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La poliziotta pittrice dietro l’arresto
del capobranco di Rimini
«Così ho disegnato l’identikit perfetto»

ANCONA – Il lavoro dell'assistente capo Elena Pagani della polizia scientifica Marche – Abruzzo è stato fondamentale per incastrare Guerlin Butungu, accusato della violenza sui due turisti polacchi e sulla trans peruviana dello scorso 25 agosto. L'investigatrice: “Per sei ore con la vittima, ha avuto l'umanità e la pazienza necessari per descrivere i tratti somatici nei minimi particolari”
sabato 23 Settembre 2017 - Ore 15:48
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Elena Pagani mostra il suo lavoro con il capo gabinetto della polizia scientifica interregionale Massimiliano Olivieri

di Federica Serfilippi

Un disegno che vale un’indagine intera. È quello che ha tracciato l’assistente capo Elena Pagani, da sei anni in forza al Gabinetto interregionale di Polizia scientifica Marche-Abruzzo, per dare un volto al congolese Guerlin Butungu, considerato dagli inquirenti il capobranco degli stupratori di Rimini accusati di aver abusato, nella notte tra il 25 e il 26 agosto, di una turista polacca e di una prostituta transessuale peruviana. Da 25 anni in polizia, la Pagani ha raccolto la testimonianza della squillo, rimanendo con lei per sei ore («alla fine ero provata») e trasformando i ricordi della vittima in un identikit così preciso da sfiorare la perfezione. Il disegno, poi diramato a tutte le forze dell’ordine, ha permesso agli agenti riminesi di arrestare Butungu mentre tentava la fuga a bordo di un treno. Era il 3 settembre. Due giorni prima, la poliziotta – laureata all’Accademia di Brera e specializzata in identikit – era stata chiamata dallo Sco di Roma per dare una svolta al caso. «Sono partita per Rimini – racconta – e per sei ore sono stata con la vittima in un’area riservata e isolata. È stato fondamentale il rapporto empatico che si è instaurato con lei che, nonostante una grande sofferenza, ha avuto la pazienza, l’umanità e la delicatezza di riportare i tratti somatici del ricercato. Ha avuto anche la sensibilità di ricordare dettagli importanti, come quelli sensoriali, che sono poi stati utili ai fini dell’indagine». È stata la volontà della trans di collaborare e di «pretendere giustizia» a muovere la matita impugnata dalla poliziotta: «Fin da subito, e succede di rado, ha detto di ricordare molto bene il volto dell’uomo e che lo avrebbe sicuramente riconosciuto se lo avesse avuto davanti. Per questo, è nata subito una collaborazione stretta, dove la vittima ha visto crescere il disegno gradualmente, commovendosi durante alcune fasi del ritratto». Alla fine, il risultato è stato eccezionale. «Prima di andare via, le ho chiesto quanto l’identikit fosse vicino alla realtà. Mi ha risposto che su una scala da 1 a 10 lo era 9,5». Ma la cosa più difficile non è stato tracciare i contorni del volto. «Non si arriva a quel tipo di risultato senza l’esistenza di una serie di condizioni. Bisogna eseguire una lavoro tecnico preciso, ma è necessario anche farsi carico dello stato d’animo di chi sta rendendo la testimonianza».

A sinistra il disegno di Pagani, a destra la foto segnaletica di Butungu

 

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