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Dove dormono gli “invisibili”
Viaggio tra i senza dimora di Ancona (Foto)

DISAGIO - Bivacchi nell'ex asilo di via Cittadella, così come in altri immobili in completo stato di abbandono dove trovano riparo i senzatetto, la cui situazione è peggiorata notevolmente a causa della pandemia. Nell'ultimo anno il 50% dei posti letto in meno nelle strutture d'accoglienza; in tutta la regione sono rimasti aperti solo l’Albergo Cantiani, la Casa delle Genti di Jesi e il centro Caritas di Senigallia. Uno dopo l’altro tutti i dormitori sociali hanno dovuto chiudere e per chi vive ai margini ora resta solo la strada o edifici e scuole abbandonate
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Retro dell’ex Asilo (Foto di Orsola Bernardo)

 

di Marco Benedettelli 

Passano tra le assi di legno divelte, oppure forzano le grate alle finestre nel giardino sul retro. È facile aprirsi dei varchi per penetrare nell’ex asilo di via Cittadella a Capodimonte e così aule e corridoi si sono trasformati in un rifugio per chi non ha casa e dorme dove può. «Arrivano la sera e passano la notte buttati sui loro giacigli. Certi giorni ne ho visti una ventina imbucarsi dentro. Voi non sapete quante volte ho chiamato la polizia per denunciare il fatto. E quante siringhe abbiamo raccolto nei giardinetti dell’ex asilo», racconta un residente del quartiere, cane al guinzaglio, proprio davanti lo stabile fatiscente, fra la fitta alberatura che circonda i bastioni della cittadella. A fianco c’è la nuova scuola materna, con tutto il via vai di insegnanti e bimbi nei giorni di scuola. «Ogni tanto le entrate vengono sbarrate di nuovo con travi o grate, ma dopo due giorni siamo punto e a capo, qualcuno sfonda e il via vai riprende. È tutta povera gente, vivono da disperati, il Comune non dovrebbe permettere che ciò accada. Potrebbe succedere una disgrazia da un giorno all’altro», continua il signore, Ubaldo, scuotendo il capo. L’ex asilo di via Cittadella è solo una delle tante strutture abbandonate e fatiscenti in città che di notte divengono rifugio per senza fissa dimora, luoghi dove trovare riparo ora che il freddo morde.

Retro e bivacchi all’ex Asilo di via Cittadella a Capodimonte. (Foto di Orsola Bernardo)

Sono almeno quaranta gli uomini e le donne che passano la notte in scombinati giacigli dentro sottopassaggi, edifici e scuole abbandonate. Sono “gli invisibili” della città e a peggiorare di molto la loro esistenza ai margini è arrivata la pandemia. Come si spiegherà più avanti, nelle Marche, per questioni di sicurezza sanitaria, molte strutture di prima accoglienza sono state chiuse i posti sono crollati del cinquanta per cento. Non solo. Per chi vive in strada manca una copertura sanitaria adeguata, ottenere un test o farsi curare quando si hanno i sintomi del coronavirus è tortuoso. Ma chi sono “gli invisibili” di Ancona? È possibile tracciare un loro profilo? Una risposta ci arriva dai volontari del Servizio di Strada odv, che da dodici anni, tre sere alla settimana, girano col proprio furgone con pasti e coperte per chi vive senza un tetto. Remo Baldoni, presidente dell’associazione, spiega: «Seguiamo una quarantina di persone nella zona di Ancona, ci parliamo, ascoltiamo i loro problemi. Diciamo che sono al 70 per cento stranieri e al 30 percento italiani, in prevalenza uomini tra il 28 e i 55 anni. C’è chi è di passaggio. Ci sono gli immigrati arrivati in Italia anche 20 anni fa che hanno perso tutto e sono senza rete familiare a sostenerli. Ci sono i migranti appena sbarcati, che attendono anche un mese il colloquio in questura per la richiesta di protezione umanitaria. Ultimamente abbiamo avuto picchi di somali in queste condizioni. Ci sono anche gli italiani che hanno perso tutto, casa e famiglia, molti arrivano dal meridione e iniziano a spostarsi qua e là per la penisola. È facile finire per strada, voi non avete idea. C’è una miseria sommersa che fra poco esploderà, incontriamo tanti anziani che non riescono a pagare le bollette».

L’ingresso dell’ex Asilo. (Foto di Orsola Bernardo)

Ora a Ancona a accogliere i senza fissa dimora c’è l’Albergo Cantiani, al quartiere Piano, albergo che durante il lockdown del 2020 era stato convertito in rifugio sociale per sottrarre i senza tetto alla strada. Da fine estate si è trasformato in struttura di accoglienza con un bando biennale finanziato dal Comune di Ancona. Attualmente ospita 30 persone, siamo in periodo di emergenza freddo. Altrimenti ha 20 posti disponibili. Nelle sue stanze, salvo progetti particolari, si resta massimo due settimane e si ricevono i pasti. Di fatto la struttura ha preso il posto del centro di prima accoglienza Un Tetto per tutti in via Flaminia, chiuso il 31 agosto scorso perché in uno stabile dichiarato inagibile. Spiega il presidente del Servizio di Strada: «Con gli avvocati di strada, la Caritas, i servizi sociali del Comune abbiamo dato vita ad una rete per aiutare le persone nelle loro svariate difficoltà, sanitarie e burocratiche. Assieme coordiniamo l’ingresso al Cantiani. Per entrare è necessario risultare negativi al tampone e siamo noi del Servizio di strada a gestire i test». Spiega Baldoni che chi ha un documento valido viene indirizzato al laboratorio Drive-through della Marina Militare in piazza d’Armi. Per chi ha invece solo un brandello di pezzo di carta, come per esempio la fotocopia del passaporto scaduto, c’è il servizio di esecuzione tamponi dell’aeroporto. «Quella è una grande risorsa che ci ha permesso di far fare parecchi test. Se poi il senza fissa dimora non ha neanche una minimo residuo di documento, non resta che guidarlo verso il ritorno in patria, con acquisto di biglietto. «Durante l’anno di covid, c’è chi ha lasciato Ancona per tornare in Spagna o Germania», spiega il presidente.

La prostesa #Covidinstrada alla Stazione Marittima di Ancona, altro luogo di ritrovo per senza tetto

Difficoltà a gestire il monitoraggio sanitario dei senza fissa dimora sono lamentate anche dai volontari della Tenda di Abramo a Falconara, Casa di accoglienza per 13 persone ma che con l’arrivo del coronavirus ha dovuto chiudere per questioni di sicurezza sanitaria, per poi riaprire in estate e quindi chiudere di nuovo dopo un caso di positività fra gli ospiti. Una riunione dopo l’altra i rappresentati dell’associazione stanno chiedendo all’Asur di studiare una procedura sanitaria adeguata per chi è senza medico di base e senza documenti. Intanto grazie ai fondi messi a diposizione da Ats XII e Comune, si è provveduto a ricollocare in strutture alberghiere i 13 senza fissa dimora che prima del virus erano ospitati nella Casa della Tenda di Abramo. Finora però hanno trovato posto solo in 9 tra Albergo Trento Trieste o all’Hotel Gino di Ancona. Le stanze disponibili scarseggiano. Non solo. Questo inverno a Falconara Marittima è venuto meno un altro spazio di accoglienza per senza tetto, le stanze della parrocchia San Giuseppe, gestite dal Comune in rete con  numerose associazioni cittadine e dove si rifugiavano in quindici con l’emergenza freddo. Dalle bacheche Facebook e Twitter della Tenda di Abramo è partita un’azione di protesta #covidinstrada, con decine e decine di cittadini che, cartello in mano, vogliono tenere alta l’attenzione sull’emergenza senza fissa dimora in questo lungo inverno pandemico. L’iniziativa sta ricevendo una grande risposta di partecipazione.

Protesta a Falconara, #Covidincasa, promossa da La Tenda di Abramo e altre associazioni

Denuncia la Tenda di Abramo che nelle Marche c’è stata una riduzione del 50% dei posti letto nelle strutture di accoglienza. In tutta la regione sono rimasti aperti solo l’Albergo Cantiani di Ancona, la Casa delle Genti di Jesi e il centro Caritas di Senigallia. Uno dopo l’altro tutti i dormitori sociali hanno dovuto chiudere e per chi vive ai margini ora resta solo la strada o gli edifici e le scuole abbandonate. A Falconara le persone sono state ricollocate negli alberghi, anche se in queste strutture “emergenziali” mancano del tutto o quasi forme di progettualità per il reinserimento. Altri Comuni nelle Marche non hanno nemmeno attivato questa alternativa. L’impoverimento sociale lo si vede ad occhio nudo. Erode e sfianca soprattutto chi già era già povero prima della pandemia. Succede così che ogni giorno alla mensa sociale Caritas di via Flaminia 52 si presentano fino in cento a chiedere un pasto, a pranzo e a cena. Italiani, sudamericani, africani, arabi, persone consumate dall’ingerenza, alcuni visibilmente sfibrati dalla vita in strada. Si avvicina un uomo, in fila fra gli sparti gente. È africano, stanco, chiede con dignità agli operatori dove poter passare la notte. Non c’è posto, almeno nell’immediato, gli viene risposto. Lui non batte ciglio, c’è solo un ombra di sconforto sulla sua fronte. Però l’operatore Caritas mette subito l’uomo in contatto con il Servizio di strada per avviare l’iter che lo porterà ad entrare al Cantiani. Ci vorranno una decina di giorni, se tutto va bene, per smaltire la fila. Nel frattempo all’uomo resta da dormire in qualche scuola abbandonata della città, al gelo, nella marginalità più fonda.

Portone sbarrato dell’ex Asilo

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