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«Blue Monday e pandemia, nella tristezza
creatività e passioni sono buone alleate»

I CONSIGLI della psicologa Federica Ascani di Recanati per affrontare questo periodo dell'anno. «Non credo esistano strategie universali ed efficaci in egual misura per tutti. Per il semplice fatto che ognuno è di per sé unico e irripetibile»
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Federica Ascani

di Claudia Brattini

Il Blue Monday, ovvero il lunedì più triste dell’anno (in inglese, to feel blue significa sentirsi giù di morale e depressi) è un giorno particolare: cade ogni anno il terzo lunedì di gennaio e affonda le sue radici nei primi anni del 2000 quando Cliff Arnall, uno psicologo dell’Università inglese di Cardiff, basandosi su alcuni fattori come il meteo, la fine delle feste natalizie – eccesso di spese, stravizi – calo di motivazione, mediante una equazione matematica ha decretato la data simbolica del terzo lunedì di gennaio come il giorno più triste dell’anno.

Sebbene pare si trattasse di una mera operazione di marketing, quello che probabilmente lo psicologo voleva far emergere è uno stato emotivo particolare comune a molte persone che in questo periodo dell’anno accusano la fatica della routine, le giornate con poche ore di luce e il peso dei buoni propositi stilati all’inizio dell’anno.

Il Blue Monday del 2022 cade il 17 gennaio e sicura al momento è la presenza costante della pandemia da quasi due anni che sta aggravando in misura maggiore lo stato emotivo e psicologico delle persone. Ne parliamo con Federica Ascani, psicologa libera professionista di Recanati.

Dottoressa, il Blue Monday è semplicemente una data, nata da un misto di psicologia e matematica, e affermare che sia il giorno più triste dell’anno non ha valenza scientifica; secondo lei quanto influisce, invece, la meteoropatia in questo periodo?

«È noto fin dall’antichità che le variazioni climatiche possono influenzare l’andamento dello stato umorale e i nostri vissuti rispetto al mondo esterno, condizionandone anche la relazione con quest’ultimo. In una società che ci richiede di essere quanto più prestanti, produttivi ed efficienti, rischiamo di dimenticarci la provenienza della nostra specie.
La filogenesi ci rispolvera nella memoria la nostra discendenza col mondo animale, la nostra parte più viscerale e primitiva il cui funzionamento (in parte) e modalità di “essere” si regola sulla base di un orologio sensibile e sincronizzato con i cambiamenti, anche atmosferici, che avvengono al di fuori del corpo. Quando fa freddo, gli animali vanno in letargo, in uno stato di morte apparente, di riposo, vivendo in un tempo sospeso e non vissuto per poi risvegliarsi e ritornare alla vita con l’arrivo del caldo, andando a ri-animare e ri-abitare un ambiente che sino a qualche mese prima sembrava essere spopolato e deserto.
Dunque anche la loro, come la nostra esistenza è in parte condizionata dalle variazioni che avvengono anche da un punto di vista climatico, ad esempio l’arrivo della primavera. Il ritorno alla vita di questa stagione e il prolungarsi delle giornate delle volte sembrano essere fenomeni rivitalizzanti, rinvigorenti, un vero e proprio balsamo per un corpo che si rinnova nelle energie. D’altro canto, invece il freddo e il buio inducono ad un momento di ritiro, ristoro e riposo, una sorta di esistenza e movimento regressivo più proteso verso il “dentro” che il “fuori”».

L’isolamento a cui molti sono costretti per le quarantene o la paura del contagio dettate dal Covid, unitamente alla crisi economica e al senso di incertezza quanto stanno pesando sull’umore delle persone?

«Il Covid ha sicuramente avuto un impatto molto destabilizzante nella vita e nel quotidiano e ci ha messo nella condizione di dover fare i conti in poco tempo con tanti cambiamenti anche legati alla routine quotidiana.
Come individui e società abbiamo fatto i conti con l’instabilità, la vulnerabilità e la precarietà. Ma non solo: sono comuni sentimenti legati alla perdita di senso, di progettualità verso il futuro, preoccupazioni e timori per la propria condizione fisica e delle persone prossime, l’angoscia di essere contagiato e il senso di colpa nel contagiare.
Credo che da un punto di vista collettivo ci siano state due reazioni emotive diverse tra il primo lockdown e il secondo. Nel primo vigeva forse di più la paura per l’ignoto, il sentirsi in contatto con il perturbante, qualcosa che arriva e scompagina, scompiglia e di minaccioso e questo “sentire” portava la coralità ad un ritiro coeso necessario e protettivo, oserei dire salvifico. Fuori era il caos e l’unico posto in cui poteva ospitare la vita era la propria casa, pertanto l’isolamento era considerato l’unico modo per poter esistere e resistere.
Con la seconda ondata si è forse assistita a una sorta di frammentazione del “Noi” e un ritorno tirannico e feroce dell’individualismo che ha comportato l’emergere di sentimenti di rabbia, frustrazione e delusione per i sacrifici fatti, ma che sembravano essere vanificati da un ritorno persecutorio del Covid. Si è registrato dunque ad una sorta di sgretolamento del senso di coesione, della solidarietà e del senso della comunità.
Questo è stato un periodo in cui sono arrivate molte richieste di aiuto proprio per l’emergere dirompente di sofferenze, dolori e sentimenti (forse per molti nuovi e sconosciuti).
Approfitto per dire che credo sia stato un grave errore da parte della politica la non approvazione nella legge di bilancio del Bonus Psicologico. David Lazzari, presidente dell’Ordine degli Psicologi ha affermato che questo è segno di una grave miopia istituzionale verso il rispetto della tutela e la promozione della salute psicologica. Le richieste aumentano, i Servizi nel SSN scarseggiano e il dolore dilaga. Quanto e cosa si deve aspettare? Si deve operare per garantire la salute e per renderla quanto più accessibile, estesa e democratica. Questa è l’ennesima prova dell’incapacità istituzionale di pensare alla salute come un concetto complesso e che si articola a livello bio-psico-sociale».

Quali piccoli antidoti e strategie consiglia di mettere in pratica per affrontare e periodo e superare questi momenti di malinconia e stanchezza?

«Non credo esistano strategie universali ed efficaci in egual misura per tutti. Diffido da chi dispensa “ricettacoli”, “consigli in pillole” o “bugiardini”, sono scettica con chi ha la presunzione di affermare che quella lista vada bene per chiunque.
Per il semplice fatto che ognuno è di per sé unico e irripetibile. Trovare qualcosa che vada bene in una maniera indistinta e indifferenziata vuol dire non rispettarne la soggettività, anzi proporre qualcosa di omologante e disumanizzante. Mi ha molto sorpreso invece come la creatività e le passioni si confermino e siano sempre delle buone alleate. Mi è capitato di ascoltare persone che della malinconia sono riusciti a farne qualcosa: ho ascoltato testi di canzoni scritte dopo aver sperimentato tristezza, melodie composte dopo aver provato rabbia, ho visto quadri dipinti per accedere ad un qualcosa di interno ma sconosciuto e che si ha desiderio di cogliere e conoscere. Forse piuttosto che cercare di sradicare questi sentimenti, per il solo e semplice fatto di essere considerati negativi, dovremmo imparare a conoscerci meglio e ad ascoltarci».

Come possiamo distinguere la tristezza da una situazione psicologica più importante che necessita del supporto di uno specialista?

«Certamente dal livello di pervasività e dall’influenza sulla qualità della vita.
Attenzione! È assolutamente legittimo sperimentare la tristezza, fa parte dei nostri sentimenti.
Ed è assolutamente legittimo scegliere di intraprendere un percorso anche in assenza di una sintomatologia conclamata. Non sempre è il sintomo che porta la persona a scegliere di varcare la soglia della porta di uno psicologo o di uno psicoterapeuta, ma anche il desiderio di intraprendere un percorso di crescita e l’esigenza di conoscersi nella complessità della propria esistenza».

 

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