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Delitto Cameyi, ex fidanzato a processo
Giallo sulle frasi di un verbale:
«Non posso pagare solo io»

POZZO DELL'ORRORE - Il mistero della scomparsa e uccisione della 15enne il 2 dicembre finirà davanti al Gup. Il legale della famiglia, Luca Sartini, racconta l'indagine e quando detto dall'indagato, Monir Kazi, in un interrogatorio: «Anche loro sanno qualcosa». I resti della ragazza vennero trovati a Porto Recanati, 8 anni dopo la sparizione. «E' possibile l’omicidio si sia consumato in uno dei casolari vicino all'Hotel House ma all'epoca nessuno di questi venne perquisito. Nelle immagini delle videocamere lei è con un ragazzo, per noi è l'imputato ma per il pm di allora non era così certo nonostante gli stessi abiti vennero trovati nella sua casa»
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Cameyi Mosammet insieme ad un ragazzo alla stazione di Porto Recanati il giorno della sua scomparsa. E’ l’ultima immagine prima che la 15enne sparisca nel nulla

 

di Gianluca Ginella

Chi ha ucciso Cameyi Mosammet, la ragazza di 15 anni ritrovata morta nel 2018 in un pozzo e in un terreno vicino all’Hotel House di Porto Recanati? Dovrà dirlo un processo che avrà il suo preludio il 2 dicembre con l’udienza preliminare davanti al giudice Domenico Potetti del tribunale di Macerata. Imputato, con l’accusa di omicidio volontario, è l’ex fidanzatino della 15enne, Monir Kazi, bengalese come Cameyi, oggi trentenne e da anni tornato in Bangladesh.

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Cameyi Mosammet

È il 18 giugno del 2010. Monir Kazi è appena rientrato dalla Grecia e viene convocato dagli inquirenti della procura di Ancona. La fidanzatina Cameyi è scomparsa da una paio di settimane (di lei non si hanno tracce dal 29 maggio). Gli investigatori della procura di Ancona hanno in mano delle riprese video della stazione di Porto Recanati e di quella di Ancona. Si vede Cameyi in compagnia di un ragazzo. Per gli investigatori è Monir. Non bastasse, hanno i riscontri sui cellulari dei due ragazzi, che la mattina della scomparsa della 15enne agganciano entrambi la cella dell’Hotel House, dove vive Monir ed è anche l’ultima cella agganciata dal cellulare della ragazza, prima che questo venga spento per sempre.

Monir è appena rientrato dal sole della Grecia, dove è andato il 10 giugno. Dice di essere partito per incontrare un amico che stava male e prendere dei soldi. Quando si siede davanti agli investigatori è senza avvocato. Ne viene trovato uno d’ufficio perché gli viene comunicato di essere indagato per il sequestro di Cameyi. Intanto parla, dice una cosa: «Non posso essere l’unico a pagare». Quando arriva l’avvocato gli chiedono se possono mettere a verbale quella frase, dà l’ok e aggiunge «perché anche loro sanno qualcosa». E poi? «Poi lo hanno denunciato a piede libero ed è tornato a casa. Nessuna misura cautelare. Questo nonostante fin da subito ci fossero, a nostro parere, indizi pesanti e concordanti. E nonostante con le indagini in corso si fosse allontanato dall’Italia per andare in Grecia» dice l’avvocato Luca Sartini, legale della famiglia di Cameyi (la mamma e i tre fratelli vivono ad Ancona).

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L’avvocato Luca Sartini

Da quell’interrogatorio sono passati dieci anni, Monir adesso è indagato per l’omicidio di Cameyi, i cui resti sono stati trovati in un terreno vicino all’Hotel House, nei pressi di un casolare abbandonato, nel 2018. «L’udienza preliminare si aprirà il 2 dicembre, i famigliari si costituiranno parte civile e speriamo di avere giustizia e di arrivare ad una sentenza di condanna» dice Sartini. Monir non ci sarà nonostante quando la procura di Macerata, che dal 2018 ha preso in mano le indagini, gli aveva fatto notificare l’avviso di chiusura di indagini, avesse detto: «Verrò in Italia a raccontare la verità». «Non si è visto» commenta Sartini. Da quando è tornato in Bangladesh Monir si è sposato due volte. «Il primo matrimonio è stato una cosa organizzata, ed è durato poco. Poi si è sposato una seconda volta» spiega Sartini. Che aggiunge che «in base a intercettazioni fatte ai famigliari di Monir, sono emersi presunti episodi di violenze nei confronti di una delle donne, che sarebbe stata picchiata. Lo dicono loro stessi, dicono che in un caso avrebbe usato un machete». Intercettazioni che erano state fatte nel 2018, dopo il rinvenimento dei resti di Cameyi.

Già dal 2010 le indagini si erano concentrate sull’ex fidanzatino. «C’erano prove evidenti, come le riprese video, dove però il pm aveva avanzato dubbi che nelle immagini ci fosse Monir. Nonostante avesse un cappello da cowboy e altro abbigliamento trovati a casa sua e che avesse lo stesso abbigliamento quando quella mattina era uscito dall’Hotel House, ripreso dalle telecamere. E nonostante le celle telefoniche analizzate mostrassero come i cellulari di Cameyi e dell’indagato fino alle 12,18 del 29 maggio 2010, fossero nella zona dell’Hotel House. Cellulare di Cameyi che alle 12,54 si spegne per sempre».

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Un altro fotogramma alla stazione di Porto Recanati, la coppia è in basso sulla destra. Cameyi indossa una camicia chiara

Il delitto secondo il legale «è avvenuto tra le 12,18 e le 13. E riteniamo sia stata uccisa in uno dei casolari che si trovano intorno all’Hotel House e che nel 2010 non vennero nemmeno perquisiti. Si fossero trovate tracce dell’omicidio allora, tutto sarebbe stato diverso». Mezz’ora dopo le 13 di quel lontano 29 maggio, Monir era stato ripreso dalle telecamere dell’Hotel House fare rientro a casa. Più tardi il 30enne si era sentito male, e aveva chiamato la Croce Azzurra. «I testimoni hanno detto che era come paralizzato, era in choc totale» spiega Sartini. Monir comunque da allora nega di aver nulla a che fare con la scomparsa di Cameyi. Dice che l’ultima volta che l’ha vista è stato il 24 maggio «ha negato l’evidenza» commenta Sartini. E poi c’è quella frase nell’interrogatorio del 18 giugno di dieci anni fa: «“Non e giusto che paghi solo io, perché anche loro possono sapere qualcosa della scomparsa”. Una frase che fa pensare qualcosa sapesse» continua il legale. Otto anni dopo la scomparsa, parte dei resti di Cameyi vengono trovati in quello che è stato ribattezzato “Il pozzo dell’orrore”.

pozzo-p-rec-cadavereMa nel corso di quegli otto anni perché le indagini della procura di Ancona non si sono sviluppate maggiormente? «Gli inquirenti si sono concentrati sulla famiglia – dice Sartini -. Sul fatto che la ragazza siccome viveva all’occidentale l’avessero rimandata in Bangladesh. Nonostante accertamenti in questo senso, non era emerso nulla. Eppure già gli indizi erano pesanti fin dall’inizio. Cameyi aveva detto alle amiche che Monir era geloso. Aveva detto di essere stata minacciata, picchiata, perché frequentava anche un altro ragazzo. Alle amiche aveva detto di avere paura di Monir». Ora il trentenne vive a Charkamarkandi Neloke Bundur e Bangladesh e Italia non hanno accordi per l’estradizione, significa che Monir anche in caso di condanna non rischierebbe nulla restando nel suo Paese. Ad assisterlo è stato nominato un avvocato d’ufficio, Marco Zallocco. Il 30enne ora rischia il rinvio a giudizio, «anche se non è presente il procedimento andrà avanti» spiega Sartini. Il processo dovrà far luce su fatti avvenuti 10 anni fa, una partita che si giocherà sugli indizi raccolti e che per la procura portano al nome di Monir.

 

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Scavi al pozzo dell’orrore

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Il medico legale Roberto Scendoni, a destra, sul pozzo dove sono state trovate le ossa

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Scavi nel pozzo

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