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Intesa Sanpaolo,
sette filiali verso la chiusura

L'ISTITUTO di credito prosegue nel percorso di razionalizzazione delle spese e di implementazione della digitalizzazione. A rischio accorpamenti gli sportelli di Castelfidardo, Jesi, Senigallia, Monsano e Castelleone di Suasa. Giacomo Forni (Fisac Cgil Ancona): «Una tendenza ormai generalizzata nel settore che entra però in contraddizione con i principi del neo liberismo e della concorrenza»
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Solo poche settimane fa i sindacati di settore a avevano lanciato l’allarme sul rischio di “desertificazione bancaria” per le Marche. La nostra regione negli ultimi 10 anni ha visto diminuire la rete degli sportelli di un terzo, passando da 1194 sportelli del 2011 ai 790 presenti al 31 dicembre 2020 mentre il numero dei Comuni serviti da istituti di credito è sceso da 212 a 184. I nuovi paradigmi del mercato economico e finanziario globale, la diffusione dei sistemi di banking online, il sempre minor utilizzo del contante e anche l’emergenza Covid, stanno accelerando il processo di cambiamento che ha, inevitabilmente, investito il settore. Le chiusure delle filiali a rotazione dei vari gruppi bancari ormai si sommano sul territorio e penalizzano soprattutto le fasce di utenza di età anagrafica più elevata, gli anziani che hanno acquisito minori competenze digitali, che vivono in piccole realtà e che non sempre sono in grado di raggiungere senza disagi la banca di fiducia in una città limitrofa.

Orientamenti dettati dalla necessità di prepararsi alle sfide future. che si arricchiscono di sviluppi, mese dopo mese. L’ultimo in ordine di tempo sembra essere il taglio nelle Marche di nuovi sportelli di Banca Intesa Sanpaolo. In provincia di Ancona, ad esempio, non c’è solo quello di Castelleone di Suasa destinato alla dismissione nelle prossime settimane per essere accorpato a quello di di San Lorenzo in Campo. Sono 7 in tutto le filiali dell’istituto piemontese che ha rilevato Ubi Banca (già incorporante di Banca Marche), a rischiare di essere cancellate nell’Anconetano, in date comprese tra il 13 ed il 18 dicembre prossimi. Non c’è ancora niente di ufficiale ma sembra che nell’ambito di un piano più ampio di razionalizzazione delle spese e di implementazione della digitalizzazione e della attivazione di ‘bancomat avanzati’ che consentono tra le varie operazione il versamento di denaro contante, siano previste anche la chiusura delle due filiali di Castelfidardo di via Jesina e via Colombo da unificare nell’altra sede cittadina di via XVIII Settembre. A Jesi sembra inoltre concreta l’ipotesi di accorpamento degli sportelli di piazza Vesalio e di via Aldo Moro a quelli cittadini di Corso Matteotti e via San Francesco. Nella filiale jesina di via Tornabrocco dovrebbe invece confluire l’attuale sportello di Monsano, mentre la filiale di piazza Aldo Cameranesi, una delle due di Intesa Sanpaolo a Senigallia, dovrebbe essere assorbita da quella di Marina di Montemarciano, sulla Statale 16. Ad Offagna dove lo sportello bancario di Intesa è chiuso da tempo, infine il bancomat è al momento disattivato per essere sostituito con un Atm di tipo evoluto.

Giacomo Forni

«La chiusura delle filiali è una tendenza ormai generalizzata che entra in contraddizione però con i principi del neo liberismo, a partire da quello della concorrenza – spiega Giacomo Forni, segretario generale Fisac Cgil Ancona – La concorrenza, infatti, definita il ‘sale del mercato’ perchè è capace di selezionare i migliori soggetti, tenere bassi i prezzi e migliorare l’efficienza, va a collidere con  il concetto di concentrazioni dei grandi gruppi bancari. Nel settore del credito si guadagna poco e le banche devono essere grandi per essere solide. Un fenomeno ormai evidente nel mondo ma anche in Italia dove sostanzialmente ci sono 2 grandi banche che da sole hanno quasi colonizzato tutto il mercato. In questo scenario, quindi, il principio di concorrenza viene a mancare. E uno degli elementi che negli anni passati stimolava la concorrenza era propria la maggiore presenza territoriale degli istituti bancari che consentiva più comodità ai clienti. Oggi invece dopo le acquisizioni di altre banche, i grandi gruppi puntano ad efficientare la propria rete e chiudono gli sportelli. Questo, però, crea problemi all’utenza». Insomma secondo il segretario di Fisac Cgil Ancona c’è una incoerenza di fondo: «La concorrenza imporrebbe la presenza di molti soggetti sul territorio, che non sarebbero però stabili per gli standard del mercato globale. Ce ne sono, pertanto, pochi e non si fanno concorrenza».

In questo contesto in evoluzione, Forni invita a fare una riflessione anche sull’utilità del sistema privatistico del credito. «Quanto è utile in questi termini alla società? – si domanda- Le banche sono considerate per legge servizio pubblico e per questo motivo hanno garantiti anche dei vantaggi. Personalmente credo che la privatizzazione del settore creditizio non abbia ottenuto l’obiettivo che si prefiggeva: quello di migliorare il servizio e abbattere i prezzi per l’utenza perché l’Italia, ad esempio, resta uno dei Paesi con i più alti costi dei conto correnti. A questo si aggiunge la contrazione della presenza territoriale delle filiali, dell’occupazione ed il lavoro dei bancari che sta diventando sempre più precario».

 

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