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Crisi dei Pronto soccorso:
«L’hanno determinata sei fattori,
la soluzione è il Piano sanitario»

SANITA' - Claudio Maria Maffei fa il quadro sui reparti che gestiscono l'emergenza: i problemi nascono da mancanza di personale, carico sui medici di base, poca assistenza domiciliare, rapporto pubblico-privato. E sulle vaccinazioni nelle Marche: «Non se ne sta occupando nessuno»
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Claudio Maria Maffei

 

di Claudio Maria Maffei*

Nelle Marche cittadini e operatori stanno pagando un prezzo alto alla crisi dei Pronto soccorso. Una crisi che si traduce in un lavoro sempre più usurante per gli operatori e tempi di attesa sempre più lunghi per cittadini.

Una crisi che nelle Marche è iniziata da tempo. Già nel 2019 le Marche erano in rosso pieno, quasi fuori bersaglio (come indica il grafico nella figura 1, ndr), per la percentuale di pazienti che abbandonava il Pronto soccorso per una attesa troppo lunga. Ma da allora la situazione se possibile è ulteriormente peggiorata per la concomitanza di tanti fattori di crisi tutti negativi. Proviamo ad elencarne alcuni.

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Figura 1 Performance della sanità delle Marche nel 2019 (Fonte: Istituto Sant’Anna di Pisa)

Un primo fattore di crisi è rappresentato dalla carenza di personale medico, che è dovuto a sua volta a diverse cause.

I medici in assoluto sono pochi e se possibile cercano di lavorare dove si trovano meglio, molto più disponibili rispetto al passato a lavorare all’estero e nel privato. Oltretutto possono andare a lavorare solo temporaneamente nei Pronto soccorso entrando a far parte di quelle cooperative cui sempre più spesso le aziende sono costrette a ricorrere.

pronto-soccorso-ospedale-civitanova-FDM-4-650x468Un secondo fattore di crisi è rappresentato dai medici di medicina generale, anche loro ormai carenti sul piano quantitativo e oberati di un carico di lavoro burocratico che sottrae tempo al lavoro clinico. Anche il modello organizzativo degli studi dei singoli medici che operano senza il supporto del personale infermieristico e scollegati dalla medicina specialistica non è più adatto alle esigenze di oggi. Le Case della Comunità dovrebbero in futuro cambiare questo modello, ma per ora sono è un modello che esiste quasi solo nella carta.

Un terzo fattore di crisi è rappresentato dalla impotenza dei servizi territoriali a fare assistenza a livello domiciliare che riesce a coprire solo una piccola parte delle persone che potrebbero avvantaggiarsene senza dover ricorrere al Pronto soccorso e all’ospedale. Anche qui si parla di infermieri di famiglia e di comunità, ma anche qui se ne parla solo. Un quarto fattore di crisi è rappresentato dalla lunghezza ormai quasi abnorme delle liste di attesa. Per molti l’unica possibilità di avere in tempi ragionevoli un esame è quella di andare al Pronto Soccorso. Aspetteranno ore, ma meglio quelle ore dei mesi che servono per un accertamento che ti dovrebbe dare il Cup. Un quinto fattore è il rapporto pubblico-privato, con il pubblico che si fa carico di tutte le urgenze e con il privato che fa solo attività programmata spesso scegliendo quella più conveniente. Poi non ci si stupisca se i medici pubblici se possono vanno nel privato.

Il pronto soccorso di Torrette (Archivio)

Un sesto fattore di crisi è rappresentato dalle guardie mediche che in diversi posti non si riuscivano a coprire, per cui si tende alla loro riduzione di numero e alla diminuzione degli orari di attività. Una razionalizzazione necessaria ma dagli effetti da valutare con attenzione.

Adesso toccherebbe parlare dei rimedi. Che sono tanti, quanti sono tanti i fattori alla base della crisi dei Pronto soccorso. Il compito di metterli in ordine è della Giunta che dovrebbe fare quello che annuncia ogni mese e che non fa: un piano sanitario che renda possibile una analisi delle criticità e una programmazione delle soluzioni. Purtroppo alla fine verrà fuori che per la Giunta il Piano coincide con il superamento dell’Asur che coi problemi dei cittadini non c’entra niente, ma proprio niente. Anzi, se possibile il lavoro sul nuovo modello delle aziende distrarrà l’attenzione dai problemi veri ed urgenti: liste di attesa e Pronto soccorso.

Nella speranza che non riemerga la pandemia, perché su quella la Giunta si è addormentata e della scarsa risposta dei marchigiani alla vaccinazione non si sta occupando nessuno. E quindi siamo al terzo posto in Italia come percentuale di persone sopra i 5 anni che non ha fatto nemmeno una dose.

*Medico, dirigente sanitario in pensione

 

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Percentuale di persone, al 18 maggio, che non hanno ricevuto nemmeno una dose nelle regioni italiane (Fonte: Fondazione Gimbe)

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