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Il “peso” delle macerie sui bilanci
Le indagini sul Cosmari

INCHIESTA - I nodi del consorzio. Sulla contabilità il sindaco di Pollenza aveva sollevato perplessità e chiesto perché i conti della gestione ordinaria non fossero stati distinti da quella relativa alle macerie del terremoto. Per gli appalti legati ai rifiuti del sisma gli affidamenti sono stati fatti, salvo qualche eccezione, con gare a invito sotto la soglia dei 40mila euro, e sono andati quasi sempre alle stesse ditte. Il nuovo impianto di smaltimento, dal costo di 4 milioni di euro, tratta 425 tonnellate di rifiuti al giorno invece delle previste 1.500
lunedì 16 Settembre 2019 - Ore 18:46
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Giuseppe Bommarito

 

di Giuseppe Bommarito *

Toni trionfalistici sono stati usati durante l’ultima assemblea di metà luglio del Cosmari (assenti Macerata e Civitanova, cioè i due comuni soci più “pesanti”) che ha approvato il bilancio consuntivo per il 2018 con 183mila euro di utili di esercizio. «Risultati raggiunti grazie ad una corretta gestione del ciclo integrato dei rifiuti, compreso il trattamento delle macerie del sisma 2016. Per l’ente si può prevedere un futuro da grande azienda», ha detto sbandierando grande soddisfazione il presidente Graziano Ciurlanti, l’uomo proposto da Romano Carancini nel 2014 per la guida dell’ente consortile e riproposto nel settembre 2018.

Graziano Ciurlanti, presidente del Cosmari

Eppure una voce, rimasta del tutto isolata, si era levata in assemblea a sollevare qualche perplessità e a smorzare i toni entusiastici, quella del sindaco di Pollenza, che aveva giustamente chiesto perché la contabilità ordinaria dell’azienda non era stata tenuta distinta da quella relativa alla gestione – autorizzata separatamente – delle macerie del terremoto (a seguito della quale l’ente ha avuto ricavi per svariati milioni di euro, che tuttavia hanno una valenza del tutto episodica e non possono quindi incidere sui risultati economici della gestione ordinaria) e se nel bilancio si era considerata la questione degli ecoindennizzi, accantonati ma sospesi dal 2016, e tuttavia prima o poi da versare ai Comuni del cratere. Ma a queste domande, che di fatto stigmatizzavano la finanza “creativa” adoperata per la stesura del bilancio, una risposta precisa non è stata fornita, si è preferito glissare, lasciando così imprecisate le perdite – che non sembrano affatto irrilevanti – nell’attività corrente relativa alle attività istituzionali dell’ente, tanto da far sorgere necessariamente un preoccupante interrogativo: il cielo è sempre più blu sull’azienda consortile sita in località Piane del Chienti, come ha fatto capire con orgoglio forse inopportuno il presidente Ciurlanti, oppure grosse nuvole nere si stanno addensando sull’impianto tra Casette Verdini e Stazione di Pollenza?

Qualche passo indietro per spiegare la situazione. Il Cosmari, già soggetto pubblico prevalente a livello provinciale nel settore dei rifiuti e oggi divenuto società a responsabilità limitata, dopo aver acquisito realtà intermedie quali Smea e Sintegra, è divenuto dal febbraio 2013 il soggetto affidatario in ordine all’intero ciclo dei rifiuti riguardante il territorio provinciale maceratese, per conto quindi di tutti i comuni della provincia e dello stesso ente Provincia di Macerata, tra di loro convenzionati sotto la denominazione Ata e, per lo specifico settore dei rifiuti, Aato 3 Macerata. Si è trattato di un affidamento diretto del tipo “in house”, che consente di evitare il meccanismo delle gare pubbliche per l’individuazione del soggetto affidatario in quanto l’ente pubblico in sostanza provvede da sé, tramite un altro soggetto pubblico strettamente controllato, all’esecuzione di determinate prestazioni. Naturalmente, in capo all’ente affidante deve permanere, per legge, un potere di indirizzo, di vigilanza e di controllo molto penetrante, analogo a quello che esso è in grado di esercitare sui propri servizi. Nei fatti, però, questo potere di controllo e di indirizzo sulla macchina Cosmari sussiste, in capo all’ente affidante, solo in teoria, probabilmente per l’estrema complessità della materia e delle relative normative di legge, di cui molti amministratori sono praticamente quasi a digiuno. Il potere vero, il governo del Cosmari, è notoriamente da decenni – da prima ancora dell’affidamento in house – a livello decisionale e operativo in mano all’inossidabile Giuseppe Giampaoli, direttore generale dell’ente sin dal 1997, e, dal 2014, al presidente Graziano Ciurlanti. L’Aato 3 in realtà resta sullo sfondo e svolge un ruolo del tutto marginale, al punto che il controllato è divenuto di fatto controllore di se stesso, con tutti i disservizi e le inevitabili incongruenze del caso. Tanto per dirne qualcuna, ad oggi, a sei anni dall’avvio del percorso di affidamento al Cosmari, l’Aato 3, oltre a non aver prodotto un nuovo piano di ambito ormai estremamente necessario, non è nemmeno riuscito a convincere tutti i comuni soci a cedere la totalità dei servizi (alcuni ancora si avvalgono di ditte private o di cooperative sociali), come essi, per convenzione, sarebbero invece obbligati a fare. Mentre, al contempo, altri comuni, anch’essi obbligati ad affidare al Cosmari ogni incombenza legata al ciclo dei rifiuti, hanno avuto la bella idea, nel silenzio del soggetto controllore, di procedere a gare autonome per affidare a terzi alcune parti di detto ciclo (vedi Civitanova, Corridonia, Recanati). D’altra parte, sia il progetto industriale originariamente adottato dall’ente che il relativo regolamento gestionale sono stati predisposti dallo stesso soggetto affidatario, dal Cosmari cioè, e non dall’Aato 3, che avrebbe, almeno, sulla carta, i suddetti poteri di indirizzo.

In questo meccanismo di affidamento gestito maldestramente e di pericolosa delega totale al soggetto teoricamente controllato, si è addirittura arrivati, da parte dell’Aato 3, a rinunziare a stabilire – in una logica di omogeneizzazione che sarebbe doverosa – il canone uguale per tutti che ogni comune dovrebbe versare al Cosmari, soggetto affidatario per l’erogazione del servizio, demandando tale compito a trattative bilaterali tra ciascun comune e la direzione aziendale Cosmari, trattative basate su scambi e pressioni di natura politica che ovviamente danno vita a canoni differenziati. Con le stesse modalità sono state trattate le acquisizioni dei servizi e del relativo personale di alcuni comuni, tutte tali da suscitare notevoli perplessità. Così come non può non suscitare interrogativi, circa l’effettiva sostenibilità, l’attuale livello di organico dell’ente, arrivato a superare la cifra di 500 dipendenti.
Ma il discorso si complica ulteriormente in relazione al sistematico ricorso a gare ad invito sotto la soglia dei 40mila euro, raggiunta tramite continui artificiosi frazionamenti dell’oggetto della fornitura e successive proroghe tecniche. Ad esempio, per quanto concerne il parco mezzi, complessivamente di elevata anzianità, non è dato di capire non solo in base a quali criteri i vertici dell’ente stiano spesso perseverando in attività di manutenzione di officina e di carrozzeria che superano il valore di mercato dei mezzi stessi e poco sembrano tenere conto delle minime norme di sicurezza; ma anche, e soprattutto, per quali motivi essi sembrano del tutto eludere, sebbene complessivamente gli appalti raggiungano l’importo di circa due milioni di euro annui, procedure di evidenza pubblica o il doveroso ricorso ad un albo dei fornitori certificato ed univoco. Analogamente avviene allorchè si ricorre al sistema del noleggio, effettuato tramite l’utilizzo di piccole gare per pochi mezzi, per poi dilatare arbitrariamente tale numero in fasi successive, nonchè per il rimessaggio dei mezzi stessi, di proprietà o a noleggio, e per l’acquisto delle varie attrezzature necessarie per la complessa gestione dei rifiuti.

Il risultato è che tali gare effettuate sotto soglia vengono quasi sempre aggiudicate alle stesse ditte, in qualche modo favorite dal frazionamento della fornitura e dalle successive proroghe tecniche, dalla mancata rotazione delle ditte invitate, dalla mancata attivazione dell’albo dei fornitori, dalla logica dei rapporti personali senza approfondimenti di mercato.
Altro tasto dolente è quello della contabilità delle varie tipologie di rifiuti, che non si basa su dati provenienti da pesate certe e riscontrabili e che, per quanto concerne le statistiche della raccolta differenziata, non tiene affatto conto degli scarti di lavorazione, che quindi, anziché gravare sui singoli Comuni, finiscono per gravare sullo stesso Cosmari e, al contempo, alterano anche le statistiche in questione.
La situazione, anche per le lamentele di diverse ditte escluse dal meccanismo, sta divenendo esplosiva, tanto da aver attirato sul Cosmari l’attenzione degli inquirenti su modalità di gestione così soggettive e discrezionali, nei fatti del tutto contrarie al modello organizzativo-gestionale previsto dalla legge 231/2001 al fine di prevenire la responsabilità penale degli enti, pure formalmente ostentato.

Ma in questo quadro, già confuso nell’ambito dell’attività ordinaria e caratterizzato da sistematiche irregolarità, si è inserita con effetti deflagranti nel 2016 la tragedia del terremoto, con tutta la problematica della gestione delle macerie (pervenuta al Cosmari con affidamento diretto da parte della Regione Marche) e degli appalti conseguenti relativi al caricamento e trasporto; al caricamento e alla demolizione a terra; alla selezione materiale B per il Ministero Beni Culturali; alla raccolta e alla bonifica di materiale contenente amianto. Ebbene, salvo qualche eccezione, queste gare sono state anch’esse gestite con le modalità di cui sopra e quindi, una volta frazionate per importi non superiori a 39.900 euro, sono state poi trattate aggirando le normative di legge, con il risultato che esse, di rilevantissimo importo se considerate nel loro complesso, sono state aggiudicate quasi costantemente alle stesse ditte, in qualche caso pure senza un formale contratto scritto o sottoscritto solo successivamente all’aggiudicazione.

Poi c’è la vicenda – da ridere, se non ci fosse da piangere per il modo assurdo in cui vengono gestiti i soldi pubblici – del nuovo impianto per il trattamento delle macerie completamente finanziato dalla Regione per un importo di quasi 4 milioni di euro, con la previsione che in esso sarebbe stato possibile trattare ogni giorno circa 1.500 tonnellate di macerie, impiegando fino a 40 unità lavorative. La struttura è stata inaugurata presso il Cosmari nel dicembre 2017 con tanto di benedizione e con il consueto codazzo delle varie autorità comunali, provinciali e regionali, tutte in pompa magna. In realtà si è trattato della solita farsa, della consueta finta inaugurazione, perché l’impianto in questione è stato completato solo tra l’autunno del 2018 e gli inizi del 2019, e fin qui si verterebbe nella consueta pantomima alla quale più volte si è costretti ad assistere. Il problema vero nasce dal fatto che, per i ritardi nella costruzione del nuovo impianto e per l’inidonea progettualità delle strutture, vi è un notevolissimo squilibrio tra i quantitativi di materiale trattato e quelli che, sulla base della potenzialità della struttura, l’impianto, costato alla Regione una barca di soldi per il capannone e l’impiantistica, avrebbe dovuto trattare.

In buona sostanza è venuto fuori, da dati dello stesso Cosmari ben noti anche alla Regione, che l’impianto in questione, progettato, come sopra detto, per trattare circa 1.500 tonnellate di macerie al giorno, in realtà ne tratta circa 425, la stessa quantità all’incirca di un altro sito di deposito temporaneo delle macerie, quello di Monteprandone, ove i rifiuti provenienti dalle province di Fermo e Ascoli vengono trattati manualmente a terra (senza cioè avvalersi di un similare costosissimo megaimpianto).
La Regione non è intervenuta su una siffatta vicenda, che rileva non solo a livello di un significativo spreco economico per l’improduttivo investimento effettuato, ma anche perché rallenta ulteriormente lo sgombero delle macerie dai martoriati Comuni del cratere e la successiva ormai mitica ricostruzione. Eppure il Cosmari ha sempre proceduto alla formale rendicontazione delle attività, curandone la relativa fatturazione, con la specificazione delle irrisorie quantità trattate. Eppure tali pesantissime criticità sono state addirittura segnalate e denunziate persino ai massimi vertici gerarchici della Regione, ma niente si è mosso, probabilmente per non scatenare, allorchè mancano ormai pochi mesi alle prossime elezioni regionali, nell’opinione pubblica già sul piede di guerra una ridda di polemiche inevitabilmente destinata a sfociare sulle responsabilità politiche e istituzionali.

Lo stabilimento del Cosmari

Altro grande punto interrogativo posto dalle gestione delle macerie è quello degli ecoindennizzi, previsti per legge in relazione alle vendite delle macerie. In sostanza, la legge n. 229/2016 impone di recuperare, tra le macerie, quei materiali che possono essere di nuovo utilizzati come materia prima per la ricostruzione, oppure venduti, ma il loro ricavato deve essere destinato al Comune terremotato di provenienza. Tuttavia non risulta che ad oggi che sia stato erogato alcunchè dal Cosmari ai Comuni del cratere. Sul punto, che evidentemente pesa come un macigno sui bilanci del Cosmari, giace da mesi in Consiglio Regionale, senza essere stata ancora discussa, un’interrogazione della capogruppo di Fratelli d’Italia, Elena Leonardi. Ma qualcosa, prima o poi, dovrà essere spiegata ai cittadini marchigiani, specialmente a quelli dei comuni più martoriati dal sisma, anche sotto tale aspetto considerati come figli di un dio minore. E qualcosa dovrà essere pagato a tali Comuni, sebbene non sarà facile farlo perché la contabilità delle macerie presenta vistose difformità per la mancanza di documentazione precisa relativa alla certificazione ed alla tracciabilità dei flussi interni delle macerie (così come dei rifiuti trattati in genere), mancando una puntuale contabilità basata su pesate precise e riscontrabili.
Insomma, una situazione delicatissima, già attenzionata dalla magistratura inquirente (la quale più volte ha sequestrato presso la sede consortile pacchi interi di documenti) e ipocritamente ignorata, per motivazioni di carattere politico, dalla Regione, dalla Provincia e dall’Aato 3, e che, per quanto concerne il Comune di Macerata, va a collegarsi direttamente con la nota vicenda dell’assurda polemica tra il sindaco Carancini e i revisori dei conti, i quali più volte, beccandosi gratuiti apprezzamenti negativi e pesanti rimbrotti, sono intervenuti in maniera critica chiedendo un maggior controllo sulla situazione delle società partecipate, in particolare del Cosmari.

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