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L’imprenditore Roberto Busco:
«Sogno la riapertura alla Baraccola»

ANCONA - L'imprenditore fa il punto sulla lunga e complessa vicenda giudiziaria che da oltre sette anni ruota attorno al mega complesso di via Scataglini. Dopo una sentenza del Consiglio di Stato, la struttura è ora libera da vincoli: «Venderla? Voglio farla rivivere»
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L’imprenditore Roberto Busco

 

di Alberto Bignami

«Buongiorno, sono Roberto Busco e desidero ringraziarVi per il Vostro articolo sul “centro Busco Extasy”. Avete esposto la situazione senza illazioni e senza deridermi o colpevolizzarmi». L’imprenditore, proprietario della struttura omonima, scrive a Cronache Ancona dopo il servizio pubblicato ieri, e l’occasione è quella allora di ripercorrere la vicenda di quel plesso alla Baraccola, tuttora in disuso, che però potrebbe tornare a vivere. Infatti, lo scorso 5 gennaio il Consiglio di Stato ha «totalmente sconfessato il comportamento del Comune» dopo un battaglia giudiziaria lunga più di  7 anni e iniziata con la chiusura del mega complesso di via Scataglini. In sostanza, la struttura è ora libera «e il mio sogno sarebbe quella di poterla far rivivere, portando un indotto lavorativo e occupazionale» ha detto Busco.
I lavori da fare sarebbero però tanti: «e lo so bene – spiega l’imprenditore – perché almeno una volta a settimana vado proprio là, a vederla. Credetemi erano molti i grossi nomi interessati a venire lì, ma tutto era purtroppo bloccato. In questo momento di pandemia,  l’economia va a rilento e investire non è facile. Io però resisto ancora, perché comunque ho venduto pure l’anima pur di saldare sempre tutto e tutti».

L’interno dell’ex Busco

Busco prosegue ricordando che «ho vinto tutte le cause civili e penali che riguardano questa vicenda e, non appena diventata esecutiva la prima sentenza nel 2014, avrei riaperto in meno di un anno perché all’epoca la struttura non era così disastrata. Purtroppo però il Comune è ricorso anche al Consiglio di Stato, obbligandomi ad attendere fino alla sentenza del 5 gennaio scorso. Ho avuto – ricorda – decine di richieste, con preliminari firmati, da importantissime aziende interessate ad aprire ad Ancona, nella mia struttura», ma ovviamente non era possibile farlo in quell’immobile, che continuava ad essere sub judice.
Era il 2012 quando arrivarono «le ordinanze di chiusura e poi l’ordinanza di sequestro e, da quel momento e fino ad oggi  ho dovuto far fronte a difficoltà enormi per liquidare i dipendenti del Centro e pagare i fornitori. La società di leasing mi ha perfino ritirato l’auto perché non riuscivo a pagare le rate e, per quasi un anno, io e la mia famiglia abbiamo circolato con un autocarro dell’azienda». Nonostante questo, «adesso il Comune di Ancona mi chiede circa 800mila euro per l’Imu maturata durante il periodo di chiusura forzata. Fortunatamente sono riuscito a “rimanere a galla”, grazie anche alla collaborazione dei miei dipendenti che hanno lottato con me, per continuare la produzione, totalmente Made in Italy, di: piscine, idromassaggi e cabine doccia».
Un altro sassolino dalla scarpa, Roberto Busco se lo toglie quando ricorda come «si è parlato molto di Berlusconi, che aveva ripiegato all’Extasy (era stato ospite della struttura, ndr); ma forse si dimentica che, prima di lui l’Extasy aveva accolto decine di esponenti politici di tutti i partiti: Casini, Di Pietro, la signora Prodi ed altri, e si dimenticano le varie manifestazioni politiche, benefiche, sportive, culturali o sociali ospitate gratuitamente».
Busco ricorda poi come «ho potuto ascoltare l’avvocato del Comune di Ancona che, durante l’udienza per la richiesta di risarcimento, con rinvio a dicembre – spiega -, come motivazione all’opposizione al risarcimento, diceva ai giudici che bisognava considerare le difficoltà del Comune a pagare. Si è mai sentita una cosa simile? Un giudice deve considerare se il risarcimento ci deve essere o no, e non le difficoltà di pagamento del perdente. Io però – aggiunge – posso dire che la Giustizia ha funzionato bene». Durante tutti questi lunghi anni di chiusura «nessuno si è preoccupato di me, del lavoro di tutta la vita distrutto e delle 90 famiglie che, a vario titolo, vivevano del lavoro in quella struttura. Dato che non ero un delinquente, potevano attendere l’esito dei ricorsi prima di ordinare addirittura il sequestro della struttura e mettere i sigilli all’immobile». L’imprenditore sottolinea poi nuovamente il fatto di voler far ripartire la struttura «perché ho davvero interesse a farla ‘girare’, anche se dopo le ultime sentenze nessuno si è fatto vivo per chiedere scusa o per aprire un dialogo che portasse alla sua riapertura. Quando ho chiuso – conclude – quell’immobile era totalmente commerciale. Ora la proprietà è tornata libera e si può fare tutto. Io, ripeto, sogno più che di venderla, di riaprirla».

L’altro volto della Baraccola: l’ex Busco trasformato in una discarica (Foto)

 

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