facebook rss

Da via Cialdini al park Traiano
la discesa nell’orrore

ANCONA - La rupe di Capodimonte, riqualificata tra il 1986 e il 1991 con i fondi post terremoto del 1972, avrebbe bisogno di un nuovo piano di ricostruzione. La vasta area è totalmente abbandonata, doveva essere un parco attrezzato collegato con via XXIX Settembre dall'ascensore del parcheggio coperto. Arredi distrutti, rifiuti e i resti dei cantieri abbandonati ne fanno invece una zona pericolosa da evitare
sabato 25 febbraio 2017 - Ore 11:29
Print Friendly, PDF & Email

Il piano incompiuto del parcheggio Traiano

L’ultimo piano del parcheggio Traiano

di Giampaolo Milzi
(foto di Davide Toccaceli)

Un pezzo di Ancona al quale il Comune, forse per vergogna, non ha riconosciuto neanche il diritto a un nome. Magari perché ha preso atto del degrado che l’ha in tempi rapidi divorato. Malvenuti nel vasto girone d’inferno urbanistico attrezzato che scende dal versante mare del plurisecolare rione Capodimonte, uno dei due quartieri principe dell’antica e bella Ancona.
L’aggettivo “attrezzato” va coniugato al passato. Quando il Comune, attingendo ai fondi per il Piano di ricostruzione del centro storico, realizzò tra il 1986 e il 1991, questa vastissima area ad uso pedonale e ricreativo. Costituita da un dedalo di scalette, stradine, spiazzi, piantumazioni, locali, arredi pubblici. Un polmone di verde e servizi tutto da vivere, per cittadini e turisti, in pieno relax e silenzio, regalandosi passeggiate e soste con vista mozzafiato sul porto
. Chi risiede da un pezzo in via Cialdini e a Capodimonte se lo ricorda quel gioiello d’architettura cittadina appena nato. E, consapevole di quella sorta di calamità tipo “the day after” che l’ha colpito, per lo più si guarda bene dal goderselo.
L’ingresso principale e più o meno a metà di via Cialdini, da cui si apre il vicolo San Marco. Ad accoglierci un cartello con uno slogan in rime dall’affetto paradossale: “Vivi bene – vivi sano – vivi senza sporco urbano”. Il cartello è piantato a margine di un giardinetto con giochi per bambini ridotto a giungla selvaggia. Quattro passi e siamo in piazzetta San Marco, una fettina di lurido deserto su cui si affacciano alcune palazzine di via Cialdini e penzolano panni bianchi stesi. Sembrano fantasmi, ad annunciare il tour spettrale che ci attende. Inizia la discesa, e appaiono le prime biforcazioni del percorso, a formare, via via, una sorta di labirinto che sa d’underground ma è a cielo aperto, Un labirinto oscuro, perché il verde e le siepi sono disastrati e incupiti. E le uniche note di colore sono quelle delle insensate scritte in vernice spray che ci accompagneranno quasi ovunque nel percorso verso il basso. Scandito da viottoli, pavimentazioni, piccoli tratti di scale, muretti in mattoncini, anch’essi fortemente
deteriorati, spesso infestati da erbacce. Ma tant’è, vien voglia di esplorare, di perdersi tra qualche rischio d’inciampo. Scopriamo piccoli spiazzi, terrazzine panoramiche; archetti lungo le murate più alte sbarrati da reti,
che lasciano intendere interni mai utilizzati; porte di ferro chiuse di imperscrutabili locali di servizio (servizi igienici? Centraline elettriche?).

Un palo della luce col fanale sommitale penzolante pare quasi avvisarci che ormai siamo in piena terra di nessuno. Ovvero nella zona in cui l’itinerario a mosaico abbraccia, contaminandosi con essa, l’area superiore del parcheggio “Traiano”, una mega struttura da 200 posti realizzata su più livelli ma incompiuta. La vista spazia su una sorta di monumento all’anarchia cementizio-strutturale. Ecco l’ampia parte sommitale che avrebbe dovuto concretizzarsi nella base del quinto piano del parking, destinato ad usi socio-culturali (tra le ipotesi una pinacoteca d’arte moderna, un museo d’arte urbana). Ci sono le e fondamenta, una grande piattaforma di cemento, piloni, gli sbocchi per le condotte d’aria. E ancora, ecco la torre semidiroccata che avrebbe dovuto contenere un ascensore: utilizzabile da tutti, in teoria capace di trasportare su e giù, velocemente, pedoni e automobilisti reduci dall’area sosta veicolare lungo l’iter verticale tra via Cialdini e il lungomare di via XXIX Settembre. Progetti interrotti e dimenticati. Tra putridume, rifiuti, rovi, residui di materiale edilizio, selciati sconnessi, sgangherate reti e ringhiere di sbarramento. Attraverso le maglie di ferro intravediamo la prosecuzioni di altri stradelli, inaccessibili.
Anche due viuzze parallele, a quote diverse, s’interrompono all’improvviso: a testimoniare che nell’intento dei progettisti, la risistemazione, la riconsegna alla pubblica fruibilità dell’area avrebbe dovuto – in un secondo stralcio di pianificazione solo ipotizzato – estendersi in direzione piazza San Gallo-via Pergolesi, ridisegnando tutta la rupe che da Capodimonte degrada verso il mare.

I collegamenti pedoanli tra via Cialdini e via XXIX Settembre

Lungo una delle due appena citate viuzze gemelle che
proseguono in orizzontale sul fianco della porzione di rupe giacciono abbandonate due carcasse di biciclette; in entrambe, le panchine inglobate nei muretti lottano contro le onnipresenti erbacce.
Allunghiamo lo sguardo in cerca di buone visioni. E siamo premiati. Oltre il corpo decapitato, oltre il tronco piatto della orribile tettoia del “Traiano”, ammiriamo il porto peschereccio del Mandracchio, la Mole Vanvitelliana, il porto storico, la Cattedrale di San Ciriaco. Così vicini, così lontani, come una cartolina fissa in aria, che quasi ci fa dimenticare come siamo scesi in basso, in tutti sensi. Quei sensi che si spingono a scendere ancora. Attraverso vicoli ciechi costellati di mattoni sparsi o accatastati, rovi, bottiglie rotte, lamiere giacenti ad ostacolo, tiranti di acciaio, tettorie pericolanti. Ormai siamo giù, molto giù. Quasi giunti ad uno dei due ingressi del parcheggio, quello cui si accede dalla parte finale, discendente, di via Cialdini. L’umidità è aumentata, i due piccoli slarghi all’inizio e alla fine dell’ultimo tratto di scale sono caratterizzati da pozzanghere, lerciume, dagli ennesimi mattoni in ordine sparso. Sotto i nostri piedi scorre l’acqua, la stessa che tortura, con le sue infiltrazioni, il parcheggio. Ci sporgiamo da una balaustra e verifichiamo che di incompiuto c’è anche l’ultimo tratto del percorso reticolare, quello che – come l’ascensore mai nato – avrebbe dovuto mettere in comunicazione diretta via Rupi di via XXIX Settembre con la di poco sottostante via XXIX Settembre.
Durante la discesa in questo abisso della perdizione urbanistica ampio decine di ettari, non abbiamo incontrato
anima viva, alcun segno di tentativi di manutenzione, niente siringhe usate, né resti di bivacchi. Evidentemente il degrado è a un livello tale da scoraggiare anche tossici, balordi, senzatetto e altri dannati della vita.
Torniamo indietro nel tempo, nel periodo 1986 – 1991. Quando l’area di urbanistica attrezzata, con verde, servizi, punti di sosta panoramici, camminamenti che abbiamo perlustrato fu realizzata dall’amministrazione comunale utilizzando una parte dei 180 miliardi di lire attinti dai fondi dell’ente statale Gescal, vincolati per legge al Piano di ricostruzione del centro storico di Ancona. Un Piano che era stato trasformato in progetto dall’Ufficio Centro Storico, dove lavorava l’esperta architetta Anna Giovannimi. Un ottimo progetto, tanto che nel 1981 aveva vinto un premio per l’urbanistica del Consiglio Europeo. Probabilmente perché ai “giudici” UE era piaciuto molto anche il capitolo di cui vi abbiamo descritto l’aberrante fine. Un capitolo-cantiere alimentato da fondi pubblici per centinaia di milioni di lire. Un bilancio in nero su cui, chissà, potrebbe vederci chiaro la Corte dei Conti.

 

Print Friendly, PDF & Email
© RIPRODUZIONE RISERVATA

Torna alla home page



X