«Picchiati e torturati, ma ripartirei»
Il professor Sergi racconta il sequestro
di Sabrina Marinelli
Il professor Vittorio Sergi è finalmente rientrato a casa, nella sua Senigallia, dopo una durissima prigionia. L’attivista della Global Sumud Flotilla ripercorre con noi quei momenti drammatici.
Professor Sergi, innanzitutto come sta? «Tutto sommato bene, nonostante le botte che abbiamo preso e le torture che abbiamo dovuto subire»
Che tipo di violenze? «Schiaffi, calci, pugni, tirate di capelli. Ci costringevano a rimanere in ginocchio per ore, o in piedi a lungo senza potersi appoggiare a nulla. A volte era proprio impossibile farlo perchè c’era filo spinato ovunque. E poi la privazione di cibo e acqua. L’elenco sarebbe lunghissimo e comprende anche pesanti umiliazioni psicologiche»
Ha avuto paura? «Mi hanno minacciato di morte un paio di volte, dicendo che mi avrebbero ucciso e non sarei tornato vivo. Più che altro, però, abbiamo vissuto tutti un profondo senso di smarrimento, perché non sapevamo cosa ci sarebbe potuto accadere. Sapevamo che il 30 aprile scorso altri attivisti erano stati bloccati, ma erano stati lasciati in un porto greco. Noi, invece, ci siamo ritrovati improvvisamente in Israele. Solo quando ci hanno scortato in carcere abbiamo capito di essere stati arrestati»
Con quale accusa vi hanno trattenuto? «Il disorientamento derivava anche da questo: non sapere cosa ci venisse contestato. Non abbiamo potuto incontrare gli avvocati, né il personale del Consolato italiano. Non avevamo alcun diritto. Eravamo a conoscenza del fatto che, sempre a fine aprile, due attivisti erano stati arrestati con l’accusa di essere terroristi affiliati ad Hamas, mentre gli altri erano stati espulsi. Non potevamo immaginare quale sorte avrebbero riservato a noi»
Facciamo un passo indietro. Cosa è successo la mattina del 18 maggio? «Eravamo in navigazione a 260 miglia da Gaza — quindi a circa un paio di giorni di viaggio dalla costa — quando abbiamo avvistato all’orizzonte le navi della Marina israeliana. Subito dopo siamo stati raggiunti da alcuni gommoni»
Qual è stata la vostra prima reazione? «Io ho girato immediatamente un video per documentare l’abbordaggio. Noi eravamo in acque internazionali. Ho fatto in fretta a inviarlo poi ho lanciato il telefono in mare, per evitare che lo sequestrassero cancellando tutto il materiale che avevo comunque salvato in un drive e ho recuperato tornando a casa. Nel giro di dieci minuti i militari sono saliti a bordo: hanno spaccato le telecamere e ci hanno costretto a metterci in ginocchio a prua. Poi ci hanno legato le mani e trasferito su una grande nave militare, dove c’erano dei container recintati con il filo spinato»
È vero che vi hanno sparato addosso proiettili di gomma? «Sì, è vero. È successo perché noi continuavamo a cantare cori per la Palestina libera. Loro non volevano, ma noi continuavamo»
Da quel momento in Italia si sono perse le vostre tracce. Cosa è successo in quei giorni di totale isolamento? «Abbiamo navigato per quasi due giorni. All’interno di quel container eravamo ammassati, uno sull’altro. Non c’era spazio, le luci rimanevano accese giorno e notte ed era impossibile dormire. Ci hanno privato di ogni effetto personale, ci hanno spinti lì dentro e chiusi fino all’arrivo»
Come avete fatto per il cibo? «Una sola volta ci hanno lanciato dall’alto delle bottigliette d’acqua e dei sacchetti con del pane congelato. Qualcuno si è rifiutato di toccarli, non si fidava o voleva fare lo sciopero della fame.
Lei invece? «Ho mangiato un pezzo di quel pane per evitare di svenire, dato che non sapevo cosa ci avrebbe atteso dopo»
Cosa è accaduto al vostro sbarco a Eilat? «Siamo finiti in balia di uomini incappucciati che potevano fare di noi qualsiasi cosa. Continuavano a picchiarci e a costringerci a stare in ginocchio con le mani legate dietro la schiena poi è iniziato un vero e proprio circo mediatico: è arrivato il Ministro israeliano che ci ha umiliato davanti alla stampa, che era lì appostata per riprendere la scena. E giù ancora altre botte. Poi ci hanno portati in una struttura per l’identificazione, picchiato di nuovo e costretti a indossare la divisa da prigionieri per trasferirci in carcere»
Com’erano le condizioni? «Eravamo ammassati in sessanta dentro a delle gabbie che avevano delle tende all’interno. Anche lì, senza sapere quale fosse l’accusa»
Quando avete capito che vi avrebbero liberato? «La sera prima del rilascio la tensione si è stranamente allentata: ci hanno portato dei panini e hanno smesso di aggredirci. La mattina successiva ci hanno fatto salire su dei mezzi blindati per un viaggio lunghissimo, durato quattro o cinque ore. Una volta arrivati a destinazione, ho visto tre aerei della linea aerea turca sulla pista. Lì abbiamo capito che stavamo per tornare a casa»
Com’è stato il viaggio di rientro a Senigallia? «Abbiamo fatto scalo in Turchia e poi siamo ripartiti per Roma. Quando sono arrivato la sera ho trovato ad accogliermi gli altri attivisti che erano venuti a prendermi insieme alla mia famiglia. La primissima cosa che ho fatto? Ho riabbracciato mia moglie e i miei figli»
Cosa le rimarrà più impressa da questa esperienza? «L’aver toccato con mano come vengono trattati quotidianamente i palestinesi. E dire che siamo perfettamente consapevoli del fatto che con noi occidentali sono stati molto più clementi. Eppure ciò che abbiamo subito è già inaccettabile. C’era un sadismo di fondo: se stavi seduto ti picchiavano perché dovevi alzarti, se stavi in piedi ti prendevi le botte perché dovevi inginocchiarti. Se chiedevi di allentare le manette te le stringevano ancora di più. E’ capitato a me»
Ripartirebbe? «Sì, ripartirei. La Flotilla è un’organizzazione solida e ben strutturata, e lo ha dimostrato anche in questa circostanza»
Chi finanzia queste operazioni? «Noi siamo semplici volontari, anzi, dal punto di vista economico ci rimettiamo e basta. Nel mio caso, essendo un professore, ho dovuto chiedere due mesi di aspettativa dal lavoro, perdendo circa 3.600 euro di stipendio. I voli di rientro, invece, sono stati pagati direttamente dalla Flotilla grazie alle numerosissime donazioni che riceve da tutto il mondo»
Come mai ha dovuto chiedere due mesi di aspettativa? «Perché sono andato ad Augusta già il 6 aprile per iniziare i lavori di preparazione e sistemazione della barca, anche se poi siamo effettivamente salpati il 26 aprile. Ognuno di noi, in base alle proprie disponibilità personali e lavorative, ha messo a disposizione tutto il tempo che poteva. Io tornerò a lavorare la prossima settimana»
Se oggi avesse la possibilità di parlare direttamente con il Premier Benjamin Netanyahu, cosa gli direbbe? «Gli direi che la Palestina ha il sacrosanto diritto di essere una nazione libera. E che deve cessare immediatamente questa occupazione coloniale, insieme al genocidio che il suo governo sta commettendo a Gaza»
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