Sparatoria con la banda dei catanesi,
la battaglia del collega di Piermanni
per il riconoscimento di vittima del dovere

CIVITANOVA - Il brigadiere, oggi 83enne, che uccise tre malviventi nel conflitto a fuoco in cui perse la vita il maresciallo, si è rivolto al tribunale del lavoro. Oggi la prima udienza. Il legale, Marta Mangeli: «A seguito di questo episodio il mio assistito ha sviluppato un forte e persistente stato di stress, si è ammalato gravemente di una cardiopatia ischemica alla quale si è affiancato un disturbo post traumatico da stress cronicizzato. Quantifichiamo in 400-450mila euro i vitalizi arretrati»

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Un giornale dell’epoca

di Gianluca Ginella

Una sparatoria con la “banda dei catanesi”, due carabinieri morti e uno che per difendersi uccide tre malviventi. Un fatto che ha per sempre segnato la vita di quel militare sopravvissuto, un brigadiere che oggi ha 83 anni, e che era al fianco del maresciallo Sergio Piermanni quella tragica notte del 18 maggio 1977. A distanza di 49 anni dai fatti, avvenuti a Civitanova e Porto San Giorgio (lì fu ucciso l’appuntato Alfredo Beni) oggi al tribunale del lavoro di Ancona si è svolta la prima udienza in cui l’ormai anziano brigadiere chiede allo Stato il riconoscimento di vittima del dovere.

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L’avvocato Marta Mangeli

Una causa, in cui è controparte il ministero dell’Interno, che il militare ha iniziato dopo che nel 2018 era stata respinta la richiesta di riconoscimento di vittima del dovere. Il brigadiere, A. A. (che preferisce mantenere l’anonimato pur se il suo nome all’epoca dei fatti e anche in seguito comparve sui giornali), aveva ottenuto la medaglia d’argento al valor militare. Lui è di Monsano, e ad assisterlo in questa causa c’è l’avvocato Marta Mangeli, esperta in diritto militare.

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Una cerimonia in memoria di Sergio Piermanni

I carabinieri si scontrarono con la banda dei Catanesi. Quello che accadde in quelle ore venne chiamata la Battaglia delle Marche. A Porto San Giorgio la banda uccise Beni. Da quel momento iniziò la caccia ai banditi. Piermanni e il brigadiere oggi 83enne, circa due ore dopo i fatti di Porto San Giorgio, fermarono un’auto ad uno posto di blocco. A bordo c’erano i killer di Beni che iniziarono a sparare all’impazzata. Piermanni venne colpito e morì al fianco del collega che rispose al fuoco con la mitraglietta che aveva in dotazione. Tre malviventi morirono nella sparatoria. Il brigadiere riuscì a salvarsi ma quel fatto ne segnò la vita.

«A seguito di questo episodio il mio assistito ha sviluppato un forte e persistente stato di stress emotivo e psichico aggravato anche da tutta una serie di minacce di vendetta che dovette subire negli anni, e a causa di questo stato di stress si è ammalato gravemente di una cardiopatia ischemica alla quale si è affiancato un disturbo post traumatico da stress cronicizzato – dice l’avvocato Mangeli -. Chiediamo al giudice il riconoscimento di vittima del dovere, quantifichiamo una invalidità complessiva del cento per cento, per la cardiopatia e per il disturbo da stress post traumatica. La domanda è stata fatta nel 2018». Domanda che era stata fatta in via amministrativa «ma c’è stato negato dallo Stato per una presunta prescrizione del diritto, quindi siamo stati costretti a fare la causa- continua Mangeli – Si tratta di vitalizi arretrati, per vent’anni, li quantifichiamo tra i 400mila e i 450mila euro. Ha vissuto tutti questi anni portando con sé il peso di questa situazione tragica, non solo per aver visto il suo comandante morire sotto i suoi occhi ma anche perché per difendersi ha dovuto ammazzare tre persone».

La causa è iniziata oggi davanti al giudice Tania Antoniis. L’avvocato Mangeli ha chiesto che venga svolta una consulenza tecnica d’ufficio per stabilire il nesso tra i fatti del 1977 e la malattia cardiaca e il disturbo post traumatico da stress. Il giudice si è riservato di decidere. Il ministero dell’Interno si è opposto alla richiesta ritenendo che non siano configurabili i presupposti per il riconoscimento di vittima del dovere.

 

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