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Faro del Cardeto senza restauro,
persi 150 mila euro
di fondi europei

ANCONA – Lanterna chiusa al pubblico dal 2003, i progetti per il recupero ci sono, basterebbe un finanziamento minimo dalla Regione. Nel 2013 è stata sprecata l'occasione per la rinascita come torre di monitoraggio delle condizioni meteo-marine. Tra elezioni e rimpasti, sono stati sprecati i contributi comunitari
martedì 7 Marzo 2017 - Ore 20:33
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Il faro del Cardeto in una foto d’archivio di Giusy Marinelli

 

di Giampaolo Milzi

E’ la politica, quella con la “p” molto minuscola, ad impedire che si riaccenda una nuova luce, con nuove funzioni, in cima al Vecchio Faro di Ancona. Era già stato così nel biennio 2013-2014, e ora si sta perseverando diabolicamente. Perché è davvero cattiva politica istituzionale quella che relega nel dimenticatoio la bella torre costruita nel 1860 ad Ancona, con la fattiva benedizione di Papa Pio IX, in cima al colle dei Cappuccini, nel verde del parco del Cardeto. Eppure basterebbero meno di 150mila euro di risorse in più per rilanciare con successo il progetto, già naufragato definitivamente nel 2014, per ristrutturare e mettere in sicurezza il monumento – chiuso al pubblico dal lontano 2003 – e riconvertirlo in strumento “high tech” per il monitoraggio e la vigilanza dei traffici marittimi nel medio-alto Adriatico. Sul banco degli “imputati”, con l’accusa di inattivismo aggravata da ignoranza, la Regione Marche. Ed è proprio dal massimo ente locale, da uno dei suoi tanti settori tecnico-amministrativi (non certo dai politici) che arriva la conferma sulla fattibilità dell’impresa recupero/modifica funzionale del Vecchio Faro dorico. Giorgio Severini, con funzioni direttive nel Servizio tutela delle acque, ha competenze in materia di tecnologia, di tipo esecutivo, non
quelle decisionali di un assessore. Ma ciò che dice è chiaro quanto paradossale: “Per realizzare il progetto occorrerebbero due tranche di fondi per interventi diversi, una di 130mila euro, una di 80mila, 210mila euro in tutto quindi. Riducibili a 160mila grazie a un contributo di 50mila da parte del Comune di Ancona. Con un ulteriore risparmio frutto di una gara d’appalto al ribasso di 10-15 mila euro, potemmo raggiungere una spesa di soli, circa 140-145 mila euro. Il fatto
è che manca la volontà politica”. Già, la volontà politica. Ma facciamo un salto indietro nel tempo per capire meglio. Nel maggio 2003 la Giunta regionale, su appassionato input dell’allora assessore alla Difesa della costa e alla Protezione civile Paolo Eusebi, deliberò un atto capace di intercettare una bella fetta della quota di 235mila euro attingibile dal fondo generale stanziato dall’Unione Europea per il Progetto Hazard, dedicato alla realizzazione di strutture al servizio delle attività marinare nel bacino adriatico-ionico. E si era deciso di integrare quella quota con 100mila euro iscritti in un apposito capitolo di bilancio della Regione per coprire tutte le spese necessarie. Preso atto della decisione politica, un gruppo di tecnici regionali, guidati allora dall’architetto Alberto Cecconi, funzionario dirigente del Servizio tutela delle acque (da un po’ è in pensione) si era dato da fare a tempo di record per passare ai fatti. Col risultato che lo studio tecnico dell’ingegner Enrico Gara, di Falconara, su incarico della Regione, aveva approntato il progetto definitivo (costato 2.500 euro) necessario per eliminare le crepe lungo le scale a chiocciola in pietra d’Istria del Vecchio Faro che ne avevano fatto dichiarare l’inagibilità e per risistemare il fabbricato basamentale che avrebbe dovuto ospitare la cabina tecnologica. Ma tant’è, col passaggio di delega assessorile da Eusebi a Paola Giorgi, voluto nel 2014 dall’allora governatore Spacca, i 100mila euro del capitolo di bilancio si erano volatilizzati, stornati probabilmente per altri usi. Fine della storia, con tanti saluti al gruzzoletto in arrivo dai fondi UE Hazard. Una fine che aveva però lasciato uno spiraglio di speranza proprio tra i funzionari che si erano battuti perché la missione “Vecchio rinnovato Faro” andasse in porto. E quello spiraglio resiste, nell’indifferenza della nuova Giunta guidata da Ceriscioli. Tanto che l’estate scorsa l’architetto Severini e l’ing. Stefania Tibaldi, dirigente del Servizio tutela delle acque, avevano fatto visita a Fabio Sturani, segretario particolare del presidente della Regione Ceriscioli, per sollecitarlo a riprendere il progetto già definito nel 2013 e pronto per essere cantierizzato. I due funzionari regionali si erano poi incontrati con Ermanno Frontaloni, dirigente del servizio Patrimonio del Comune di Ancona. Una bella sorpresa: Frontaloni, quei 50mila euro iscritti in bilancio municipale 4 anni fa, li aveva messi nel salvadanaio; sono ancora disponibili. E allora? Il funzionario Severini: “Abbiamo scritto una e-mail per risollecitare Sturani, mai ricevuta risposta”. Considerato il gruzzoletto del Comune di Ancona, e i calcoli già citati, mancherebbero oggi all’appello meno di 150mila euro. Servirebbero per la messa in sicurezza del faro. E per la parte tecnologica: la realizzazione della nuova lanterna di rilevamento elettronico posizionata in cima alla torre alta 20 metri, e dei sistemi informatici di supporto, da installare nel già citato spazio nei locali al piano terra, anch’esso bisognoso di piccoli interventi di manutenzione straordinaria. Di più: quando nel 2003 ci si era posti la questione della tutela storica dell’edifico, l’allora Soprintendenza competente aveva visionato e promosso il progetto. Quanto alla disponibilità del terreno e del Vecchio Faro, di proprietà del Demanio, “no problem”, c’era – e ancora ci sarebbe – solo da scegliere: un atto di passaggio di possesso gratuito, o una concessione in affitto minimo (si parlava di 6.000 euro annui), sempre a beneficio della Regione. Già, ma “manca la volontà politica”, come osservava Severini. E probabilmente manca, ad alcuni politici istituzionali, la stessa conoscenza del caso “recupero Vecchio Faro con funzioni high-tech di monitoraggio e vigilanza marittima”. A quali politici istituzionali? La giunta del Comune di Ancona (ad eccezione dell’interessamento virtuoso di Frontaloni) è da 14 anni che non si pone nemmeno il problema. Caso chiuso, per il Comune capoluogo, tant’è che nelle ultime estati nella splendida area verde che circonda la torre non ha organizzato alcuna manifestazione ricreativa. Quanto alla Regione, questione latitante – stante il silenzio di Sturani – anche all’attenzione di vari assessori. Come Fabrizio Cesetti (Patrimonio, Demanio,Informatica), Angelo Sciapichetti (Difesa del suolo e della costa, Protezione civile), Moreno Pieroni (Valorizzazione dei beni culturali). Tanto per citarne tre che, tra le varie deleghe, hanno proprio quelle per potersi attivare per ritagliare tra i vari capitoli di bilancio i 150mila euro scarsi necessari per l’impresa possibile. Chissà se Sturani, Cesetti, Sciapichetti e Pieroni sanno che dal marciaronda sommitale del Vecchio Faro si può godere lo straordinario panorama a 360 gradi offerto dalla città che si adagia a gomito sul mare. Lo sanno bene i relativamente pochi fortunati che tra il 2000 e il 2003, prima della chiusura per inagibilità di questa perla di Ancona, avevano potuto accedervi e salire proprio fino al marciaronda, grazie alle visite guidate organizzate con grande efficienza e successo dal Circolo naturalistico di Legambiente Il Pungitopo.

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