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Chiedono il pizzo al kebabbaro
«Hanno minacciato anche mio figlio»

FALCONARA - Per un paio di anni il titolare di un kebab sarebbe stato nel mirino di due tunisini. Uno è finito a processo con l'accusa di estorsione. L'altro è stato rimpatriato perché considerato dal Viminale simpatizzante dell'Isis. La vittima è allo steso tempo imputato per il reato di lesioni perché per cacciare gli strozzini avrebbe utilizzato una spranga di ferro
mercoledì 17 Gennaio 2018 - Ore 16:26
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Il tribunale

 

“Mi chiedevano soldi, 50 o 80 euro, sotto la minaccia di spaccarmi il locale o spacciarci droga all’interno”. Così, un 38enne originario del Bangladesh ha raccontato questa mattina davanti al collegio penale le continue pressioni subite da due tunisini, 33 e 32 anni, arrestati il 25 maggio 2015 per estorsione in concorso. Secondo l’accusa, entrambi avrebbero minacciato per un paio di anni il bengalese, titolare di un kebab davanti alla stazione di Falconara. I due, in un’occasione, sarebbero anche arrivati ad importunare il figlio del 38enne. Il processo si è aperto questa mattina.  A rispondere del reato di estorsione è solamente il 32enne. L’altro, infatti, è stato espulso dal territorio italiano a gennaio del 2017 per essere considerato un simpatizzante dello Stato Islamico, nonché conoscitore di Amis Amri, l’attentatore dei mercatini natalizi di Berlino. Imputato risulta essere anche il bengalese per lesioni aggravate nei confronti dei tunisini. Il giorno dell’arresto, infatti, l’uomo si sarebbe difeso dalle minacce dei nordafricani colpendoli con una spranga di ferro. “Il 25 maggio – ha raccontato il 38enne – si erano presentati al negozio. Senza dire nulla, hanno aperto il frigo e preso due birre. Non me le hanno pagate. Quando ho chiesto di tirare fuori i soldi, uno ha tentato di colpirmi con la bottiglia. Avevano anche un coltello di circa 20 centimetri. Mi hanno detto: “dacci 50 euro altrimenti ti spacchiamo il locale”. Ma io non ho voluto dargli niente”. A quel punto, secondo quanto riscontrato dalle indagini, sarebbe nata la bagarre, terminata con l’arresto dei due tunisini da parte dei carabinieri. “Un giorno, hanno fermato anche mio figlio vicino a scuola. Mi avevano chiamato appositamente per dirmelo”. Una sorta di avvertimento. Dopo un periodo passato in carcere, entrambi i nordafricani erano stati rimessi in libertà. Il 31enne vive attualmente in Francia, mentre il suo presunto complice è stato rimpatriato nel gennaio 2017 dopo essere stato ospite del Cie di Torino.

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