizialmente sulla figura di Vincenzo Chiappalone, 52, originario della provincia di Reggio Calabria (e tra gli arrestati), di cui sono emersi risalenti rapporti con ambienti ‘ndranghetistici calabresi (in particolare con la famiglia Avignone di Taurianova e Cittanova e Crea di Rizziconi, quest’ultima già interessata da precedenti indagini nelle Marche in quanto giudiziariamente riconosciuta come mandante dell’omicidio, avvenuto a Pesaro nel 2018, del fratello del collaboratore di giustizia Gerolamo Bruzzese).

Secondo le indagini Chiappalone si è insediato in maniera silente a Sassoferrato nella fine degli anni Novanta e si è, poi, affermato come imprenditore edile nelle Marche. Le sue società, stando alla Finanza, sono state utilizzate sia come subappaltatrici per fornire manodopera nei cantieri della ricostruzione ma anche per alimentare un sistema di fatture false per circa 8 milioni di euro. In questo modo si sarebbe ottenuto denaro servito in parte trasferito a due esponenti delle cosche reggine. Di qui il riconoscimento da parte del Gip della frode fiscale con l’aggravante mafiosa per aver agevolato le cosche di ‘Ndrangheta.
Il secondo filone riguarda un presunto articolato sistema fraudolento, finalizzato all’indebita percezione dei finanziamenti pubblici destinati alla ricostruzione.

In questo capitolo d’indagine spicca la figura dell’imprenditore maceratese Enrico Crucianelli, che pur disponendo di una forza lavoro incompatibile con il numero degli appalti acquisiti – sostengono gli inquirenti -, avrebbe ottenuto una posizione monopolistica nel settore della ricostruzione. Questo tramite il sistematico ricorso al subappalto di mano d’opera, avvalendosi di persone gravate da cause ostative alla partecipazione degli appalti, o contigui ad organizzazioni criminali.
Secondo le indagini sono emerse due direttrici, da un lato il rapporto di Crucianelli con Chiappalone, operatore economico che non avrebbe potuto operare nei cantieri del “cratere” in ragione della sottoposizione delle sue imprese a procedura di liquidazione giudiziale, con rilevante esposizione debitoria accertata nei confronti dell’erario, mascherate da società in bonis, formalmente intestate a prestanome, che si sono succedute nel tempo ereditando i medesimi assets aziendali.
La seconda direttrice riguarda l’inserimento nella ricostruzione di imprese formalmente intestate a prestanome, ma riconducibili a Giuseppe Diana (condannato dalla Corte di appello di Napoli per associazione per delinquere di stampo mafioso) e Raffaele Diana nonché Antonio Esposito, casertano, contigui al clan dei “Casalesi” e, più precisamente, alla fazione facente capo al boss Michele Zagaria, riconosciuta anche in recenti pronunce giudiziarie come il ramo più marcatamente imprenditoriale.
Secondo le indagini del Gico, questi operatori economici, mediante un percorso congiunto, hanno trasferito i propri interessi imprenditoriali dalla Toscana verso le Marche in occasione della ricostruzione, operando attraverso imprese, formalmente intestate a soggetti prestanome.

Venivano aggirati i presidi di prevenzione antimafia e della disciplina regolante l’accesso alle procedure di appalto e subappalto delle opere di ricostruzione privata nelle aree colpite dagli eventi sismici del 2016, con conseguente distorsione delle finalità sottese all’erogazione dei contributi pubblici.
Il Gip ha ritenuto, recependo l’impostazione accusatoria, l’integrazione del reato di truffa aggravata per il conseguimento di erogazioni pubbliche in quanto attraverso la condotta decettiva le società ottenevano fraudolentemente l’iscrizione all’Anagrafe Antimafia degli esecutori, e nei confronti di Giuseppe e Raffaele Diana, la sussistenza dell’aggravante del metodo mafioso, per avere agito al fine di agevolare il clan dei Casalesi fazione Zagaria in relazione alla liquidità procurata dall’acquisizione illegittima dei subappalti e per avere favorito l’infiltrazione della medesima consorteria nel tessuto economico – imprenditoriale marchigiano.

Il sistema illecito, come riconosciuto dal Gip, si basa sulla convergenza di interessi economici tra Crucianelli (spinto a massimizzare i profitti e ad acquisire la disponibilità di liquidità mediante l’apertura dei cantieri oggetto di appalto) e le ditte subappaltatrici, in grado di assicurare un consistente apporto di mano d’opera. Per gli inquirenti Crucianelli ha rappresentato lo snodo tra l’economia formalmente lecita e le imprese riconducibili o contigue a contesti mafiosi, svolgendo il fondamentale ruolo di “imprenditore-cerniera” e consentendo a soggetti gravati da cause ostative o legati alla criminalità organizzata di accedere alle ingenti risorse pubbliche della ricostruzione e di legittimarsi nel mercato dell’economia legale.
Tramite la sua società, Crucianelli ha assunto la funzione di appaltatore, ha incassato i fondi del “SAL 0“ della ricostruzione privata (cioè l’anticipo pari al 20% del valore degli appalti sulla base del mero insediamento del cantiere), ha redistribuito con la forma del subappalto non genuino una parte significativa dei lavori a imprese riconducibili a Chiappalone, adi Diana e al campano Antonio Esposito. Le società loro riconducibili e operanti nel cratere erano gestite da prestanome ed erano state colpite da misure interdittive antimafia.
È stata accertata, complessivamente, un’indebita allocazione di risorse pubbliche, quantificabile sulla base dell’importo indicato nei contratti di appalto sottoscritti con la privata committenza, in circa 200 milioni di euro, in violazione delle condizioni stabilite per l’erogazione dei contributi pubblici assegnati secondo le modalità del finanziamento agevolato assistito dalla garanzia dello Stato di Cassa Depositi e Prestiti agevolato e corrisposti dall’ Ufficio Speciale per la Ricostruzione con correlativo danno per lo Sato.
Il profitto conseguito dalla società appaltatrice è stato quantificato in circa 39 milioni di euro (pari al 20% del valore dei contratti di appalto sottoscritti con la privata committenza, corrispondente all’anticipazione denominata “S.A.L. 0”) e per le società subappaltatrici in circa 18 milioni di euro.
Un terzo filone di indagine riguarda la commissione di reati contro la pubblica amministrazione. Le indagini svolte su Crucianelli hanno condotto anche a scoprire una serie di presunti episodi di corruzione legati ai finanziamenti pubblici nel settore della sanità e dell’edilizia universitaria in relazione a procedure/affidamenti di diversi enti pubblici (Regione Marche, Erdis Marche e Università di Camerino).

Il pm Valeria Cigliola
Tale filone di indagine si è incentrato su un presunto comitato d’affari, di cui avrebbero fatto parte anche Antonio Cervigni, Antonio Ezechielli, 62, e l’avvocato Fabio Pistarelli e altri soggetti inseriti in contesti istituzionali e amministrativi regionali o universitari che hanno realizzato una struttura stabile di intermediazione illecita negli appalti pubblici, capace di sfruttare relazioni qualificate con pubblici ufficiali e centri decisionali per orientare gare, veicolare finanziamenti e ottenere utilità economiche. Centrale sarebbe stato il di Pistarelli, che all’epoca delle indagini (partite nel 2023) era capo di gabinetto del governatore Francesco Acquaroli. Sempre secondo gli inquirenti il suo peso istituzionale avrebbe conferito al gruppo la capacità concreta di incidere sulle procedure amministrative e sugli appalti, anche mediante la divulgazione di notizie riservate coperte dal segreto d’ufficio. La sua partecipazione alle condotte corruttive – in ordine alle quali è stato remunerato con 105mila, di cui denaro contante per un importo non inferiore a 60mila e altre utilità, per un valore pari a circa 45mila, relative a lavori di ristrutturazione edilizia – si è realizzata per lo più tramite Cervigni e Ezechielli che hanno operato in accordo con gli imprenditori coinvolti e lo stesso pubblico ufficiale. I tre, prosegue la procura, si sarebbero avvalsi di due professionisti operanti in un’altra regione (sempre partecipi di tale sodalizio), che hanno realizzato e gestito, quali amministratori di fatto e di diritto, un’articolata struttura finanziaria e societaria in grado di occultare i flussi finanziari illeciti, dissimularne l’origine e il loro trasferimento in trust finanziari.
Il Gip, accogliendo l’impostazione accusatoria, ha ritenuto configurati gli illeciti con riferimento a più procedure di interesse del gruppo criminale – per un valore di oltre 150 milioni di euro – alcune perfezionate, altre in corso e altre solo programmate per le quali è stata riscontrata un’illecita dazione ovvero una promessa di dazione e, in particolare: procedura di gara pubblica per l’aggiudicazione dei lavori di restauro e risanamento conservativo di un immobile privato, da adibire a studentato universitario.
In particolare, il sodalizio ha individuato un ex monastero Le Monachette di Macerata, gravemente lesionato dal sisma 2016 – di proprietà di una famiglia di imprenditori maceratesi. In cambio di una dazione di 250mila euro l’immobile è stato fatto acquistare da Erdis al fine di crearne uno studentato.
L’immobile – acquistato prima del terremoto a un prezzo di circa 2 milioni di euro e rivenduto nel 2024 per oltre 3,3 milioni – è stato ristrutturato con i finanziamenti erogati dal Mur e dall’Ufficio Speciale Ricostruzione, per un importo complessivo pari a circa 12 milioni di euro, i cui lavori sono stati appaltati per circa 6 milioni di euro all’imprenditore maceratese Crucianelli, che li ha subappaltati a Cervigni promettendogli il pagamento del 2% del valore dell’appalto, pari a 120mila, da corrispondere al sodalizio e agli altri soggetti intervenuti, tra cui il precedente proprietario dell’immobile.
Poi si parla di una procedura di gara pubblica per l’aggiudicazione dei lavori di ristrutturazione e ampliamento di un ex immobile militare di Ancona, da destinare a residenza per studenti universitari, per un valore di circa 6 milioni di euro da assegnare a una società per tacitarne l’eventuale ricorso; di una procedura per l’autorizzazione e l’accreditamento al Servizio Sanitario – Regione Marche, su proposta dall’Azienda sanitaria territoriale di Fermo, di una Rsa con sede a Rapagnano di proprietà di una società veneta. La procedura per la proroga fino al 2037, anziché per la necessaria indizione di una nuova gara di appalto, del contratto di multiservizia tecnologica integrata energia per la sanità a favore di una società di multiservizi della provincia di Piacenza. La procedura per l’affidamento del servizio energia e manutenzione dell’Ospedale Torrette di Ancona, a favore di una società di multiservizi della provincia di Piacenza.
Ad eccezione delle prime due, le ultime tre procedure non si sono perfezionate a causa delle dimissioni di Pistarelli.
Nell’ultimo filone di indagine relativo alle procedure indette dall’Università di Camerino (che non ha interessato Pistarelli), risultano coinvolti i funzionari dell’Ufficio Tecnico, che ricevevano indebitamente denaro e altre utilità, per l’esercizio delle loro funzioni e dei loro poteri presso l’Università di Camerino in relazione a gare indette dal citato ente universitario.
Sono stati accertati flussi finanziari tracciati, per un importo di 350 mila euro, giustificati come pagamento di fatture per operazioni inesistenti, attraverso cui sono state corrisposte le dazioni illecite in relazione ai delitti contro la pubblica amministrazione sopra indicati.
L’indagine è del comando provinciale della Guardia di finanza di Ancona, su delega della Direzione distrettuale antimafia della procura di Ancona. Perquisizioni da oggi all’alba nelle province di Ancona, Macerata, Pesaro-Urbino, Fermo, Roma, Caserta, Napoli, Reggio Calabria, Modena, Terni, Chieti, Treviso e Piacenza a un’ordinanza applicativa di misure cautelari emessa dal Gip presso il Tribunale di Ancona in data 12 ottobre 2026.
Il provvedimento ha disposto la custodia in carcere per 8 dei principali indagati e l’interrogatorio preventivo per ulteriori 5 indagati. Il giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Ancona ha disposto, altresì, il sequestro impeditivo di 3 società e il sequestro preventivo di beni per oltre 57 milioni di euro.
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