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Omicidio di Pamela, ultimo atto
La famiglia chiede giustizia:
«Oseghale non è il solo colpevole»

MACERATA - Domani l'udienza in Cassazione. L'imputato, Innocent Oseghale, 33 anni, è stato condannato all'ergastolo in primo e secondo grado. La difesa ritiene inutilizzabile l'autopsia per un errore procedurale. I familiari della 18enne uccisa nel gennaio 2018: «E’ diventata un angelo troppo presto. Grazie per le migliaia di messaggi di questi anni. Abbiamo combattuto con tutte le nostre forze»
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Innocent Oseghale in aula

 

di Gianluca Ginella

Ultimo atto domani in Cassazione per il processo per l’omicidio di Pamela Mastropietro, uccisa secondo gli inquirenti e i giudici dei processi di primo e secondo grado, dal nigeriano Innocent Oseghale (condannato all’ergastolo). Domani si svolgerà l’udienza in Cassazione. I legali del nigeriano, gli avvocati Umberto Gramenzi e Simone Matraxia, puntano alla revisione dei precedenti processi. La difesa, in particolare, ritiene che gli atti dell’autopsia non siano utilizzabili perché a Oseghale non venne fatta la notifica in carcere ma solo al suo avvocato d’ufficio (lui aveva eletto domicilio al suo studio).

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Pamela Mastropietro

Intanto oggi sulla pagina Facebook “La voce di Pamela Mastropietro” i famigliari hanno ribadito di essere convinti che la 18enne, quel 30 gennaio del 2018, non sia stata uccisa dal solo Oseghale ma che altre persone siano coinvolte. Hanno ricordato Pamela, una ragazza «di appena 18 anni, diventata troppo presto, ed in maniera certamente innaturale (un genitore non può sopravvivere al proprio figlio, né un nonno ad una nipote) nostro angelo. Oseghale unico colpevole? Secondo noi no. Né quel maledetto 30 gennaio, né prima. E neanche dopo, perché sono diversi gli aspetti oscuri che non ci hanno convinto e, come noi, tanta gente. Ultimo atto, domani, dunque. O forse no, per quanto detto poco fa.

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Alessandra Verni, la mamma di Pamela, in aula durante il processo di secondo grado

Intanto, vi ringraziamo per l’affetto che, sin da subito, ci avete dimostrato, standoci vicino, in questa battaglia atroce, che non auguriamo certamente a nessuno e che abbiamo combattuto con tutte le nostre forze, anzi, proprio per evitare che qualcun altro avesse a patire la stessa, atroce, sofferenza.

Una battaglia che vede ad oggetto non una violenza di genere, come alcuni hanno sostenuto, ma una violenza contro il genere, quello umano. Una battaglia che continueremo, per come potremo, per aiutare altri, forti della nostra amara esperienza, affinché certi nemici (esteriori o interiori) vengano vinti.

D’altronde, è questo quello che voleva Pamela: scrivere un libro nel quale, attraverso gli occhi di un personaggio immaginario, raccontare la sua storia, affinché altri suoi coetanei potessero trarre testimonianza del fatto che, dal dolore, si può e si deve uscire, risorgendo a nuova vita, trasformando le fragilità in forza, le angosce in determinazione, le paure in sogni e, perché no, questi ultimi in realtà».

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Pamela entra in farmacia con il trolley

I famigliari hanno sin da subito raccolto tanta solidarietà per la loro vicenda: «Migliaia i messaggi ricevuti in questi quasi quattro anni, da quei tragici e demoniaci eventi, nei quali e con in quali avete reso e fattoci sentire Pamela la figlia, la nipote, la sorella, l’amica o la semplice conoscente, di gran parte d’Italia. È per lei, ed è per voi, per la brava gente tutta, di ogni nazionalità, di ogni colore di pelle, di ogni latitudine, di ogni credo religioso o no, che domani, con la determinazione di sempre, saremo lì, davanti ai più alti giudici umani del nostro ordinamento, per avanzare, ancora una volta, la nostra, la vostra, richiesta di giustizia. Ci presenteremo lì come sempre, forti e dignitosi nel dolore, sanguinanti nel cuore e nell’anima, ma consapevoli che potremo forse riposarci un po’ e lenire qualche ferita, solo dopo che tutto sarà finito».

Innocent Oseghale il 30 gennaio 2018 aveva incontrato Pamela ai Giardini Diaz di Macerata. Come emerso nel corso di indagini e processi la ragazza aveva chiesto al nigeriano se avesse della droga. Più tardi la 18enne era andata nell’appartamento dove Oseghale viveva, in via Spalato, e lì il 33enne avrebbe violentato la ragazza per poi ucciderla con due coltellate e farne a pezzi il corpo. Per l’accusa il motivo è che temeva lo avrebbe denunciato. Per la difesa invece la ragazza sarebbe morta in seguito ad un malore legato all’assunzione di droga e Oseghale ne avrebbe fatto a pezzi il corpo per coprire l’accaduto.

 

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