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Piove dentro Santa Maria della Piazza:
acqua fino ai mosaici paleocristiani

ANCONA - La situazione emergenziale si aggiunte al degrado esterno e alle vetrate, lato abside, rotte. Come confermato dalla Curia, le infiltrazioni hanno interessato anche la parte ipogea del luogo di culto. Stop alle visite
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Un mosaico della chiesa

di Giampaolo Milzi

Piove sul bagnato di brutto, riguardo la situazione di estremo degrado che ferisce quel tesoro che è la romanica Chiesa di Santa Maria della Piazza. Ad aggiungersi ai vari problemi di sporcizia, erbacce infestanti, abbandono “piratesco” di rifiuti anche ingombranti, presenza di antichissimi reperti, tra cui una sezione di un capitello di epoca romana, lungo la stradina laterale sulla destra della facciata (leggi articolo), ecco la conferma dell’Arcidiocesi: il meraviglioso edificio di culto – costruito tra l’XI e il XII secolo nella piazza in cui sbocca via della Loggia, è cronicamente vittima di infiltrazioni di acqua, così corpose, in caso di temporali, che hanno interessato anche la parte ipogea di Santa Maria con gli straordinari resti di un tempio paleocristiano (probabilmente la prima basilica di Ancona intitolata a Santo Stefano).

La cancellata in fondo, con cippi e bidoni della spazzatura

L’acqua ha bagnato due strati di mosaici, policromi e ricchi di figurazioni simboliche (cespi d’acanto e volatili, risalenti l’uno al IV e l’altro al VI secolo d.C). Le cause delle infiltrazioni? La parte in alto a sinistra dell’altare maggiore e una sezione della volta che sovrasta le tre navate, entrambe lesionate. L’acqua entra anche dalle vetrate da mesi in frantumi (vittime di un atto vandalico) che si aprono nella parte esterna dell’abside. Un dramma architettonico inaudito, si stenta a trovare una soluzione. Ecco quindi l’interesse anche dei carabinieri del Nucleo tutela patrimonio culturale (Ntpc) che scriveranno alla Soprintendenza e all’Arcidiocesi, in quanto la chiesa e l’area circostante sono sottoposte a vincolo di tutela. Che fa l’Arcidiocesi? I suoi vertici sono da mesi al corrente di tutto: l’arcivescovo Angelo Spina, il suo vicario don Luca Carbonetti, don Luca Bottegoni, che in Curia occupa vari incarichi, tra cui quello di responsabile dei Beni culturali diocesani e dell’Economato. E Daniele Fiorini, dell’ufficio curiale amministrativo: «In Arcidiocesi è stato da un pezzo stilato un progetto di restauro e risanamento generale, che comprende la stradina laterale, l’imbocco del cunicolo in fondo ad essa (bimillenario, ridotto a livello di cloaca fangosa e infestata da immondizie, ndr)», il fossato che corre fuori dell’abside diventato una giungla di piante deturpanti e di ulteriori immondizie (in cui sbuca il citato cunicolo che un tempo risaliva poi in cima al colle Guasco). Il progetto di risanamento esiste, ma non c’è conferma di un suo effettivo inoltro alla Soprintendenza, che deve autorizzarne l’esecuzione.

Una vetrata rotta

Il vero ostacolo sono le fonti di finanziamento dei costosissimi lavori, da indicare nel progetto. «Parte dei fondi potrebbero arrivare dalla Fondazione Cariverona – segnala Fiorini, che però sul punto non si sbilancia – Siamo più ottimisti, sui tempi, per la riparazione delle vetrate delle finestrelle dell’abside, aspettiamo l’ok della Soprintendenza, in un paio di settimane dovremmo provvedere». Un passo positivo per la questione della cancellata principale della stradina laterale della facciata, da una vita apribile da chiunque: «Al più presto forniremo una copia delle chiavi del lucchetto ad Anconambiente». E già, perché il lavoro di pulizia svolto fino ad oggi dall’azienda è stato frustrante. I bidoni per la raccolta differenziata vengono svuotati cinque volte la settimana, un giorno per ciascuna tipologia di rifiuto. E lo spazzamento della stradina avviene tutti i giorni dal lunedì al sabato. Quando gli eco-operatori potranno chiudere la cancellata, dopo i loro interventi, gli incivili intrusi che continuano a disfarsi illecitamente di rifiuti nel sito saranno stoppati. A risultato raggiunto, tra i primi a tirare un sospiro di sollievo, il volontario laico, addetto all’apertura e chiusura della chiesa tutti i giorni, in orario 10-12/16-18: «E sì, perché, io spesso raccolgo i rifiuti meno pesanti nella stradina che porta al cunicolo e li metto nei cassonetti». Dall’addetto una ulteriore conferma del guaio dell’acqua che piove dentro la chiesa. Nubi oscure, in attesa del varo del citato progetto generale di risanamento, per i mosaici paleocristiani. «Quando si bagnano li asciughiamo, poi vedremo», si limita a dire Fiorini. Infine, ulteriore brutta notizia. Congelate a tempo indeterminato le visite guidate alla chiesa e alla sua sezione ipogea. Curate dall’associazione Templari Cattolici d’Italia su incarico dell’ex arcivescovo Menichelli, nei weekend, tutto l’anno per 5 anni, anche a beneficio dei crocieristi. A fine agosto, dopo il protrarsi di contrasti interni all’associazione, l’arcivescovo Spina ha deciso di sospendere l’incarico del suo predecessore Menichelli.

La giungla alle spalle di Santa Maria della Piazza

Roberto Fileni,  priore referente per Ancona (fu lui ad ottenere l’incarico da mons. Menichelli) è uscito dal gruppo. Coi suoi amici cavalieri dell’ordine fuoriusciti ha fondato un’altra associazione cattolica ad Ancona (sede in via Della Loggia 40, a due passi dalla chiesa), che è anche centro di studi medievali, la “Fraternitas”. I membri della “Fraternitas”, sebbene informalmente, ma con la benedizione dell’arcivescovo Spina, le visite guidate hanno continuato ad effettuarle ad agosto e settembre. Poi lo stop, e un po’ di confusione su chi competa ufficialmente riorganizzarle. La “Fraternitas”, pandemia Covid permettendo, è pronta a riattivarle. Speriamo che delle visite qualcuno se ne occupi. Perché nell’ambiente sotterraneo della basilica paleocristiana, è possibile osservare altri scampoli importantissimi di un passato antichissimo: un pozzo, probabilmente utilizzato come fonte battesimale o per la lavanda dei piedi; pezzi di colonna in porfido. E ancora: resti delle colonne che dividevano la basilica in tre navate, dell’abside centrale, dell’altare maggiore con una teca per le reliquie; di altri affreschi paleocristiani. Infine: un tratto di mura in blocchi di arenaria, interpretato come testimonianza della cinta urbana della fase ellenistica o romana di Ancona, e altri resti delle mura cittadine tardo-antiche, inseriti sui precedenti.

 

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