La poliziotta pittrice dietro l’arresto
del capobranco di Rimini
«Così ho disegnato l’identikit perfetto»

Elena Pagani mostra il suo lavoro con il capo gabinetto della polizia scientifica interregionale Massimiliano Olivieri
di Federica Serfilippi
Un disegno che vale un’indagine intera. È quello che ha tracciato l’assistente capo Elena Pagani, da sei anni in forza al Gabinetto interregionale di Polizia scientifica Marche-Abruzzo, per dare un volto al congolese Guerlin Butungu, considerato dagli inquirenti il capobranco degli stupratori di Rimini accusati di aver abusato, nella notte tra il 25 e il 26 agosto, di una turista polacca e di una prostituta transessuale peruviana. Da 25 anni in polizia, la Pagani ha raccolto la testimonianza della squillo, rimanendo con lei per sei ore («alla fine ero provata») e trasformando i ricordi della vittima in un identikit così preciso da sfiorare la perfezione. Il disegno, poi diramato a tutte le forze dell’ordine, ha permesso agli agenti riminesi di arrestare Butungu mentre tentava la fuga a bordo di un treno. Era il 3 settembre. Due giorni prima, la poliziotta – laureata all’Accademia di Brera e specializzata in identikit – era stata chiamata dallo Sco di Roma per dare una svolta al caso. «Sono partita per Rimini – racconta – e per sei ore sono stata con la vittima in un’area riservata e isolata. È stato fondamentale il rapporto empatico che si è instaurato con lei che, nonostante una grande sofferenza, ha avuto la pazienza, l’umanità e la delicatezza di riportare i tratti somatici del ricercato. Ha avuto anche la sensibilità di ricordare dettagli importanti, come quelli sensoriali, che sono poi stati utili ai fini dell’indagine». È stata la volontà della trans di collaborare e di «pretendere giustizia» a muovere la matita impugnata dalla poliziotta: «Fin da subito, e succede di rado, ha detto di ricordare molto bene il volto dell’uomo e che lo avrebbe sicuramente riconosciuto se lo avesse avuto davanti. Per questo, è nata subito una collaborazione stretta, dove la vittima ha visto crescere il disegno gradualmente, commovendosi durante alcune fasi del ritratto». Alla fine, il risultato è stato eccezionale. «Prima di andare via, le ho chiesto quanto l’identikit fosse vicino alla realtà. Mi ha risposto che su una scala da 1 a 10 lo era 9,5». Ma la cosa più difficile non è stato tracciare i contorni del volto. «Non si arriva a quel tipo di risultato senza l’esistenza di una serie di condizioni. Bisogna eseguire una lavoro tecnico preciso, ma è necessario anche farsi carico dello stato d’animo di chi sta rendendo la testimonianza».
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