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Infiltrazioni mafiose nelle Marche,
la Dda ha cambiato marcia:
doppio colpo su riciclaggio e sae

IL COMMENTO - Il procuratore Sergio Sottani aveva già denunciato la presenza di una mafia silente nella nostra regione. Poi il terrificante uno-due: l’indagine della Procura di Ancona sulle casette e i quattro arresti effettuati a Fabriano di esponenti ritenuti appartenenti al clan di Sant’Eufemia di Aspromonte
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Giuseppe Bommarito

 

di Giuseppe Bommarito

Sapeva perfettamente quello che diceva il procuratore generale Sergio Sottani quando qualche giorno fa a proposito della sempre più evidente presenza delle varie organizzazioni mafiose nelle Marche, parlava di una “mafia silente” che opera fortemente nel settore droga e nel riciclaggio, anche attraverso la penetrazione in aziende in grave difficoltà per la crisi più generale che attanaglia il nostro paese e, nello specifico, per i devastanti effetti del terremoto del 2016. Non a caso proprio pochi giorni dopo, con un terrificante uno-due, sono uscite dapprima le notizie relative all’indagine della Procura di Ancona sulle Sae, le casette del terremoto arrivate a costare circa 4.500 euro a metro quadro (poco meno di un appartamento di pregio ai Parioli di Roma), e subito dopo quelle concernenti i quattro arresti effettuati a Fabriano (questa volta su input congiunto delle Direzioni Distrettuali Antimafia di Reggio Calabria e di Ancona, coordinate dalla Direzione Nazionale Antimafia) di esponenti ritenuti appartenenti al clan ‘ndranghetista di Sant’Eufemia di Aspromonte, legato alla potentissima cosca Alvaro di Sinopoli. In entrambi i casi si tratta di procedimenti ancora non pervenuti a dibattimento, per cui le ipotesi di reato andranno tutte verificate. Tuttavia sin d’ora lo scenario che emerge da queste due vicende inquieta fortemente per molteplici profili.

Alcune sae a Ussita

Per le casette Sae viene brutalmente in rilievo l’estrema facilità con la quale, tramite lo strumento delle reti di impresa o delle associazioni temporanee di impresa, aziende prive di certificazione antimafia e di iscrizione alla white list della prefettura (oppure con false certificazioni), spesso mancanti pure delle necessarie competenze tecniche, sono riuscite sino ad oggi a conseguire tranquillamente appalti e subappalti nei cantieri del terremoto per lavori dell’importo di svariati milioni di euro, senza che chi doveva controllare – ben tre funzionari regionali che nelle varie situazioni evidenziate dalla Guardia di Finanza hanno rivestito la qualità di responsabile unico del procedimento, di soggetto attuatore delegato dal presidente della Regione Marche e di direttore dell’esecuzione dei lavori – si avvedesse di nulla e impedisse una siffatta penetrazione, addirittura arrivando ad autorizzare pure anticipazioni non dovute alle imprese esecutrici per oltre nove milioni di euro. Una rete di controlli che pertanto – come denunciato da tempo dalla Cgil di Macerata – non ha minimamente funzionato, idonea a consentire infiltrazioni malavitose di ogni tipo e che, alla fine, nonostante il benemerito ma tardivo intervento della magistratura inquirente, ha fatto sì che venissero realizzate strutture abitative costosissime e piene di vizi e di difetti, fatte apposta per debilitare ulteriormente a livello psicologico i cittadini delle zone del cratere, già sull’orlo della disperazione.

L’operazione nel Fabrianese

Nella seconda vicenda le Dda di Reggio Calabria e di Ancona, nell’ambito di una più vasta operazione che ha portato all’emissione di ben 65 ordinanze di custodia cautelare, hanno individuato nel Fabrianese il terminale di numerose operazioni di riciclaggio effettuate dal clan Alvaro di Sinopoli, nel Reggino, per l’importo di svariati milioni di euro, transitati con il consueto sistema delle triangolazioni dapprima in Svizzera ed in Inghilterra e poi rientrati nelle Marche, apparentemente “ripuliti” e pronti per essere utilizzati per acquisti immobiliari o per attività imprenditoriali di altra natura. Il tutto grazie ai servizi resi alla cosca da quattro soggetti, un broker finanziario, due geometri ed un imprenditore di origine calabrese, Domenico Laurendi detto “Rocchellina”, da circa quindici anni stanziale a Fabriano, a testimonianza di un’attività di riciclaggio presumibilmente risalente nel tempo. D’altra parte questa presenza nelle Marche della cosca Alvaro non è nemmeno una novità.

Il procuratore generale delle Marche Sergio Sottani

Già nei primi anni duemila era stata individuata nelle Marche una filiale di questa potente ‘ndrina calabrese che conta circa duemila affiliati e che in passato ha subito importantissimi sequestri di beni (di grande rilievo anche mediatico quello disposto nel 2009 dalla magistratura romana per beni di importo pari a circa 200 milioni di euro, tra i quali il notissimo locale romano “Cafè de Paris” in via Veneto, bar della cosidetta “dolce vita” a suo tempo frequentato da cantanti, attori ed esponenti del mondo della cultura e dello spettacolo). E sempre nelle Marche in quell’epoca venne catturato Carmine Alvaro, residente ad Ancona, per un accertato traffico di stupefacenti e successiva attività di riciclaggio tramite investimenti commerciali nell’area compresa tra Ancona, Marina di Montemarciano e Senigallia, e venne poi arrestato nel 2008 il latitante Antonio Alvaro, il primo ed il secondo a capo dei due rami in cui si era divisa la cosca nel corso degli anni novanta.

La procuratrice Monica Garulli, a capo della Dda

Queste ultime vicende marchigiane a mio avviso segnano un notevole salto di qualità nell’operato della magistratura inquirente, del quale si sentiva assolutamente il bisogno. Sembra infatti evidente dalle operazioni sopra descritte che la Dda di Ancona, brillantemente condotta dall’agosto 2018 da Monica Garulli dopo un periodo di conduzione sostanzialmente acefala, stia finalmente procedendo con scrupolo ed efficacia. E di tale impegno si cominciano a vedere i risultati, purtroppo mancati negli anni immediatamente precedenti (caratterizzati anche da carenza di personale), allorché quasi tutte le operazioni che hanno portato nelle Marche ad arresti di personaggi di spicco della criminalità organizzata vennero gestite da Direzioni Antimafia di altri distretti. Una situazione lacunosa che nell’estate 2016 dette persino vita ad una dura reprimenda dell’allora procuratore generale Vincenzo Macrì, che in una clamorosa intervista ebbe a lamentarsi proprio per i ritardi ingiustificabili e la scarsa incisività della Dda marchigiana, citando ad esempi in tal senso, oltre alle trascurate implicazioni malavitose di diversi finanziamenti effettuati dalla Banca delle Marche, anche la sostanziale inattività concernente la storiaccia di un imprenditore siciliano che aveva giustificato prestiti infruttiferi per milioni di euro a proprie società con lo scudo fiscale, particolare forma di condono all’epoca vigente, che però, laddove il denaro rientrato dall’estero fosse stato frutto anche solo di evasione, non poteva far venir meno il reato di riciclaggio.

Il Consiglio regionale

Per non parlare – rimanendo sempre nel periodo antecedente l’arrivo della procuratrice Garulli – del clamoroso flop della Dda marchigiana relativo ad un’associazione per delinquere di narcotrafficanti nigeriani considerata di stampo mafioso, con 21 persone indagate da anni per traffico internazionale di droga, procedimento finito nel nulla della prescrizione, di recente dichiarata dal Tribunale di Macerata, perché gli inquirenti anconetani non avevano disposto le necessarie perizie sulla droga sequestrata, riconducendo così le imputazioni a fatti di lieve entità. Una vicenda finita malissimo che forse può spiegare il motivo per cui poco più di un anno fa la Procura di Macerata, a fronte di una vasta operazione contro trafficanti e spacciatori nigeriani che dopo lunghe indagini si era concretizzata nell’arresto di ben 27 persone, ha contestato agli indagati la mera associazione per delinquere, e non l’associazione a delinquere di stampo mafioso di cui all’art 416-bis del codice penale che avrebbe imposto la trasmissione degli atti alla Procura Distrettuale Antimafia di Ancona. Adesso, a fronte di un quadro di penetrazione criminale così allarmante e mentre la diffusione della droga (altro indicatore della presenza mafiosa giustamente rilevato dal procuratore generale Sottani) aumenta sempre più nelle Marche e continua ad uccidere nella nostra regione più che altrove, occorre che la magistratura e le istituzioni regionali si battano fortemente per portare quanto prima ad Ancona una sezione della Direzione Investigativa Antimafia: nelle Marche, sempre più appetibili per la delinquenza mafiosa, occorrono investigatori specializzati ed esperti di criminalità organizzata. C’è l’auspicio del procuratore Sottani, e c’è anche una mozione in tal senso della consigliera regionale Elena Leonardi approvata qualche mese fa dall’intero Consiglio Regionale, rimasta però sino ad oggi lettera morta.

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