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«Siamo un partito nella polvere»
Neanche i sindaci salvano il Pd

IL COMMENTO - Ad Ancona, durante l'incontro organizzato da Romano Carancini e Valeria Mancinelli sul futuro dei dem, per la prima volta è stato criticato apertamente il lavoro della giunta regionale: dalla sanità, al sisma, fino ai fondi Ue. Ma dibattiti di questo tipo saranno delle inutili perdite di tempo fino a quando non si porrà sul tavolo in maniera seria e risoluta il problema dell'identità del partito. Senza affrontare questa decisiva questione è destinato all'estinzione definitiva
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di Fabrizio Cambriani

«Siamo un partito nella polvere». Con questa drammatica istantanea Romano Carancini descrive il Partito Democratico. Un’immagine che ci riporta alle pagine dell’antologia greca. A Ettore ferito a morte da Achille e che, agonizzante sulla sabbia, implora di non fare strame del suo corpo. Un incipit deciso e irrituale che ha dato il via all’incontro regionale organizzato dai sindaci del Pd, mercoledì scorso ad Ancona. Sul tavolo, accanto a lui, il sindaco di Ancona, Valeria Mancinelli. Da una parte una bandiera e dall’altra un manifesto, entrambi con i simboli di partito. Arredamento e linguaggio essenziale per una riunione che si proponeva di stimolare una ripartenza dopo lo schiaffone elettorale. Soprattutto in vista dei prossimi congressi. Grande assente Matteo Ricci, il sindaco di Pesaro. Una relazione introduttiva a due voci riservata, appunto, ai promotori e sindaci di capoluogo. Con un taglio decisamente più politico quella di Carancini che parla a braccio, ma per punti chiari e bene in sequenza. La sua parola chiave è: persone. La ripete più volte anche quando potrebbe usare il sinonimo di gente. Oppure di elettori. Invece l’adopera, la sottolinea, talvolta sembra accarezzarla. Più fredda l’impronta della relazione della Mancinelli. Volta a chiarire i vari passaggi con tanto di scansioni meccaniche e temporali. Tutti d’accordo sull’utilizzo del valore delle primarie da utilizzare per ogni candidatura monocratica. Ma la sorpresa più grande la riserva il dibattito. Per la prima volta, in pubblico, viene aspramente criticato il governo regionale.

Romano Carancini

Sanità, gestione del terremoto, utilizzo dei fondi UE e infrastrutture entrano nel mirino. «Sulle liste d’attesa e sui ticket si poteva fare di più e meglio». E se a dirlo è il pur mite Cardoni, il segretario cittadino di Ancona – quello del trionfo elettorale controcorrente – c’è da crederci. «Sulla gestione del terremoto – afferma il sindaco di Matelica, Del Priori – la colpa della Regione è stata quella di non aver avuto una strategia. E, ancora oggi, continua a non averla». «Forse meritavamo prima un commissario alla ricostruzione marchigiano», gli fa eco il consigliere regionale Enzo Giancarli. Un cahiers de doleances che, pagina dopo pagina, aumenta a ogni intervento. In fondo alla sala un ex sindaco illustre come Fabio Sturani, oggi capo di gabinetto del presidente Ceriscioli, che cela a fatica, tutta la sua irritazione. Perché le incrinature sul blocco monolitico, che sin qui sembrava impenetrabile, aumentano e si concentrano in questa delicata fase precongressuale. Prima le dimissioni risentite del consigliere delegato alla sanità Volpini gestite pessimamente dal punto di vista mediatico: un imbarazzante Ceriscioli che minimizzava e imputava le dimissioni a insuperabili questioni di lavoro di Volpini mentre il diretto interessato confermava tutta la sua delusione per un ruolo privo di qualsiasi potere. Quindi la richiesta di primarie per la scelta del prossimo governatore dell’assemblea dei sindaci, unita alle critiche alla giunta regionale. Infine, la corsa di molti per aderire alla mozione Zingaretti per la segreteria nazionale che sta quasi paralizzando mezzo partito. Mica così per dire, ma pare che a caldeggiare la candidatura di Zingaretti ci siano molte telefonate di Gentiloni in persona e la sua autorevolezza, almeno qui nelle Marche, può di certo mettere in ombra la corrente ormai ridotta a lumicino di Areadem a cui appartiene, almeno fino a oggi, lo stesso Ceriscioli.

Valeria Mancinelli

Il dato chiaro e lampante, in questa ennesima, oscena girandola di riposizionamenti tattici, è che risulta assente da ogni dibattito – purtroppo anche da questa assemblea promossa dai sindaci – il nodo vero di tutta la questione: l’identità del Partito Democratico. Un tema che furbescamente nessuno vuole affrontare preferendo cimentarsi su quelle che vengono definite cose concrete e che – a stare a sentire loro – tanto affascinano gli elettori. Epperò, quandanche fosse vero, le cose concrete valgono fino al livello comunale, dove al massimo si approvano regolamenti, si asfaltano strade o si fanno girare ruote panoramiche. Quando si sale di livello occorre legiferare, bisogna sapere con chi si vuole stare e avere anche radici e riferimenti culturali solidi e coerenti. Altrimenti, una volta accantonata la politica, basterebbe ricorrere al mercato e assoldare un amministratore delegato che – sia detto senza offesa – potrebbe anche avere migliori capacità dei sindaci, fossero anche di capoluogo. A tal proposito, e se la mente non mi inganna, ricordo che nel 2015 proprio un tale che aveva fatto per dieci anni il sindaco di Pesaro venne sponsorizzato da suoi cinquanta ex colleghi come “sindaco delle Marche.” Il risultato della sua gestione era agli atti dell’incontro di mercoledì scorso.

Francesco Fiordomo

Incontri di questo tipo saranno delle inutili perdite di tempo fino a quando non si porrà sul tavolo in maniera seria e risoluta come e su quale campo il Pd voglia giocare la sua partita. Con i grandi gruppi industriali o con i lavoratori? Con gli istituti bancari o con i piccoli imprenditori? Investendo seriamente nella sanità pubblica o elargendo soldi a pioggia a quella privata? Possiamo continuare all’infinito, ma il dato certo è che le risposte date finora sono state bocciate senza appello da oltre metà degli stessi elettori del Pd. Non prendere di petto questa decisiva questione e affrontare un ennesimo congresso – referendum sulle persone – proprio come stanno esattamente facendo in questi giorni – è la strada giusta per l’estinzione definitiva del Pd. Una prece.

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