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Ancona Sotterranea raddoppia
e si tuffa nelle viscere
del quartiere Adriatico

SCOPERTA – Da domenica 3 settembre aprono alle visite i percorsi scoperti negli anni '90 e finora chiusi al pubblico. Già tutto esaurito il tour inaugurale, raddoppia così l'offerta per i visitatori, oltre ai percorsi ipogei del centro. Si pensa al terzo tratto da riscoprire: la Chioccia d'oro di via Trento. Cronache Ancona ha visitato in anteprima l'affascinante sottosuolo del viale della Vittoria
sabato 2 Settembre 2017 - Ore 19:06
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di Giampaolo Milzi

(foto Giusy Marinelli)

La “città di sotto” batte un ulteriore colpo, che riecheggia in superficie in occasione della inaugurazione avvenuta sabato mattina del secondo “step” del “Progetto Ancona Sotterranea”, attuato e programmato in stretta collaborazione con l’associazione delle guide speleologiche. Dopo il consolidato avvio delle visite guidate al grande sito con la Cisterna Romana dietro la Fontana del Calamo (o delle 13 Cannelle) e a quella di piazza Stamira (primo step), alle 10 l’intrigante anteprima (da domenica 3 settembre l’apertura al pubblico) della passeggiata ipogea riservata prima a due gruppi di giornalisti e operatori media e poi a una delegazione di consiglieri comunali e rappresentanti istituzionali, tra cui gli assessori comunali Paolo Marasca e Paolo Manarini. E la grande attesa per la riscoperta di questo lungo tratto di acquedotto che dall’altezza dello stadio “Dorico” giunge al Monumento ai Caduti, ha forse superato le aspettative. Indossati tuta protettiva, stivali, guanti e casco, ci si cala da un tombino di fronte al “Dorico” lungo un pozzetto verticale munito di sbarre di ferro orizzontali funzionali all’appoggio dei piedi. Si prosegue poi curvi per una prima sezione, seguita da una lunga rampa in cui la volta s’innalza già all’altezza di poco più di 2 metri, la stessa del percorso successivo che tira ben diritto, per una larghezza di 90 cm, a una quota media di 8-10 metri sotto la superficie, seguendo l’andamento del viale della Vittoria.
Ciò che subito attira l’attenzione è l’ottimo stato di conservazione della galleria ricoperta interamente da mattoni. Lungo le pareti laterali, si notano ogni tanto delle nicchie un tempo usate per riporre le lucerne (quando ancora non esisteva l’energia elettrica), che costituivano l’unico strumento di orientamento per i fontanieri addetti alla manutenzione del vecchio acquedotto. Il tipo di realizzazione in muratura e mattoncini è da attribuire ai rifacimenti e alle risistemazioni avvenute tra l’800 e l’inizio del ‘900, ed è lo stesso del medesimo tratto del complesso di condotta idrica ipogea detto di “Santa Margherita”.

L’ingresso dal piazzale dello Stadio Dorico

La presenza dell’acqua, sorprendentemente limpida, ci accompagna costantemente assieme alle guide. Scorre in piccoli rivoli in una canaletta centrale (di cm 25 x 25) ai cui due lati si erge lo stretto pavimento indispensabile alle nostre gambe. Limpida l’acqua, ma caratterizzata da una presenza particolare e inattesa: quella di sottili fasci di radici tra loro avviluppate e intrecciate, giunte fin lì dagli alberi e dalle piantumazioni della zona viale grazie alla strepitosa forza della natura; fasci che danno vita in qualche caso a un’unica matassa che come un cavo si dilunga per decine e decine di metri, a mo’ di fantasioso e mitico “Filo d’Arianna”. L’aria è fresca ma ovviamente pregna di umidità. E il lentissimo scorrere dei rivoli non ha impedito all’abbondanza di calcare di cristallizzarsi come piastrelle di vetro, che hanno imprigionato buona parte delle radici.
Dopo circa 40 metri ecco che sulla sinistra si apre una breve diramazione (che va in direzione del sito della cosiddetta “Chioccia” di via Trento, a sua volta collegato con la Cisterna di piazza Stamira), preceduta da una paratia un tempo usata per innalzare o abbassare il livello della portata idrica. Questo ramo ci conduce, prima di interrompersi, ad un pozzo profondo 13 metri e 20 e largo 1 metro e del diametro di 1 metro e 40. Ne incontreremo un altro, sempre sulla sinistra, al termine del nostro viaggio “underground”, che scende ben oltre i 20 metri, collegato al primo e come il primo colmo della stessa acqua, che passa dall’uno all’altro grazie al principio del vasi comunicanti.
Una volta ritornati alla luce del sole dopo aver percorso in un’ora e mezza complessivamente circa 410 metri, sia all’andata che al ritorno, grazie alle spiegazioni delle speleo – guide di “Ancona sotterranea” e del noto speleologo e ricercatore Alberto Recanatini, capiamo, comprendiamo molto di più: i vari accessi laterali pertinenti alle ulteriori diramazioni incontrate durante l’avventura del secondo “step” di galleria idrica, fanno parte del grandissimo vecchio acquedotto che ancora giace come un labirinto – per la maggior parte della sua estensione ancora da rendere percorribile – sotto un’area vastissima che va da Pietralacroce fino al porto. L’acqua che abbiamo osservato cristallina è il dono di una lunghissima falda che parte fin dalle viscere del Monte Conero, allungandosi in un’altra direzione fino al porto di Numana. La falda, è il plurisecolare acquedotto di Ancona, fanno diverse tappe sotterranee: Villa Gusso-via Santa Margherita, piazza Diaz, via Cadore con una fonte anch’essa denominata Santa Margherita, fino allo scalo marittimo e a Porta Pia (per citarne alcune). Un vecchio acquedotto, si diceva. Ma quanto esattamente vecchio non si sa. Il tratto visitato oggi ha avuto la sua ultima sistemazione nei primi decenni del XX secolo, funzionale all’espansione edilizia del nuovo rione Adriatico. Là dove prima era solo campagna, in gran parte coltivata a macchia di leopardo, da qui la sua denominazione di “Piana degli orti”. E i contadini della Piana si servivano dei vari pozzi di questa zona per irrigare le loro coltivazioni. Ma tutto il complesso dell’originario acquedotto di Ancona è il risultato di lavori, scavi e accrescimenti successivi che affondano le loro radici nella notte dei tempi. In epoca romana, di sicuro. Di più, preromana. Ci fa sognare, l’espertissimo Recanatini, che tira in ballo addirittura i Pelasgi. “Sì,quello che i Greci chiamavano l’antico popolo del mare, del periodo preellenico, i mitici navigatori più antichi. Furono loro a gettare le fondamenta dell’Ancona di sotto”. Poi la modernità, Gorgovivo con le sue grandi opere di ingegneria idraulica. E l’oblio. Fino al 2004, quando l’Amministrazione comunale inaugurò il sito vicino alla Fontana del Calamo, con migliaia di visitatori in tre giorni. “Vero. Il percorso istituzionale di valorizzazione dell’Ancona ipogea si era inceppato. – ha ammesso l’assessore comunale alla Cultura, Paolo Marasca, all’inizio dell’ inaugurazione di stamattina, vestito anche lui da speleologo come il collega ai Lavori pubblici Manarini – Ma questa Amministrazione l’ha rimesso in moto, e le suggestioni provate oggi rafforzano il nostro impegno per l’apertura al pubblico di un terzo tratto”, forse già l’anno prossimo. “Sarà la zona della cosiddetta Chioccia d’oro di via Trento, una grande vasca con tante diramazioni”, spiega Sergio Sparapani, il funzionario dell’assessorato retto da Marasca che tantissimo si è speso per il recupero di questa importantissima pagina di Ancona storica sotterranea. Le escursioni ipogee saranno aperte al pubblico fino al 31 dicembre ogni domenica, dalle 9,30 per le visite alle cisterne del Calamo e di piazza Stamira, dalle 11,30 ai cunicoli sotto il viale della Vittoria. Il costo, di 20 euro a persona, comprende l’abbigliamento e l’accompagnamento delle guide speleologiche. Ci si può prenotare via email scrivendo a prenotazioni@anconasotterranea.it o chiamando il numero telefonico 329/5462168

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