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Riciclaggio, indagine dell’Antimafia
sugli affari di Alfio Caccamo

IL PUNTO - La ricostruzione della vicenda e gli ultimi sviluppi degli accertamenti degli inquirenti. Gli interessi dell'imprenditore a Camerino e i cospicui versamenti effettuati a titolo di prestiti infruttiferi alla Alba srl che poi realizzò il Corridomnia e l'allerta dell'ex procuratore generale Vincenzo Macrì
martedì 1 agosto 2017 - Ore 12:27
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L’avvocato Giuseppe Bommarito

 

di Giuseppe Bommarito*

Alla fine la recente visita alla Direzione Distrettuale Antimafia delle Marche della senatrice Rosy Bindi, da qualche anno alla testa della Commissione Parlamentare Antimafia, ha dato frutti e pare, tra le altre cose, che sia finalmente riuscita a sbloccare il procedimento riguardante Alfio Caccamo ed alcuni suoi stretti congiunti per una presunta attività di riciclaggio di una montagna di soldi di ignota provenienza, da lungo tempo sostanzialmente e incredibilmente quiescente dapprima a Macerata e poi in quel di Ancona. La vicenda, infatti, si trascina stancamente, tra inspiegabili ritardi e imperdonabili sottovalutazioni, addirittura dal maggio 2010, allorchè al comando provinciale della Guardia di finanza di Macerata pervenne una specifica segnalazione concernente cospicui versamenti effettuati a titolo di prestiti infruttiferi da Alfio Caccamo, Stefano Puglisi (cognato di Alfio) e Nina Caccamo (sorella di Alfio) nei conti correnti della società Alba srl, la società che nel 2012 avrebbe poi realizzato a Corridonia fra mille polemiche il centro commerciale Corridomnia e di cui essi erano gli unici soci.

L’imprenditore Alfio Caccamo

Non si trattava certo di piccole somme. Al contrario, nel bilancio societario chiuso al 31 dicembre 2010 risultavano “per tabulas” finanziamenti infruttiferi dei tre soci pari all’imponente somma di quasi due milioni e mezzo di euro, esattamente 2.450.137 euro, effettuati soprattutto nel 2008 e nel 2009 (50.000 euro nel 2007; 1.191.000 euro nel 2008 e 1.209.137 euro nel 2009).
La circostanza appariva già a prima vista sospetta perché, come all’epoca segnalato anche dal Consiglio Superiore della Magistratura, uno strumento frequente di riciclaggio di denaro sporco era proprio la costituzione di società di capitali, nelle quali far rifluire prestiti personali dei soci. Ed anche perché sino al 2006/2007 tutte le varie società facenti parte del gruppo Caccamo (oltre alla Alba srl, anche la Nefer srl, la Csp Costruzioni srl, la Caccamo & Puglisi snc) presentavano bilanci in passivo, per cui le cifre versate dai tre soci nelle casse della Alba srl apparivano già a prima vista ben al di sopra degli inesistenti profitti di impresa e delle reali possibilità personali dell’imprenditore siciliano e dei suoi congiunti (va aggiunto, in questo fiume di denaro di incerta provenienza, che nel 2009 Alfio Caccamo e Stefano Puglisi ebbero ad effettuare ulteriori prestiti personali per circa 520.000 euro alla Voghera Est srl, altra società del gruppo, costituita proprio in quell’anno per costruire un centro commerciale nel comune lombardo di Voghera, su un lotto di terra acquistato a quattro soldi). Per di più, i versamenti più consistenti dei tre soci erano stati anche segnalati, in virtù di un preciso obbligo di legge, alle autorità competenti come “operazioni finanziarie sospette” da parte della Banca delle Marche, ove quei prestiti così rilevanti erano transitati.
Eppure, nonostante tutto ciò e sebbene i prestiti in questione risultassero documentalmente dai bilanci della Alba srl, nessuno si prese la briga di intervenire e la società, allorché ebbe i necessari permessi a costruire, realizzò in tempi record nei primi mesi del 2012 il centro commerciale di Corridonia, creando non poco pregiudizio a decine di piccoli commercianti della zona. Nessuno si mosse nemmeno allorché su questo giornale si denunziò pubblicamente la vicenda con una documentata inchiesta e il Caccamo, per giustificarsi, tirò fuori la storiella per educande dei risparmi personali portati illecitamente all’estero negli anni precedenti e fatti poi rientrare in Italia grazie al famigerato scudo fiscale (tesi abbastanza inconsistente a livello fiscale, in quanto quel condono venne emanato nel 2009 dal quarto governo Berlusconi, mentre una parte consistente dei prestiti infruttiferi risaliva, come si è visto, al 2008; e addirittura priva di qualsiasi rilievo a livello penale a fronte del reato di riciclaggio, nel cui ambito non poteva essere opposta la circostanza di aver scudato i capitali sospetti).

Il Corridomnia

Insomma, da quello che si è capito, per motivi inspiegabili la Guardia di Finanza di Macerata trattenne ed esaminò la questione per almeno due o tre anni come una normale vicenda di evasione fiscale, di verifica tributaria, e non come una storia di possibile riciclaggio con connessioni con la criminalità organizzata, senza preoccuparsi quindi di trasmettere il fascicolo alla Direzione Distrettuale Antimafia di Ancona per le specifiche indagini e i provvedimenti del caso. Eppure gli inquirenti avrebbero dovuto già nel 2010 procedere alla confisca dei denari versati in maniera sospetta sui conti correnti della Alba srl, in quanto evidentemente sproporzionati rispetto ai profitti della società e ai redditi personali dei soci ed in quanto i soci stessi non erano riusciti a dimostrarne la legittima provenienza; così come in seguito avrebbero dovuto sequestrare il cantiere ove poi è sorto il centro commerciale di Corridonia. Non era una facoltà, lo imponeva una precisa norma di legge, l’art. 12-sexies del decreto legge 306/1992, emanato sull’onda del dolore e dell’indignazione per la morte di Giovanni Falcone.
La vicenda sbarcò alla Direzione Distrettuale Antimafia (Dda) di Ancona solo nel 2013. Se ne ha una traccia nella relazione 2014 della Direzione Nazionale Antimafia, che a proposito delle indagini sulla criminalità organizzata in corso nelle Marche ebbe a segnalare uno specifico procedimento per il reato di riciclaggio, con l’aggravante dell’utilizzo del metodo mafioso.

Rosy Bindi

Sbarcò in Ancona, ma subito qui si fermò sino ai giorni nostri, allorchè, dopo la visita della Commissione Parlamentare Antimafia, le forti sollecitazioni di Rosy Bindi e una sacrosanta interrogazione sulla presenza della malavita organizzata nelle Marche presentata dal senatore Mario Morgoni, pare che qualcuno si sia finalmente deciso a riprendere in mano il fascicolo Caccamo & Soci, altrimenti tranquillamente e colpevolmente dormiente.
Nel frattempo però erano successe due cose che evidenziano ancora di più, da un lato, la gravità della vicenda, e, dall’altro, la colpevole sottovalutazione della stessa da parte degli inquirenti e della Direzione Distrettuale Antimafia di Ancona, nonché le evidenti coperture di cui Alfio Caccamo ha sinora goduto trasversalmente a livello politico e nelle istituzioni preposte, compresi alcuni settori delle forze dell’ordine.
La prima: Caccamo Alfio querelò negli anni scorsi il sottoscritto e il direttore e di questo giornale per diffamazione a mezzo stampa in relazione all’inchiesta pubblicata nel 2012. Nel marzo 2014 la querela fu archiviata, come era prevedibile visto che i fatti narrati erano oggettivi e indiscutibili, e si trasformò in un boomerang. In particolare, per quanto venne scritto nella richiesta e nel provvedimento di archiviazione dal Pubblico Ministero e dal Giudice per le Indagini Preliminari del Tribunale di Macerata, che parlarono senza mezzi termini di “provenienza opaca” dei soldi versati da Alfio Caccamo e dagli altri soci nelle casse della Alba srl, di “deficit di trasparenza circa la provenienza di parte delle somme investite per la realizzazione del centro commerciale Corridomnia”, di “opacità della complessiva operazione finanziaria”, aggiungendo che “la circostanza che parte rilevante della provvista monetaria investita nella realizzazione dell’opera fosse scudata non vale di per sé ad attestarne la lecita provenienza”. Insomma, parole dure, pesanti come macigni, messe nero su bianco non dall’esaltato di turno ma da due stimati magistrati, tali da far saltare sulla sedia chi di dovere, eppure nel porto delle nebbie anconetano ancora silenzio e sonni tranquilli.

Vincenzo Macrì

La seconda vicenda è ancora più grave. Siamo nel luglio dell’anno scorso, quando Vincenzo Macrì, allora Procuratore Generale della Corte di Appello di Ancona, lanciò a mezzo stampa un durissimo e inusuale attacco alla Direzione Distrettuale Antimafia anconetana, accusandola sostanzialmente di inerzia e parlando apertamente, tra i casi emblematici di importantissimi fascicoli lasciati a dormire, di quello riguardante “una notevole attività di riciclaggio in un centro commerciale sito in una cittadina vicino a Macerata”. Era, anche per altri chiari riferimenti contenuti nell’intervista, la fotografia del centro commerciale di Corridonia, eppure anche questa energica e qualificata esortazione a muoversi, una bordata senza precedenti di fuoco amico, rimase inascoltata.
Certo, la Direzione Distrettuale Antimafia di Ancona in questi ultimi anni non ha avuto una vita tranquilla, squassata come è stata da una durissima lotta al vertice per decidere chi dovesse ricoprire la carica di Procuratore Distrettuale, con ripetuti ricorsi al Tar e al Consiglio Superiore della Magistratura. Anche gli organici erano e sono sicuramente sottodimensionati rispetto ad una crescita impressionante della presenza in regione della malavita organizzata. Manca inoltre nella nostra regione (e pesa in questa carenza la fallace illusione delle Marche come isola felice rispetto alla penetrazione delle varie mafie italiane) una stabile sezione operativa della Dia, la Direzione Investigativa Antimafia, organismo interforze costituito da elementi specializzati dei carabinieri, della polizia e della guardia di finanza, chiamato ad indagini sulle associazioni di tipo mafioso e sulla criminalità organizzata.
Ma niente può giustificare la calma piatta sinora registrata, il sostanziale vuoto di attività durato anni nel caso specifico, anni durante i quali, in mancanza della necessaria chiarezza da parte degli inquirenti e dell’autorità giudiziaria sul presunto riciclaggio sopra descritto, Alfio Caccamo ed il suo gruppo hanno cercato di ripulirsi l’immagine, si sono ingranditi notevolmente a livello imprenditoriale (alla faccia dell’imprenditoria sana, che, quando va in banca a chiedere prestiti, mutui e scoperture di conto, si vede chiudere le porte in faccia), hanno tentato di replicare l’esperienza del centro commerciale tipo Corridomnia nella vallata del Potenza (dinanzi al centro fiere di Villa Potenza) e poi nei pressi del casello autostradale di Ancona nord, hanno acquisito importanti lavori pubblici in provincia e fuori (da ultimo, la ristrutturazione della curva est dello stadio Del Duca di Ascoli), si sono affacciati nel settore cosiddetto “green” delle centraline idroelettriche, si sono presentati come sponsor-mecenati dello Sferisterio e benefattori in Africa, hanno organizzato mostre d’arte, hanno evitato che emergesse sulla stampa l’amicizia imbarazzante con qualche personaggio siciliano coinvolto nell’omicidio del povero Pietro Sarchiè. Senza dimenticare l’opportuna e trasversale copertura politica, con il socio in affari Mario Montalboddi inserito nel periodo 2015/2016 nella segreteria provinciale del Pd, mentre il gruppo stesso manteneva al contempo stretti legami pure con il centrodestra.
Ed oggi Alfio Caccamo, che a quanto se ne sa ha qualche problema a presentarsi nel paese natio (Paternò, in provincia di Catania), ove invece, nella sua villa con piscina, sono stati ospiti in diverse occasioni personaggi sia di Corridonia che della zona di Camerino, sta crescendo ulteriormente, soprattutto nella zona montana, grazie anche alla stabile alleanza con la società camerinese Edilasfalti srl, di cui è amministratrice unica la sorella di Roberto Lucarelli, attuale vice sindaco di Camerino e assessore ai lavori pubblici e all’urbanistica, e di cui è procuratore speciale nonché socio di assoluta maggioranza Maurizio Zeppa, marito della Lucarelli.

Quest’ultimo è da quasi un decennio in strettissimo e indissolubile collegamento con Alfio Caccamo e il suo gruppo. Un legame di ferro. I due sono insieme come soci nella Voghera Est srl (anch’essa, come si è visto, società del gruppo Caccamo, di cui è socio e amministratore unico l’architetto Mario Montalboddi sopra menzionato, tecnico di fiducia del gruppo), che ha realizzato tra le altre cose anche il centro commerciale di Camerino in località Montagnano, vicenda che qualche anno fa assurse agli onori della cronaca per uno stranissimo e incomprensibile errore di identificazione di una particella catastale, e che molto fece discutere in consiglio comunale anche per qualche problemuccio di distanze e di altezze forse superato un po’ troppo disinvoltamente (così come, altrettanto disinvoltamente, l’assessore Lucarelli partecipò alla riunione della giunta comunale che deliberò lo schema di convenzione con la Voghera Est srl, di cui, come sopra detto, era socio il cognato Maurizio Zeppa: delibera n. 109 del 6.6.2013).
Ma la collaborazione, che si è realizzata anche attraverso numerosi reciproci subappalti e la comune partecipazione a gare d’appalto, si sta ora ulteriormente espandendo grazie all’acquisizione di una bella fetta dei lavori per il terremoto nella zona di Camerino, Pieve Torina e paesi limitrofi.
Questa è la situazione, mentre, a complicare ancora più la faccenda, già intricata e densa di aspetti di non facile decifrazione, si parla pure di un altro fratello del Caccamo spuntato fuori all’improvviso e stabilizzatosi a Castelraimondo (il resto della numerosa famiglia era già arrivato a Pieve Torina da anni). Una storia molto grossa, insomma, assolutamente da chiarire, che ricomprende anche qualche misterioso viaggio negli anni passati in Spagna ed in Svizzera. Ora non resta che attendere gli sviluppi del tardivo soprassalto di attività da parte della Direzione Distrettuale Antimafia, sperando che, sia pure quasi fuori tempo massimo, questa volta gli uomini delle istituzioni facciano chiarezza sino in fondo e una volta per tutte sulla vicenda, in un senso o nell’altro.

*Giuseppe Bommarito, presidente associazione “Con Nicola oltre il deserto d’indifferenza”

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