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Edilcost, dal fallimento
alla discarica alle porte
del Parco del Conero

ANCONA - Il sito di 3.800 metri quadri lungo il sentiero di Vallemiano è completamente aperto al pubblico e abbandonato. E' diventato terreno di raccolta abusiva e illegale di ogni genere di rifiuto
venerdì 12 Gennaio 2018 - Ore 15:26
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di Giampaolo Milzi

Un’area industriale ridotta a una sorta di terra di nessuno, nel verde delle valle del Miano, appena fuori dell’omonimo (Vallemiano) rione di Ancona, a pochi metri dall’inizio dell’area protetta del Parco del Conero. Una terra di nessuno, quella dove sorge l’ex stabilimento della srl Edilcost. Perché di fatto, come minimo da tre anni, abbandonata a se stessa, e facilmente accessibile. Trasformata, in pratica, in un’enorme discarica, in buona parte a cielo aperto. Dov’è difficile demarcare i confini tra i quintali e quintali di materiale di risulta e di servizio “figlio” dell’attività produttiva della società edile a responsabilità limitata – dichiarata fallita con sentenza del Tribunale di Ancona il 7 maggio 2015 – e l’altrettanto gigantesca quantità di ciò che, ugualmente classificabile come rifiuti, è stato depositato probabilmente e piratescamente un po’ a macchia di leopardo su una superficie complessiva di ben 3.800 metri quadri.
All’ingresso principale, al civico 19 di via della Ferrovia, si giunge grazie un breve viottolo di ghiaia, che nel punto in cui si stacca dalla strada è delimitato trasversalmente da una catena dal quale penzola un cartello di divieto d’accesso. Ma la catena non è munita di lucchetto e quindi facilmente sfilabile da uno dei due pilastrini ferrei di sostegno. Apparentemente le due grandi porte metalliche dell’entrata all’ex sito industriale sono sbarrate. Non in pratica, almeno nella mattinata del 18 dicembre scorso quando ci siamo recati per la prima volta sul posto. Disattivato e semidistrutto l’impianto elettrico di apertura/chiusura automatica. Una spintarella, e si è dentro. Già l’ampio piazzale asfaltato è costellato di mucchi di oggetti di varia grandezza: molti sacchi pieni non si sa bene di cosa; mattoni, piastrelle e calcinacci a non finire; travi di legno, cavi elettrici, lamiere e tubature di vario tipo. E ancora: sanitari fatti a pezzi, malandati elettrodomestici, pneumatici, insegne deteriorate, infissi, numerosi brandelli d’arredo (porte, divani, vetrate rotte), perfino un barbecue. La raccolta indifferenziata e “anarchica” di vari materiali lasciati e dimenticati da chissà chi caratterizza anche gli edifici. Quello più piccolo, una specie di ripostiglio, sull’angolo a sinistra del piazzale, con la porta aperta, contiene diversi imballaggi, pannelli, molti faldoni con documenti d’archivio amministrativo della Edilcost. Ma anche ciò che non ti aspetti, chissà, probabilmente ricordi e beni legati in qualche modo a Luigi Catalano, l’ex socio unico dell’azienda: le statuine un po’ acciaccate di un presepe, una cassa di legno piena di giochi per bambini, diplomi incorniciati, un attestato di benemerenza della Croce Rossa, un manichino, un paio di scarpe, un quadro della Madonna, una grande foto di Padre Pio. E, a proposito di foto, sempre gettate a terra, due dello stesso Catalano. Un uomo d’affari con diversi interessi economici e imprenditoriali, anche in campo sociale e sportivo. Oltre che gastronomico. L’abbiamo incontrato successivamente nel ristorante “Il Palombaro”, che gestisce in uno degli edifici di quello che fu l’ente Fiera di Ancona. “Per me la vicenda Edilcost è affare chiuso. Su cui non ho alcun interesse. C’è il fallimento dichiarato, con la procedura in atto. Non chiedetemi di più”, queste le sue gentili, ma poche parole.
Sul lato opposto del piazzale ecco il mega-capannone bianco, diviso in due parti, dotato di servizi igienici malandati. La saracinesca non impedisce l’accesso. Del resto – nei periodi in cui è stata chiusa, se lo è stata – c’è chi ha pensato di praticare un grosso squarcio sul fianco sinistro dello stabile per gironzolare lungo i 288 metri quadri interni a suo piacimento. E l’interno è un mare di “sorprese”. Non tanto gli attrezzi da lavoro, gli scatoli e gli scatoloni, i soliti materiali d’imballaggio. Ma, ed è qui la vera sorpresa, centinaia di libri di ogni tipo, quasi tutti in ottime condizioni, decine di vecchie cassette di film tipo vhs, cd, quadri e cornici, allbum con immagini di cerimonie della Marina militare, un paio di berretti da marinaio e una divisa, forse da ufficiale, cassette piene di profumi, cosmetici, bottiglie di liquori. Chi in questo luogo, che sembra galleggiare in un’altra dimensione, ha cercato un riparo per la notte si è trovato a suo agio: una coperta è stesa in terra, e ce ne sono altre; assieme a materassi, reti per letti, mobili, calzature. Adiacente al doppio capannone ce n’è un altro, enorme. Una specie di capannone, in realtà, dotato di solo tetto di copertura, strutture di sostegno e pavimentato per 390 mq: l’ennesimo immondezzaio all’aperto, col solito, abbondante materiale di risulta da costruzione, gli ennesimi scatoloni, e dove spiccano due grossi congelatori. Oltre, un piccolo immobile, pieno di lampadine, vecchi cellulari e computer, accessori d’elettronica. E ancora, a pochi metri sulla destra, fusti con liquidi anticorrosivi per il rivestimento di esterni e pareti varie. Il lungo lato destro del piazzale è delimitato da una palazzina bianca su cui campeggia l’insegna Edilcost, l’unica struttura effettivamente chiusa, probabilmente adibita un tempo agli uffici. Volendo, anche da questo lato si può accedere al piazzale: percorrendo fino in fondo lo stradello “costola” di via della Ferrovia, invaso da erbacce, sulla sinistra c’è un basso muretto rettilineo, scavalcarlo è un gioco da ragazzi.
Una sorta di terra di nessuno, 3800 metri quadri precipitati da occasione di sviluppo economico a una situazione di sottosviluppo civico-ambientale. Recente archeologia industriale – l’ossimoro ci sta – e moderno esempio di estremo degrado in area periferica ma pur sempre cittadina. Il tutto condito da due avvilenti paradossi. Il primo: via della Ferrovia, in questo tratto, è fiancheggiata dal sentiero attrezzato per passeggiate nella natura che si specchia sul torrente Miano; inaugurato il 10 aprile 2017 su iniziativa della Casa delle Culture in collaborazione con associazioni e varie istituzioni dopo la rimozione di tonnellate di rifiuti, si sviluppa in 4 km di itinerario nel verde tutelato di quello che è già Parco del Conero, spingendosi fino alle falde di Pietralacroce. Il secondo paradosso? il sito ex Edilcost è terra di nessuno ma non formalmente, perché ne sono responsabili le figure istituzionali di Giustizia competenti per la procedura fallimentare.
Il 17 giugno 2011, la nuova area Edilcost fu inaugurata con tanto di cerimonia pubblica e taglio del nastro, alla presenza del sindaco Fiorello Gramillano e della presidente della Provincia Patrizia Casagrande, con la benedizione dell’arcivescovo Edoardo Menichelli. L’eco delle ottimistiche parole di circostanza sul recupero produttivo “di un pezzo di città trasformato” virtuosamente pronunciate in quell’occasione risuona ora nella desolazione. Ci è sembrato di udirlo, giovedì 11 gennaio, giorno del nostro secondo sopralluogo sul posto.
Auspichiamo che quell’eco si trasformi in un sos ecologico, che venga raccolto da chi di competenza; foriero di un doverosa bonifica e messa in sicurezza, onde evitare ulteriore degrado e ulteriori tentazioni di scarichi e smaltimenti abusivi e/o non autorizzati. Fino ad ora, a fine 2017, una ignota mano pietosa si è limitata ad apporre una catenella con lucchetto alle porte dell’entrata principale. Ma basta deviare a sinistra, due passi tra i rovi, e sei dove non vorresti essere.

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